Illustrazione di Andrea Camaggi

 

La folla era fluita fuori dall’anfiteatro come l’acqua da un recipiente pieno di buchi, mentre il sole calava oltre le mura della città. Felitia uscì dai bagni delle gladiatrici finendo di rassettarsi. Aveva lasciato lì, nella sua cassapanca, armi e armatura e aveva ripreso la sua veste e la cintura con la sua sica, che era solita portare fuori dall’arena. Si imbatté in Drakos e Vitreus, che stavano uscendo da una porta laterale.

“State bene?” chiese, salutandoli da lontano.

“Più o meno.” rispose Vitreus sorridente, mostrando le fasciature sulla spalla e sull’avambraccio “Tranne l’orgoglio.”

“Vieni a bere con noi?” le chiese Drakos.

Lei scosse la testa.

“Vado a casa, ma prima passo a vedere come è messa Edurne.”

Vitreus rise:

“Anch’io vado a casa, a leccarmi le ferite. Però non farei a cambio con lei: lascio a Edurne i suoi danni e mi tengo i miei. Augurale una buona guarigione anche da parte mia.”

I due uomini si avviarono all’uscita. Felitia invece si diresse al gabinetto del chirurgo.

Edurne se ne stava stesa su un lettino mentre l’uomo finiva di cucirle il taglio che Felitia le aveva inflitto sull’esterno della coscia.

“Come va?”

Edurne le fece l’occhiolino.

“E come deve andare, preziosa? Ci tenevo a vincerlo questo scontro perché non avrò mai più modo di ottenere una rivincita, e forse domani a quest’ora saremo tutti morti e la città sarà un cumulo di rovine fumanti. Ma è così che va coi desideri. Le dita almeno non sono rotte.”

“Ne sono lieta.”

“Non sembra, da quanto forte ci hai picchiato e ripicchiato sopra, hija de puta.”

Risero insieme.

“E la gamba?”

Il chirurgo le interruppe:

“Qui ho quasi finito. Tieni la ferita pulita, Edurne, e non fare stupidaggini. E’ solo un taglio superficiale, Felitia, non me preoccuperei troppo. I problemi sono altri.”

“Eh già, i barbari. Dicono che domani mattina saranno già qui.”

“Proprio così.”

Edurne si stiracchiò:

“Almeno dato che la mia mano funziona potrò buttarne giù qualcuno prima che mi mettano le mani addosso. Lo sai che non gradisco gli uomini. Chissà se hanno delle guerriere, nelle tribù, magari mi si fanno quelle lì, invece, e allora potrebbe non andarmi così male. Basta che non puzzino troppo…”

Felitia scosse la testa.

“Sei disgustosa.”

La combattente ferita ridacchiò.

“Non ti incuriosisce per niente l’esperienza? Non vorresti provare? Tanto Glaucus è lontano, e domani con tutta probabilità saremo entrambe carne morta.”

Il chirurgo alzò un sopracciglio e Felitia si fece indietro.

“Smettila, dai, lo sai che mi imbarazzi quando fai così.”

“Ti prendo in giro, preziosa, lo so che non mi ami.”

“Al massimo ti sopporto.” sogghignò lei.

Edurne mise in mostra la coscia nuda che il medico stava finendo di rimettere insieme.

“Però questa cicatrice che mi hai lasciato mi favorisce… tutto fascino, no? La misteriosa guerriera dal lontano Occidente, con la coscia segnata dall’acciaio. Non ti eccita?”

“Per niente. Se sapevo che facevi così ti bucavo di punta invece, brutta strega. Adesso me ne vado, ti lascio ai tuoi deliri.”

Quella se la rise di gusto.

Mentre Felitia se ne andava le gridò dietro:

“Se ci ripensi sai dove trovarmi!”

Felitia rispose con un gestaccio, senza voltarsi.

Non le piaceva quel modo di scherzare di Edurne, non riusciva a capire fino a che punto la stesse solo prendendo in giro o se ci stesse provando sul serio. Forse entrambe le cose.

