Uno schizzo di sangue cadde quasi sui piedi di Felitia. La gladiatrice fece un balzo indietro per non sporcarsi i calzari, così il liquido rosso andò a bagnare la sabbia dell’anfiteatro. Un boato risuonò sugli spalti, e il corpo della donna reagì con un fremito di eccitazione che le fece rizzare i capelli sulla nuca. Il ruggito del pubblico era per lei come il vino per un ubriacone, e si chiese come avrebbe fatto a vivere il resto della sua vita senza quelle emozioni. Il pubblico scandiva il nome del retiarius Isolano Drakos, che aveva ferito il suo avversario con un colpo da maestro. Anche il Console si era alzato in piedi, e applaudiva. Drakos correva intorno e si pavoneggiava agitando la rete come la ruota di un pavone, mentre Vitreus il secutor pisciava sangue dalla spalla sinistra. Vitreus aveva la pelle scura, e non si distingueva bene quanto fosse larga e profonda la lesione.

Drakos lo aveva attaccato sul lato destro, costringendolo a girarsi, e poi con un balzo felino si era gettato a sinistra sferrando una stoccata col tridente. L’arma aveva strisciato sul bordo dello scudo del combattente nero e gli aveva aperto la spalla.

La gladiatrice girò la testa per osservare meglio il ferito attraverso la grata dell’elmo. Sentiva il familiare rumore del suo proprio respiro reso metallico dalle pareti interne dell’elmo.

“Bah. Solo un graffio, tutto sommato. Drakos non dovrebbe esultare troppo.” giudicò con occhio esperto. Incrociò lo sguardo di Edurne, l’avversaria contro cui avrebbe combattuto fra poco, e intuì che anche lei stava pensando la stessa cosa.

“Vecchia volpe d’una lesbica Hesperiana, lo ha capito anche lei. Non avevo dubbi: non le sfugge niente. Fra un po’ ci divertiamo, io e lei.”

Vide gli occhi di Edurne brillare d’una luce d’intesa e immaginò i denti bianchi della provocatrix schiudersi in un ghigno inquietante. Non poteva scorgerlo, ovviamente: l’elmo d’acciaio le avvolgeva il capo e le nascondeva il viso. Ma poteva immaginarlo. La conosceva da una vita, d’altro canto, ed era da una vita che loro due si scambiavano coltellate.

Tornò a osservare i due uomini che combattevano.

L’arbitro si era avvicinato, aveva dato un’occhiata alla spalla del nero e aveva dato il permesso di andare avanti. Ora la folla se ne stava zitta, ammutolita dalla tensione. Gli spettatori avevano annusato il sangue, ma il verdetto finale non era stato ancora emesso.

Vitreus, che era uno tosto e non avrebbe rinunciato tanto facilmente a una vittoria, aveva ripreso ad avanzare verso il retiarius.

Drakos invece si teneva alla larga. Non è mai una brutta cosa che l’avversario perda sangue. A poco a poco gli sbollisce la rabbia, e col sangue perde anche le forze e il calore. Invece nei primi momenti dopo aver subito una ferita gli uomini diventano ancora più pericolosi, per il desiderio innato di vendetta. Gli uomini e anche le donne. Felitia ne aveva viste tante, entro quelle mura, e non era una che potesse commettere delle ingenuità come insuperbirsi per un graffio…

Però quel balletto non poteva durare molto, altrimenti la gente sulle gradinate si sarebbe incazzata. Volevano azione, mica tattica, quelli là.

E infatti Drakos, che tutto era meno che un pivello, rallentò e permise a Vitreus di avvicinarsi. Solo per fermare la sua avanzata a suon di botte sullo scudo. Le tre punte del tridente non permettevano a Vitreus di balzare di lato né a destra né a sinistra, bloccandolo lì dov’era.

Il guerriero dalla pelle scura però colse l’opportunità di gettarsi sotto la lunga arma del suo avversario, inclinando lo scudo in avanti e cacciandosi a testa bassa nel varco. Drakos si avvide subito del pericolo e scattò via, cercando di tirare indietro l’arma e recuperarla. Ma Vitreus lo incalzava senza dargli tregua: aveva trovato la sua occasione e non intendeva rinunciarvi.

