Felitia stava curva e minacciosa come un grande felino furioso. Lei ed Edurne si erano scambiate qualche colpo, interlocutorio ma infido, e ora si stavano girando intorno come due leonesse in lotta per la supremazia nel branco, incitate dalla gradinate mezzo vuote dell’anfiteatro. Un filo di sudore le colava già sul lato della fronte. L’Hesperiana era veloce, santi Dei, forse anche più dell’ultima volta. D’un tratto Edurne chiuse misura balzandole contro, la sica affilata levata e pronta a colpire. Felitia all’ultimo momento alzò un piede e le sferrò un calcio frontale sullo scudo che la spinse indietro. La donna di Hesperios barcollò e quasi cadde all’indietro… sarebbe stato troppo facile! Invece ovviamente recuperò l’equilibrio con un balzo e si rimise un guardia. La folla rumoreggio e Felitia fu di nuovo consapevole che c’era un pubblico lassù, anche se l’arena era lungi dall’essere gremita c’erano comunque migliaia di persone con gli occhi attaccati a ogni movimento dei suoi piedi e delle sue armi. Come sempre, quella sensazione la inebriava. Si allontanò e si rivolse al pubblico, volgendo le spalle all’avversaria e alzando le braccia. La folla rispose gridando il suo nome. Sì! Sentì un basso ruggito alle sue spalle. Con la coda dell’occhio non perdeva di vista l’avversaria, ma sapeva che non l’avrebbe aggredita da dietro: il pubblico non l’avrebbe apprezzato. “Affrontami!” la provocò la sua avversaria “Non stare a esaltarti tanto per niente, io sono ancora qui.”

Felitia si girò sogghignando.

“Lo so. Intanto ti ho fatto rimbalzare via, ed è stato bello. Lo sai che non ti lascio avvicinare più di tanto.”

“Questo lo vedremo.” ribatté l’altra fra i denti.

Edurne non era abbastanza spiritosa per quelle battute, soprattutto quando si vedeva nel ruolo di perdente. Si vedeva bene che non vedeva l’ora di ribaltare il responso e farle rimangiare le sue parole. Il che andava solo bene, se la rendeva imprudente. Comunque meglio girarsi verso di lei. Appena lo fece, quella scattò sulla propria destra e poi avanti, subissandola di colpi che Felitia parò di scudo uno dopo l’altro, indietreggiando cauta. Edurne fintò un colpo al fianco destro e si lanciò in un salto basso e teso tentando di tagliarle il lato sinistro del bacino al volo. Felitia si rese conto che era troppo tardi per parare o andare indietro, così girò sopra il piede destro e fece un ampio passo circolare verso il proprio lato destro. Sentì la lama che le sfiorava i lombari senza raggiungerli. Era una mossa pericolosa che chiamavano “la scorciatoia”. Funzionò, portandola fuori dalla misura dell’avversaria. Felitia si girò a fronteggiarla.

Edurne stava ridendo.

“Figlia di una gran puttana, mi hai fatto un recorte!”

“Non parlo il tuo volgare dell’Ovest, ma credo proprio di sì, ragazza. E comunque non mi hai preso.”

“Ah, ma questa me la paghi.”

“Vedremo.”

Il pubblico aveva esultato sia per l’assalto feroce di Edurne che per l’agile contromossa di Felitia. Alcuni seguivano con entusiasmo fazioso certi combattenti in particolare, facendone i loro beniamini e scommettendo sempre su di loro, altri invece erano dei fini conoscitori dell’arte gladiatoria e sapevano apprezzare delle belle azioni quando le vedevano, a prescindere da chi le avesse eseguite.

Felitia non lasciò alla sua avversaria il tempo di ripartire ma si lanciò per prima in attacco.

Portò avanti la lama in una finta, Edurne si chiuse dietro lo scudo. Allora lei la colpì sullo scudo col bordo inferiore, tanto forte che rimbalzò indietro e urtò con violenza l’elmo dell’Hesperiana cavandone un suono come di campana. Quella però, per niente stordita, ne approfittò per inclinare il proprio scudo, infilarsi sotto allo scudo di Felitia e lanciare una punta al ventre. Colpo pericoloso, Minerva!

Felitia ritrasse il piede sinistro vicino all’altro e buttò il sedere indietro, sottraendosi alla stoccata. Al contempo ritrasse lo scudo e ne utilizzò il bordo per sferrare una botta sulla mano dell’assalitrice. Edurne lanciò un grido e la sica le sfuggì dalle dita doloranti. Felitia calciò via l’arma. La sua avversaria si fece indietro, protendendo lo scudo per prendere spazio. Fece per scartare di lato e correre verso l’arma ma Felitia si mise in mezzo.