Le strade della città, sulla via di casa, erano quasi deserte, illuminate scarsamente da torce fumose. Ognuno se ne stava chiuso in casa con la famiglia, assaporando l’ultima sera di libertà, forse l’ultima della loro vita. La sua, di famiglia, invece si riduceva al solo Glaucus, e lui adesso chissà dov’era. Avevano cercato di evitare dei figli, perché era troppo presto… e poi erano arrivati i barbari. Senza preavviso l’invasione era precipitata sul mondo civile da Nord, le difese erano crollate, perfino Il Chiodo, la fortezza più possente al mondo lassù sulle Montagne Bianche, era caduto. E Glaucus era andato a combattere sotto i vessilli dell’Imperatore per tentare di tenere l’apocalisse lontano da casa.

Glaucus alzò la testa quel tanto che gli permetteva di scrutare al di là del terrapieno, nelle tenebre. Appena il sole era calato gli ordini erano arrivati a tutti i manipoli. Si doveva utilizzare la maggior parte delle ore notturne per fuggire di lì, quindi la sortita doveva scattare presto. Lui, Arrianus e il Legato erano col gruppo che avrebbe rischiato di più: quelli che avrebbero partecipato alla diversione verso Sud-Ovest, e subito dopo avrebbero dovuto seguire tutti gli altri nella vera sortita verso Est. Avrebbero dovuto sfondare le linee nemiche, poi tornare indietro e lasciare l’accampamento per ultimi seguendo tutti gli altri. Se i Dosthan fossero riusciti a organizzare una reazione e richiudere la falla, sarebbero stati loro a doverla affrontare. Il suo amico Arrianus indovinò i suoi pensieri e gli rivolse un tentativo di sorriso, più simile a una specie di ghigno: “Che gioia, essere nelle truppe scelte, eh, occhi blu? Ti sforzi tanto negli allenamenti, e nel tuo caso pure nell’arena, per emergere sugli altri e il risultato qual è? Doppia razione di prima linea e sempre nel posto più di merda fra tutti.”

“Ci tocca.” gli rispose Glaucus, laconico.

Da ragazzo povero dei bassifondi di Selenia, sempre affamato ma svelto di mano e di piedi, aveva sognato da sempre di diventare un grande gladiatore, fin da quando suo padre era riuscito a rimediare in qualche modo l’entrata ai giochi. Lassù in cima, nelle ultime gradinate dove i combattenti sembravano piccoli come formiche e la gente gridava senza ritegno incitamenti e bestemmie, mentre le monete cambiavano di mano a ogni ferita, lui aveva visto il proprio destino. Tutti si erano alzati in piedi acclamando i vincitori come divinità… “Hoc habet! L’ha preso! Ma come fa? E’ un fulmine!” “Dagli, dagli, è tuo… grandissimo! Ma si è mai visto un mirmillone così?” “Gloria a Rufus, il suo tridente è più rapido di quello di Nettuno! Mi hai fatto guadagnare venti monete, bello!”

E lui, bambino, che guardava a bocca aperta. Da quel giorno non aveva avuto altro scopo nella vita. Costringeva gli amici a schermire coi bastoni in continuazione, e quando non ne potevano più ne cercava altri. Appena fu in grado di sollevare un sacco di grano, o di qualunque altra cosa, lavorò come facchino per pagarsi le lezioni di gladiatura del doctor. Un paio di volte era arrivato addirittura a rubare dei soldi, per quello. E tutto ciò lo aveva portato lì. Tutto ciò, più l’invasione Dosthan che aveva spazzato via una dopo l’altra le ultime armate su cui l’Impero poteva ancora contare: le fortezze delle Montagne Bianche erano cadute, perfino Il Chiodo, un prodigio della natura e dell’ingegneria Mitoien, e l’imprendibile Croda.

I barbari adesso mangiavano e bevevano nel loro campo, si udivano grida piene di baldanza e canzoni attorno ai fuochi da campo.