Difficile correre indietro tanto veloce quanto un uomo può correre avanti. Uno alto come Vitreus, poi… Drakos era in difficoltà. O sembrava esserlo. L’Isolano scattò di lato e gettò la rete fra le gambe del secutor. Vitreus si impigliò e cadde in avanti. Rotolò e perse il grande scudo, su cui faceva bella mostra di sé una fenice scarlatta. Fu subito in piedi, ma gli restava solo la daga. Drakos gli fu addosso brandendo il tridente, senza curarsi di recuperare la rete.

Felitia si sentiva in bocca la fastidiosa polvere dell’arena, insieme al gusto amaro della tensione. Avrebbe volentieri sputato in terra, anche se non era un gesto elegante. Ma indossava un elmo chiuso, dannazione!

Adesso era Drakos ad avanzare, subissando l’avversario di finte e colpi di punta. Il secutor li deviava con l’arma oppure con il braccio destro protetto dalla manica corazzata, ma era costretto a cedere terreno.

Poi il braccio di Vitreus finì tra due punte del tridente e si bloccò lì in mezzo. Drakos cercò di liberare l’arma, Vitreus tirava indietro, ma non c’era nulla da fare. Erano incastrati entrambi. Il gladiatore nero, che era più grosso, iniziò a spingere indietro l’Isolano.

“Che vuol fare, per gli Dei?” sussurrò Edurne.

Felitia alzò le spalle.

Poi capì.

Il secutor portò avanti lil braccio sinistro e passò di mano la daga, preparandosi a colpire.

Ma Drakos non era meno svelto: sganciò la mano destra dal tridente, tenendolo con la sola sinistra, e diede mano anche lui alla sua daga.

Mentre Vitreus portava il colpo il retiarius gli ferì il braccio sinistro, che era privo di protezioni. L’arma del secutor cadde in terra assieme al suo sangue. Questa volta la ferita era profonda. Vitreus cadde in ginocchio e alzò il dito indice per chiedere la grazia. Si era giocato il tutto per tutto con una mossa ardita e aveva perso. Da valoroso.

Le grida degli spettatori riepirono l’arena:

Mitte! Mitte! Mitte!

Risparmialo.

E ci mancherebbe altro. Quei due erano stati uno più bravo dell’altro. E comunque era da molto tempo che la grazia non veniva negata. Non c’erano uomini da sprecare, nemmeno per gli spettacoli più grandiosi. Coi tempi che correvano…

Drakos diede la mano a Vitreus per farlo rialzare, poi fece di corsetta il giro dell’anfiteatro sventolando la bandierina azzurra del vincitore, mentre il secutor usciva di scena a testa bassa.

Trenta scontri, ventidue vittorie. No, adesso erano trentuno scontri e ventitre vittorie per Drakos. Un mostro. La quotazione di Vitreus invece era leggermente scesa. Ma che importava ormai? Tanto era finita. Era tutto finito, non solo i giochi dell’arena. Felitia avrebbe solo voluto che Glaucus fosse lì.

“Se domani finirà il mondo, vorrei passare con te l’ultimo giorno.” pensò. Ma non era possibile. Lui era lontano, chissà dove. E chissà se era ancora vivo. In realtà era probabile che giacesse straziato su un qualche campo di battaglia, in preda ai corvi…

Edurne fece un passo avanti. Felitia intuì, più che vedere, che la sua snella figura si era spostata.

“Tocca a noi adesso. Sei pronta, preziosa?” disse l’Hesperiana.

“Più pronta di te, stronzetta. E che Caronte se ne stia lontano da entrambe.”

 

 

La freccia colse l’elmo di Glaucus sul lato della calotta e rimbalzò via. Lui si gettò a terra subito ma il rumore, come quello di una campana, lo rintronò. Arrianus si girò verso di lui e gli sorrise.

“Ti è andata bene. Una mezza spanna più a destra e ti si piantava nel cervello.”

“Grazie, molto incoraggiante.” gli rispose il gladiatore.

Arrianus non riuscì a impedirsi una risatina nervosa.