“Zorra puta asquerosa!” sibilò l’Hesperiana.

“Non ti capisco.”

“Va là che mi capisci, se vuoi.”

Di nuovo Edurne fece per girarle attorno. Il suo obiettivo era chiaro: recuperare l’arma. Ancora una volta Felitia non glie lo lasciò fare.

“… che poi non so nemmeno se riuscirei a raccoglierla!” si lasciò sfuggire la donna dell’Ovest, frustrata.

“Ossa rotte?”

“Non lo so, mi fa un male d’inferno.”

“Te lo meriti! Cosa ti è saltato in mente di tirarmi una stoccata alla pancia? Mi volevi ammazzare?”

“Bah, lo sapevo che schivavi. Ti conosco.”

“E infatti ho schivato… e ti ho punita per bene, come meriti! Non ti azzardare mai più a farmi un colpo del genere o io inizio a tirarti alla gola, lesbica dei miei stivali.”

Edurne indietreggiò, stupita.

“Oh, dai, non ti arrabbiare, preziosa!”

Felitia si tolse di mezzo.

“Dai, raccoglila, vediamo se riesci a brandirla.”

La folla la ringraziò inneggiando il suo nome, mentre la gladiatrice ferita correva a riprendere la sua arma prima che lei cambiasse idea.

“Ce la fai?”

“Più o meno…”

“Adesso ti do un’altra botta, allora!”

Le si scagliò contro con la voglia di finirla, pentita di averle concesso di ricominciare e di essersi messa di nuovo in pericolo.

“Sono un’idiota.” pensò “Avevo già vinto e guarda qua, ora quella maneggia la sica come se niente fosse.”

Scrutando dentro l’elmo dell’avversaria però, tra i fori, poteva vedere la sua smorfia di dolore.

“Allora l’hai sentita, invece…”

Bisognava chiudere. E farlo bene, vincendo lo scontro. Era l’ultimo duello nell’arena della sua carriera. Oggi si chiudeva, per sempre. E lei voleva vincere. Anche Edurne lo voleva, ma la sua mano non più era a posto, e questo fa la differenza.

Si fece sotto.

Edurne fece apparire la sica da sotto lo scudo, da sopra, di lato. Brevi finte per confonderla. Felitia attaccò al fianco sinistro, chiuse misura, abbassò lo scudo di proposito per invitare l’avversaria. Edurne, che era in difficoltà, abboccò. Quando si sta affogando ci si aggrappa a qualunque cosa ed non c’è niente di così pericoloso come le false speranze. Alzò lo scudo di scatto, colpendo di sotto in su la mano dell’Hesperiana. Non era un colpo forte, ma quella già doveva sentire un bel po’ di dolore. Gridò. Non lasciò cadere l’arma ma ritrasse il braccio e si chiuse in difesa. Felitia balzò in alto, come per colpirla da sopra, poi si lasciò cadere abbassandosi e scattando sulla propria destra, e le assestò un lungo taglio sulla coscia, dal bacino fin quasi al ginocchio.

Edurne finì in terra bestemmiando Diana, lei per maggior sicurezza le assestò un calcio sul petto, fra i seni, e poggiò l’altro piede sulla lama.

La gladiatrice sconfitta lasciò andare la sica, rotolò via nella polvere, si inginocchiò e alzò l’indice della mano destra rivolta verso il pubblico.

“Mitte! Mitte! Gloria a Felitia!”

Le grida le giungevano dagli spalti come ovattate, irreali.

Era finita. Adesso era davvero finita. Quella era stata l’ultima volta per lei lì dentro. Si tolse l’elmo e sciolse i capelli con un movimento furioso, mentre le lacrime le arrivavano inarrestabili agli occhi. Si girò intorno, salutando la folla in ogni direzione.

Oggi la celebravano, le lanciavano otri di vino e rose.

Domani sarebbero arrivati i barbari alle porte della città. Le avrebbero sfondate e avrebbero ucciso tutti. Lei ed Edurne e tutta quella gente che era venuta lì a vederle, per l’ultimo saluto. Prima di scomparire tutti nelle tenebre più profonde, per sempre. Dove l’ombra di Glaucus la stava di certo aspettando.

 

 

Il sole calava rosso a Ovest, fra le terre già preda delle orde Dosthan, oltre le trincee fangose e devastate del campo di battaglia.

Il Legato aveva lo sguardo perso fra le colline che si estendevano fino a brume remote e le gelide praterie del firmamento.

“Mi hai mandato a chiamare, Legato, e io sono venuto.” disse con tono marziale, per annunciargli il suo arrivo.