Anche i suoi commilitoni sembravano fare lo stesso, ma i pentoloni sui fuochi contenevano solo acqua e i commensali avevano l’armatura indosso, sotto le tuniche. Tenevano le armi a portata di mano. Nessuno, dalle tende Dosthan, avrebbe potuto accorgersi di quei dettagli.

Il Legato era in piedi, ritto e rigido nelle tenebre. Rivolse uno sguardo a Glaucus e lui assentì. Il vecchio alzò un braccio. Glaucus strinse i denti e rese più salda la presa sul giavellotto.

“Ora! Percute!”

Palle di fuoco e dardi di ogni tipo vennero scagliati sulla sezione a Sud-Ovest del campo nemico. Glaucus si alzò, insieme ad Arrianus e tutti i legionari scelti che li circondavano, e prese a correre verso i barbari. Il Legato li seguiva a ruota.

Una falarica lanciata da una grossa balista spazzò via la tenda davanti a loro, tanto grande da ospitare un’intera tribù. I tronchi che la sostenevano furono tagliati in due o strappati via, e tutta la struttura fu lanciata lontano travolgendo altre tende.

Appena fu in gittata Glaucus, senza smettere di correre, scagliò il giavellotto verso le figurette nere che parevano danzare davanti ai fuochi, nel panico. Il suo era solo uno dei tanti che si abbatterono sui guerrieri nemici più vicini, in una nuvola densa di punte mortali. Prese il secondo giavellotto dalla mano sinistra, con cui fino a un istante prima lo impugnava insieme all’impugnatura dello scudo, e gettò indietro il braccio per scagliarlo. Dal nulla, a un passo da lui, emerse un barbaro con uno scudo nero, che lo assalì con l’ascia levata. Una sentinella nascosta! Glaucus invece di lanciare il giavellotto lo usò per fintare una punta al volto. Il Dosthan alzò lo scudo per proteggersi. Glaucus cambiò impugnatura afferrando al volo il giavellotto sottomano e colpì al ventre, da sotto lo scudo del nemico. La punta trovò del morbido, entrando nel ventre del Dosthan sotto la cintura, dove l’usbergo non arrivava. Glaucus ignorò il terrore negli occhi del barbaro, azzurri come i propri, e lo spinse via con lo scutum. Lanciò il giavellotto un istante dopo tutti gli altri, con la punta che grondava sangue. Poi furono tra le tende. I legionari entravano ad ammazzare quelli che erano all’interno, abbattevano le rastrelliere di armi e il cibo che cuoceva, sgozzavano i guerrieri disarmati. Il Legato faceva lo stesso, fra un fendente e un ordine sbraitato a piena voce. Indirizzava le varie squadre indicando con la spada dove dirigersi.

Sopra le loro teste le macchine da guerra della Legione continuavano a colpire la zona più avanti, senza risparmiare i colpi come invece erano state costrette a fare nei giorni precedenti. In questo modo scoraggiavano i rinforzi nemici dal raggiungere la zona degli scontri. Mentre affrontava un guerriero biancobarbuto, Glaucus si chiede se non fosse possibile sfondare davvero. Forse sì, però poi si sarebbero trovati in aperta pianura: meglio seguire il piano. Parò un fendente e colpì il vecchio in faccia col bordo dello scutum, rovesciandolo a terra. Lo finì con una stoccata al ventre. Non indossava la cotta, come del resto la maggior parte dei nemici. Non avevano fatto in tempo a mettere l’armatura. Era un fattore che faceva la differenza.