“Tanto adesso o domani cosa cambia? Siamo tutti morti che camminano, qui. Quasi quasi è meglio farla finita subito.”

Glaucus sputò per terra.

“Non è il quando che conta ma il come. Una freccia in testa non va bene per un leone dell’arena. Almeno vorrei tirare le cuoia nella mischia, tirandomi dietro un certo numero di barbari.”

Il soldato si strinse nelle spalle, si sollevò appena, tese l’arco e scoccò una freccia, senza guardare se avesse colpito qualcuno o no.

“Bah, hai voglia, tanto per ognuno che ne ammazziamo le montagne ne partoriscono altri tre. Puoi essere bravo quanto vuoi con la spada. Non serve a niente.”

“Serve a me. Per andarmene con un po’ di soddisfazione, almeno.”

“Perché, non ne hai avute abbastanza, di soddisfazioni con una lama in mano? Sei stato un grande dell’arena, le folle ti hanno acclamato. E non solo da noi a Selenia ma sei stato su al Nord ad Alesia, e hai combattuto perfino nella grande Arena di Fortia, nella capitale. C’ero anch’io sulle gradinate ad acclamarti, che credi? Ora si deve morire e basta, l’Imperatore ci ha preceduto e non c’è più niente da fare. Tutto quanto finirà spazzato via.”

Glaucus scosse la testa.

“Una cosa ho imparato, nell’arena. Non è finita finché non è finita. Non si può mai dire.”

I barbari avanzavano verso di loro. Risalivano la collina in silenzio, adesso, cercando di avvicinarsi un po’ alla volta.

Glaucus rotolò allontanandosi da Arrianus, si cosparse l’elmo di fango e sollevò la testa appena al di sopra del margine del vallo per scrutare la situazione. C’erano tre orsacci vestiti di pelli che strisciavano avanti pancia a terra. Quella era gente delle tribù più selvagge, venute dal lontano settentrione con Wulfstan. Non erano abili e pericolosi come i mercenari del Grossrhinland… però con quelli ti potevi arrendere. Invece era meglio farsi ammazzare piuttosto che cadere vivo nelle mani di questi qui. Il gladiatore prese un profondo respiro poi tese l’arco, si alzò in ginocchio e scoccò. Non guardò cosa fosse successo ma si gettò subito a faccia in giù. Un urlo belluino gli comunicò la buona notizia. Preso. Si spostò di nuovo, e sbirciò. Due dei barbari si erano alzati e stavano trascinando indietro il compagno ferito, che non sembrava messo bene. Sanguinava copiosamente e la freccia di Glaucus gli spuntava per metà dal fianco. L’altra metà stava conficcata dentro il suo corpo, e doveva fargli parecchio male. Un dardo colse uno dei due alla coscia, facendo crollare al suolo tutto il terzetto. Qualcuno gridò chiamandoli, dal basso. Una voce piena d’angoscia, forse un padre o un fratello. Glaucus non era il tipo da farsi intenerire, e tirò di nuovo. Ne trafisse uno alla schiena. Quello finì a faccia in giù nel fango e smise di muoversi. Gli altri due tentavano di strisciare verso i loro compatrioti. Il barbaro ferito alla coscia andava più spedito ma quello con la freccia di Glaucus nella pancia si muoveva appena, e si lamentava. Il gladiatore si spostò di nuovo, afferrò un’altra freccia, la incoccò con calma dando le spalle al vallo. Sapeva che avrebbe potuto scatenare la rabbia dei Dosthan con quel gesto, ma tanto erano secoli che erano arrabbiati comunque. E comunque era furioso anche lui. Quella feccia nordica era venuta da così lontano per devastare il suo paese. Incendiavano le città, saccheggiavano i templi e abbattevano le opere degli antenati del suo popolo. E uccidevano, come se fosse un gioco. Strano pensiero, per un gladiatore. Lui aveva passato la vita a brandire armi contro i suoi colleghi e amici, a ferirli per denaro e ambizione. Per gioco, anche, in effetti: non poteva negare che per lui fosse un divertimento. Un divertimento pericoloso naturalmente, di quelli che ti fanno correre il sangue più rapido. Ma prima di arruolarsi nell’armata Imperiale aveva ucciso qualcuno solo un paio di volte, sempre per errore. Non era mai intenzionale ma poteva succedere, nell’arena, faceva parte delle regole. Tutti lo sapevano. Invece i Dosthan ammazzavano per il gusto di farlo, senza stare a guardare se le vittime fossero bambini indifesi, venerabili anziani, malati. Sfogavano il livore di generazioni su tutti quelli che capitavano sotto le loro sozze mani.