L’ufficiale sorrise d’un sorriso e mesto, senza girare il capo verso di lui.

“Ti ho fatto venire fin quassù per un motivo, Glaucus. Conosco il valore che hai mostrato nelle arene, io stesso sono stato fra il pubblico che ti acclamava più di una volta. E hai dimostrato uguale valore come legionario. Oltre alla perizia nelle armi, naturalmente. Un soldato esemplare.”

“Grazie, signore. Faccio del mio meglio per cercare di meritarmelo.”

Adesso il Legato decise di girarsi e fissarlo negli occhi.

“Come vedi la nostra situazione?”

Glaucus sospirò.

“Sinceramente?”

“In tutta sincerità, sì.”

“Disperata. Voi lo sapete meglio di me. Le orde dilagano ovunque, non vedo da dove possa venire soccorso. Perfino l’Ovest è invaso, Alba e Valbania sono cadute. L’Imperatore dicono che sia morto, Fortia è caduta. Dovunque si guardi non c’è che sfacelo e sconfitta. Sono troppi, non ce la possiamo fare.”

L’anziano ufficiale assentì, lentamente.

“E’ triste, concludere così una lunga vita dedicata all’esercito Imperiale. Ma ora veniamo a noi. Guarda qui adesso. Le nostre linee e quelle nemiche, voglio dire.”

Glaucus gettò lo sguardo sullo sfacelo di fango, sangue, cenere e cadaveri che li circondava, oltre il campo. I valli e i terrapieni concentrici reggevano, pur se assediati da ogni direzione. Ancora più in là si estendevano le raffazzonate tende di pelle dei barbari, in tutte le direzioni. A Est, però, c’era un’altra collina poco distante, e un profondo ruscello scorreva in mezzo, circondato da rovi di more e agrifoglio. Lì le tende nemiche erano meno fitte e si interrompevano dopo poche file a causa di quelle irregolarità del paesaggio.

“Le difese reggono. Laggiù a Ovest ci sono delle tende che prima non c’erano, forse qualche capotribù che si è unito ai nostri nemici. Là invece c’è un punto debole nello schieramento, se mai volessimo attaccare. Ma non abbiamo abbastanza uomini per contrattaccare: sarebbe un suicidio, a meno che non riceviamo dei rinforzi da fuori.”

Il Legato scosse la testa.

“Non ci sono più rinforzi là fuori, Glaucus. Non c’è più nulla là fuori, se non morte e distruzione. Ma, come vedi, restare qui vuol dire solo rimandare l’inevitabile. Invece altri selvaggi ancora si uniranno a quel contingente Dosthan, sempre di più. Se dovessimo rimanere l’ultimo luogo che resiste all’invasione verrebbero qui tutti quanti, alla fine, per avere l’onore di sgozzarci, compreso il grande Wulfstan in persona. L’Impero è andato, Glaucus, e non tornerà mai più. Ma abbiamo ancora le nostre vite, e a questo punto non ho più il diritto di chiedervi di sacrificarle. Si può combattere fino a che resta una speranza di vittoria, per flebile che sia, ma andare oltre è solo pazzia.”

Glaucus fece una smorfia e annuì. Forse era ancora possibile per lui raggiungere Selenia, rivedere Felitia prima di andarsene. Almeno avrebbero affrontato insieme quel futuro incerto, fosse anche solo per morire insieme.

“Andiamo a casa, Glaucus, se riusciamo a tirarci fuori da questo casino. E poi ognuno per sé e cerchiamo di sopravvivere al crollo di tutto come possiamo. Ci sarà ancora qualche buco dove un uomo possa andare a nascondersi con la sua famiglia, in fondo, mica ammazzeranno tutti dal primo all’ultimo. Allora, cosa faresti tu se fossi al mio posto?”

“Sei tu l’ufficiale, Legato, io sono solo un duellante. Non mi intendo più di tanto di tattica e strategia militare.”

Il Legato sbuffò.

“Non c’è mica tanta differenza, sai. Alla fine è grosso modo come un combattimento nell’arena, uno contro uno, solo che è su scala più vasta. Si fanno finte, inviti, si tenta di anticipare il colpo del nemico, si cerca il punto debole. Tu cosa vedi?”

“E va bene. Vedendola così… io farei una finta di là, voglio dire, un diversivo. E poi mi butterei con ogni uomo in grado di reggersi in piedi verso quel ruscello. Si esce dall’altra parte della collina e si corre via, sperando di farcela. E’ da fare di notte.”

L’ufficiale si concesse un ghigno.

“Questa notte. E’ da fare questa notte.”

 

GLI ULTIMI EROI DELL’ARENA – Parte III

 

 

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