Insieme ad Arrianus e un altro affrontarono in tre una coppia di nemici. Glaucus, che era sul lato sinistro, si gettò di lato e si piegò, tagliando il suo avversario dietro al ginocchio. Coi legamenti tagliati, il Dosthan finì a terra. Arrianus e l’altro legionario ne approfittarono per travolgere insieme il secondo combattente avversario. Glaucus sferrò un calcio in faccia al suo nemico atterrato, lo schiacciò premendogli il suo stesso scudo sul corpo con il piede e gli trafisse il fianco. Lo lasciò lì a spirare. Proseguirono. Il gladiatore si trovò davanti una donna e un ragazzino, entrambi armati. Forse madre e figlio. Era un intero popolo, quello che si era mosso attraverso i monti per annientare il suo, di popolo. Non un esercito, ma una sterminata orda tribale. Glaucus sferrò un taglio diagonale fra collo e spalla al ragazzo prima che potesse sollevare le armi. La donna ululò di furia e dolore e lo investì colpendo con lo scudo. Glaucus fece un passo indietro, parò l’urto col proprio scudo, si piegò e le tranciò entrambi i piedi, che nella sua follia la Dosthan aveva portato dannatamente vicino a lui. Mai combattere con furore. Quella rotolò per terra in una pozza di sangue e prese a strisciare verso di lui menando colpi. Glaucus saltò via. Cercò di avvicinarsi, ma la donna ruggiva e colpiva l’aria tutto intorno come un’arpia. Arrianus raccolse da terra un giavellotto e glielo lanciò, inchiodandola al suolo.

Corsero avanti, falciando altri barbari. Oltre, ancora oltre. “Plus Ultra“, come recitava l’antico motto. Tutto bruciava, c’era ovunque sangue e distruzione, gente che fuggiva, gente che accorreva, gente che urlava in due lingue diverse e moriva in un unico modo. Male.

Il Legato e i portatori di insegne si erano fermati in mezzo a quell’inferno, il cornicen suonava la ritirata. Un tizio sbucò da una tenda in fiamme e corse con un grido di guerra verso il Legato, la spada levata. Glaucus lo intercettò e lo colpì alla schiena.

“Torniamo al campo, ci stiamo addentrando troppo!” gridò l’ufficiale. Glaucus assentì e strattonò Arrianus.

“Via! Indietro!” gli urlò. Da ogni parte affluivano i legionari che si erano sparpagliati fra le tende.

Si ritirarono in buon ordine, guardandosi le spalle a vicenda e coperti dai tiri degli arcieri e dagli ultimi proiettili delle macchine da guerra, che ormai una dopo l’altra rimanevano senza munizioni.

Presto si trovarono nella terra di nessuno, e poi a scalare il vallo fra i pali appuntiti e i cervoli. Molti erano senza fiato.

“Coraggio, schiappe, la notte è appena iniziata!” li incitò il Legato. Si rimisero a correre. Se un uomo avanti con gli anni come lui correva come un capretto nessuno voleva essere da meno. Niente è come l’esempio, in guerra. Lo diceva spesso proprio lui, il Legato.

Il campo Mitoien era deserto. Le fiamme iniziavano a bruciare le tende, le suppellettili e soprattutto le macchine da guerra. Non avrebbero lasciato nulla ai barbari! Percorsero l’accampamento in fretta, cercando di non fissare lo sguardo sui luoghi dove avevano vissuto nelle ultime settimane, e sulle cose che stavano lasciando indietro.

All’altro estremo, tra le fortificazioni, gli ultimi ritardatari si stavano affrettando verso l’esterno, e facevano cenno di raggiungerli.

Il Legato gridò:

“Andate, andate avanti! E buttate via tutta quella roba! Sì, anche le insegne! Noi arriviamo!”

Quelli lasciarono cadere a terra sacchi di iuta, armi e vessilli e sparirono nel buio. Il gruppo dei legionari scelti li seguì compatto. Più avanti, laggiù, un taglio di ombra e fiamma divideva l’estensione delle tende nemiche, là dove la Legione era passata come una lama, incendiando le tende e spegnendo i fuochi da campo nel sangue. Glaucus e gli altri vi si gettarono, spacciando qualche superstite che si metteva in mezzo senza mai fermarsi. Appena lasciarono le ultime tende un gruppo di cavalieri nemici si lanciò all’inseguimento. Una pioggia di frecce li decimò e i barbari si girarono e fuggirono al galoppo. Gli arcieri chiudevano la colonna dei fuggiaschi, di retroguardia, e non attendevano altro. Dopo qualche istante di affannosa corsa notturna Glaucus e gli altri incursori li raggiunsero.

“Ce l’avete fatta! Evviva!” gridò qualcuno.