Tese l’arco, si girò e alzò la testa il meno possibile: quanto bastava per tirare e non un dito di più. Il dardo si conficcò alla base della nuca di quello ferito alla gamba. Il corpaccione del barbaro fu scosso da uno spasimo, cadde nel fango e poi non si mosse più.

Glaucus si voltò verso Arrianus, che annuì con una smorfia e se ne uscì con un fischio di ammirazione. Ma ogni altro rumore fu annullato dalle grida dei Dosthan, un clamore che si levò sempre più alto.

Glaucus corse verso l’amico tenendosi basso.

“Hai fatto una bella frittata, gladiatore.”

“Eh… mi è venuta così. Ma la freccia che aveva nella gamba, se stato tu?”

“Mmmh mmmh.” annuì l’uomo strizzandogli un occhio. “Anch’io sono capace di fare qualche danno ogni tanto.”

“ Attento che adesso arrivano. Ne hai di frecce?”

Il legionario si batté un colpetto sulla faretra.

“Bella piena.”

Seguì il rumore sordo delle frecce nemiche che si conficcavano nella terra battuta del vallo, o gli passavano sopra.

E poi i passi pesanti e affrettati di tanta, tanta gente.

In risposta ai lanci e alla carica dei barbari, una serie di palle infuocate provenienti dalle retrovie sorvolò il campo.

“Non risparmiare le frecce!” gridò Glaucus.

“Non vedo perché dovrei farlo, non ne conosco un uso migliore!” ribattè Arrianus.

Si ersero in piedi, pronti a tirare. Si parò davanti a loro la visione di un’onda di gente impellicciata e tatuata armata di asce e spade che arrancava in salita, verso di loro. Molti giacevano già a terra, altri bruciavano e, agitandosi, avvolgevano nelle fiamme anche i guerrieri vicini.

Lungo tutto il vallo i legionari erano usciti allo scoperto e tiravano senza posa. I primi a essere presi di mira erano stati gli arcieri nemici, scarsi di numero, e adesso i Mitoien potevano bersagliare quasi indisturbati il resto degli assalitori. I Dosthan però non cedevano e venivano avanti. Presto sarebbero arrivati a portata di giavellotto.

Adesso!

Glaucus lasciò cadere l’arco e afferrò lo scutum ovale per proteggersi e il primo giavellotto. Prese di mira un barbaro grosso e tatuato con un enorme scudo. Il giavellotto volò, si infisse nello scudo del nemico trapassandolo e si piegò. Il barbaro ruggì e lo gettò via, ormai inservibile. Il giavellotto di Arrianus gli entrò nel corpo bucando la cotta di maglia e uscì dalla schiena.