“Siamo qui!” rispose il Legato, roco e quasi senza voce.

Davanti a loro si ergeva la massa scura della collina che stava di fronte a quella su cui era stato costruito il campo fortificato. Risalirono il flusso di legionari che marciavano veloci e silenti, arrancando e incespicando. Deviarono infilandosi fra due poggi. Guadagnarono il fronte della colonna e si riunirono al gruppo di comando formato da alcuni centurioni e dai tribuni superstiti. Il Legato prese in mano la situazione.

“Di là!” ordinò.

Senza esitare tutti lo seguirono fra i rovi, calandosi giù fino al letto del torrente, senza badare ai graffi e alle punture d’insetto. Non c’era molta acqua, arrivava solo fino alle caviglie. Il fiumiciattolo serpeggiava fra massi e alberi contorti soffocati dall’edera e da altri rampicanti. Spesso dovettero farsi largo fra la vegetazione a colpi di spada. Si udivano le grida dell’orda che li cercava, sempre più fievoli man mano che proseguivano. Avevano preso solo armi, armature e bisacce piene di cibo, nient’altro salvo l’aquila della legione, sacra a Giove Ottimo Massimo e allo spirito divino dell’Impero stesso. Quella non la si poteva lasciare nelle mani dei Dosthan, in nessun caso. Risalirono il ruscello per circa un’ora, poi deviarono seguendo un affluente, e dopo un po’ fecero di nuovo la stessa manovra. Arrivarono fino alla sorgente, che fuoriusciva da un masso a metà di una collina boscosa. Salirono fino in cima al colle e iniziarono a scendere dall’altra parte. Ora seguivano un largo sentiero sterrato, con la foresta ad ambo i lati. Soldati senza armatura e arcieri battevano la zona davanti alla colonna e ai fianchi, per evitare sorprese. Si udiva spesso il verso del gufo, che gli esploratori imitavano per segnalare che andava tutto bene. Il Legato procedeva a larghi passi, implacabile, con grande sicurezza. Glaucus, che per tutto il percorso non aveva abbandonato il suo fianco, come se fosse diventato la sua guardia del corpo personale, si sorprese a chiedersi se davvero sapesse dove stava andando. L’ufficiale dovette cogliere la sua occhiata dubbiosa, pur nell’oscurità che li avvolgeva.

“Ho studiato il terreno, Glaucus. E poi venivo a caccia da queste parti: ho… avevo dei parenti in questa zona.”

“Non ho alcun dubbio, signore.” rispose lui, rassicurato.

Cambiarono strada ancora un paio di volte, approssimandosi sempre di più al bordo dell’Altopiano Centrale. La notte intanto trascorreva, inesorabile. Il tempo feroce faceva scorrere il globo del mondo sotto i loro piedi e portava nuove stelle sopra alle loro teste. Quando si trovarono in una specie di conca coperta di foreste cominciò ad albeggiare. Nessuno sentiva la stanchezza, ancora: troppo grandi erano stati il pericolo e la tensione.

Prima che il sole si alzasse e cominciasse a scaldare, il Legato ordinò di fermarsi. Gli uomini ne approfittarono per bere e mangiare qualcosa in fretta, in piedi. L’ufficiale chiamò a sé l’aquilifero. Con un cenno gli indicò di consegnargli l’aquila d’oro della Legione. L’uomo esitò un istante prima di obbedire. Il Legato afferrò l’asta dorata e si inginocchiò. Tutti lo imitarono, mormorando ognuno una preghiera sommessa. Poi il vecchio soldato prese l’aquila con due mani e con gesto solenne la depositò all’interno di un piccolo fossato, fra la terra nera e molle. Afferrò la dolabra e la ricoprì di terra. Glaucus, Arrianus e altri si affrettarono ad aiutarlo.

Tibi levis terra sit.