“Ecco un bello spiedino per la cena!” gridò il gladiatore mentre afferrava il secondo dardo. Lo lanciò a un ciccione barbuto. Il giavellotto passò lo scudo e si fermò dentro il petto del Dosthan. Quello di Arrianus disarmò un altro uomo dello scudo. Quello se ne liberò e volò verso il legionario, ma Glaucus si interpose fra i due estraendo la spada. Il Dosthan saltò. Glaucus si piantò ben solido coi piedi saldi a terra e ficcò il bordo inferiore dello scudo nei denti dell’assalitore, mettendolo steso in terra. Sulla bocca il barbaro aveva tutto un grumo di sangue e denti divelti. Glaucus lo finì con una stoccata alla gola e si erse a fronteggiare un altro avversario. Arrianus era già impegnato contro un altro uomo, parecchi legionari correvano verso di loro per soccorrerli. Il gladiatore si concentrò sul suo avversario. Altri due stavano dietro al Dosthan, due ragazzi giovani, mentre quello era di mezza età e sfregiato. Forse erano un padre e i suoi due figli. O forse no, ma a lui non interessava affatto. Manovrò spostandosi per tenere l’uomo più esperto fra sé e gli altri due, per non doverne affrontare più di uno alla volta. Quello si fece avanti con un urlo di guerra belluino nella sua lingua sconosciuta, tenendosi davanti il grande scudo rotondo dipinto a colori foschi. Voleva usarlo per spingere. Glaucus fece come per opporre scudo a scudo, ma all’ultimo momento si fece indietro e lasciò libero il terreno. Il Dosthan si sbilanciò in avanti. La spada di Glaucus guizzò come un serpente d’argento e lo morse a lato del collo, per poi uscirne subito dopo in una scia scarlatta. Il guerriero nordico cadde in ginocchi zampillando sangue. I due giovani dietro di lui scattarono ai suoi lati ululando, bramosi di vendetta. Decisamente, erano i suoi figli. Glaucus ignorò uno e caricò l’altro, girò e lo mise in mezzo fra sé e il secondo avversario. Quello dietro cercava di trovare lo spazio per affiancare il fratello, ma Glaucus aveva abilità ed esperienza da vendere e frustrò ogni suo tentativo mentre al contempo incalzava l’uomo che aveva davanti con finte multiple. Gli puntò il bordo inferiore dello scudo contro lo scudo, come se fosse il tridente di un reziario, poi si piegò e gli tagliò il tendine dietro la caviglia. Quello crollò al suolo. Glaucus lo finì in fretta con una punta fra petto e collo, appena sopra il bordo dell’usbergo, poi fece un rapido passo indietro. L’ultimo membro della famiglia Dosthan superò con un balzo il corpo del fratello e gli fu addosso mulinando una spada e un’ascia. Cercò di agganciare lo scudo di Glaucus con la testa dell’ascia, ma il gladiatore trasse a sé lo scudo, vicino al corpo. L’ascia mancò il bordo e strisciò sul cuoio spesso fino all’umbone, dove si fermò tintinnando. Il giovane si buttò contro lo scutum di Glaucus e alzò il braccio destro in un’imbroccata da sopra. Glaucus bloccò l’attacco sollevando lo scudo quanto poteva, allargò il braccio destro spostando anche il corpo da quella parte e muovendo il piede destro di lato. La sua spada si infisse nel volto del Dosthan.

Subito fu investito dall’assalto di tre guerrieri, che lo costrinsero a farsi sempre più indietro con una gragnola di colpi, fino a che quasi scivolò sul fango e sentì la parete del vallo contro la schiena. Brutta situazione: aveva le spalle al muro e non poteva più farsi indietro, il che non era certo un bene avendo tre avversari contro. Quello alla sua destra si sporse troppo tirandogli una stoccata alla faccia. Glaucus spostò lo scudo, bloccandogli il braccio, alzò la destra in un molinello e gli tagliò la gola di roverso. Quello alla sua sinistra approfittò per assalirlo al fianco sinistro, che era rimasto scoperto, ma lui riuscì a riportare lo scutum al suo posto in tempo, urtandogli la mano. La spada del gladiatore scattò mentre lui si girava ed entrò dritta nella faccia del barbaro. Si accorse che però così stava quasi dando la schiena al terzo, che stava leggermente più indietro degli altri due e aveva alzato la scure per colpirlo. Glaucus non sarebbe riuscito a riportarsi frontale in tempo. Invece proseguì il movimento, girando su se stesso e balzando via. Mentre lo faceva distese il braccio. La lama amputò all’ultimo Dosthan la mano destra, che cadde a terra mentre ancora stringeva la scure. Glaucus lo fronteggiò e vide il terrore negli occhi azzurri del nordico, mentre lasciava cadere lo scudo e cercava con la sinistra tremante il coltellaccio che portava alla cintura. Nessuno crede mai davvero che resterà mutilato o ucciso, mentre si lancia avanti in preda alla frenesia della battaglia, nessuno crede mai davvero che toccherà a lui. Glaucus gli infisse la spada nell’addome di sotto in su, passando sotto alla cotta. Fece tre passi indietro e lo lasciò lì a morire.

Si girò, cercando con lo sguardo altri avversari. Un barbaro smilzo correva verso di lui, ma fu gettato a terra da un giavellotto che lo colse al fianco. Arrianus si era liberato del suo avversario e i legionari appena sopraggiunti stavano finendo gli altri barbari. Sembrava che non ce ne fossero altri. Per il momento, solo per il momento. Glaucus gettò a terra lo scudo, pulì e rinfoderò la spada, poi armeggiò per slacciarsi l’elmo. Il sudore freddo gli colava dalla fronte, e passando le sopracciglia gli entrava negli occhi. Dannazione, non riusciva a togliere quel fottuto elmo… e faceva così caldo lì dentro, gli sembrava che la testa stesse per prendergli fuoco. Arrianus si avvicinò.

“Lascia, faccio io.”

“Sei ferito.” osservò Glaucus notando una striscia di sangue che colava sul braccio del commilitone.

Quello fece spallucce: “Un graffio. Una lama Dosthan mi ha fatto una carezza. La mia ha ricambiato in modo munifico. Peccato che su un piano più vasto stia accadendo proprio il contrario. Questa guerra è persa, caro mio, e noi non ne vedremo la fine. Comunque non sono sicuro di voler vedere il mondo che ne uscirà fuori.”

Quando finalmente Arrianus fu riuscito a slacciargli l’elmo, entrambi si lasciarono cadere ai piedi del vallo. Bevvero acqua mista a vino e aceto dalle borracce e si stesero ad aspettare il rancio. Non avevano più molta voglia di parlare.

La Dodicesima Legione era partita da Selenia per andare a bloccare ai Dosthan il passaggio verso la capitale. Ma era arrivata tardi. Era stata bloccata sulle colline presso Campusfloridus e respinta indietro. Nel frattempo Wulfstan si era fatto strada fino all’armata di Julius, passando più a Ovest. Il giovane Imperatore era morto, le legioni che erano con lui erano state annientate. Anche la spada appartenuta un tempo al primo Imperatore Valerius I, e poi a tutte le altre dinastie che si erano succedute sul trono d’oro di Fortia, era stata spezzata e non se ne sapeva più nulla. Poi la capitale stessa era caduta. Erano giunti alla Legione messaggeri con notizie terrificanti. Da giorni si levava fumo da Fortia, le rive del Patreflume erano nere di fuliggine e rosse di sangue. Sebbene la popolazione della capitale non fosse più quella di tempi più prosperi, c’era ancora quasi un milione di persone che viveva laggiù. C’era. Qualche giorno fa. Non si sapeva quale potesse il numero dei trucidati e dei superstiti, ma non c’era da farsi molte illusioni. Erano secoli che l’odio dei Dosthan per l’Impero covava e si alimentava. Adesso anche loro si trovavano circondati, su quello schifo di collina pelata. Il Legato Maurus Silvanus l’aveva scelta proprio per quello: del tutto sgombra di vegetazione e quasi liscia, ma con una piccola sorgente quasi in cima. Il lavoro dei legionari aveva fatto il resto: avevano costruito fossati e valli concentrici, predisposto cervoli e pali acuminati per bloccare le cariche della temibile cavalleria Dosthan, allestito trappole. I barbari avevano dovuto risalire la collina allo scoperto, esposti ai dardi dei legionari. Quando poi arrivavano troppo vicini, i contrattacchi dei soldati Mitoien li avevano sempre precipitati giù per il pendio in preda al panico. Così avevano respinto gli assalti nemici fino ad ora, rispondendo colpo su colpo. Ma quella resistenza, che pure era costata al nemico un gran numero di caduti, era stata pagata a caro prezzo. Le prime postazioni erano state perdute, e la Legione si era dovuta ritirare più in alto, i morti e i feriti non si contavano. Da qualche giorno i feriti meno gravi erano stati buttati in battaglia anche se zoppicavano o mancava loro un occhio.

L’ora dell’ultima difesa si avvicinava anche per loro, a grandi passi.

 

Continua qui:

GLI ULTIMI EROI DELL’ARENA – Parte II

 

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