Pronunciò infine il Legato, come se l’aquila fosse un parente deceduto. Avevano tutti le lacrime agli occhi, molte scorrevano copiose sulle guance segnate di austeri veterani, compreso il Legato stesso e l’aquilifero, che aveva portato con onore e difeso sempre quell’insegna sacra, in mille battaglie. Glaucus, anche se era rimasto nella Legione meno di un anno, si sentiva la gola stretta dal magone.

Fecero ancora un paio di miglia poi il Legato si fermò di nuovo e si spogliò dell’armatura e delle insegne di comando.

“Vi raccomando di fare lo stesso. Lasciate gli scudi e le armature qui. Siamo abbastanza lontani dall’aquila perché non la trovino, se anche dovessero trovare le armi. Potete tenere quelle più comuni, che anche i privati cittadini possono portare: spade, pugnali e archi. Ma vogliano gli Dei che non dobbiate usarle. E prego che Giove Ottimo Massimo abbia pietà di noi tutti. Però liberatevi da ogni cosa che porti il segno dell’Impero o della Legione. D’ora in avanti siamo solo viandanti sulla via di casa. Figli miei, non è rimasto più niente da proteggere, più niente per cui valga la pena di lottare, se non le nostre stesse vite. Tornate a casa, fingete di scordarvi di quel che siete stati un tempo e cercate di sopravvivere, per voi stessi e per i vostri cari. C’è chi dice che è meglio morire liberi che vivere schiavi, ma oggi io credo che il nostro dovere sia invece vivere, anche come schiavi se necessario, e portare alle generazioni che verranno il ricordo di ciò che fu: l’Impero, Fortia, la civiltà edificata in tanti secoli dai nostri Antenati. Insegnate ai vostri figli che le rovine che vedranno intorno a loro non sono opera di giganti, ma della nostra stessa stirpe. Tramandate e conservate ciò che potete, perché un giorno, non vi so dire quando, noi sorgeremo di nuovo.”

Allora anche gli ultimi steccati dei loro spiriti crollarono, e si videro uomini duri singhiozzare come fanciulli e soldati dalla pelle di cuoio imprecare e piangere mentre erano intenti a disfarsi degli usberghi e delle cinture militari e degli scudi.

Era finita.

Una storia di millenni, conquiste e vittorie e civilizzazione, si concludeva nella più amara delle disfatte e in un crollo senza rimedio. Anche Glaucus avrebbe voluto piangere ma era bloccato. Non ci riusciva, né riusciva a parlare, soffocato com’era dalla commozione e dalla rabbia.

I legionari iniziarono a disperdersi, prendendo sentieri diversi. Molti di quelli più giovani, senza una famiglia propria, andarono a Sud verso l’Altopiano. C’era qualche via percorribile che portava fin lassù, non molte in verità, e lì i barbari avrebbero fatto fatica ad andare. Altri andavano a Nord, verso la Pianura. Glaucus sentì parlare alcuni della possibilità di raggiungere la città di Alesia. In mezzo alla vasta isola lacustre, cinta da mura possenti, quella città poteva provare a resistere. Altri gruppi annunciarono di volersi dirigere alle paludi del delta del Dathus: pensavano di nascondersi fra i canali, grazie alle nebbie che spesso avvolgevano quei luoghi insalubri. Glaucus si girò verso Arrianus.

“Io vado a Selenia, da Felitia. Vorrei riuscire ad abbracciarla di nuovo prima della fine. Tu cosa fai?”

Arrianus tirò su col naso.

“E cosa vuoi che faccia? Un posto vale l’altro, non c’è salvezza da nessuna parte: quelli lì arriveranno dappertutto prima o poi, si può solo guadagnare un po’ di tempo. Anche la mia famiglia è vicino a Selenia: secondo l’ultima lettera che ho ricevuto da mia moglie si sono rifiutati di lasciare il nostro villaggio. Se vuoi possiamo viaggiare insieme.”

Glaucus annuì.

“Ne sarei felice, e onorato.”

Il legionario sorrise un sorriso triste.

“Vale anche per me.”

Il Legato passò alle loro spalle. Indossava una tunica semplice, un mantello da viaggio e un cappello di paglia a tesa larga, la spada e il pugnale alla cintura.

Vestito così sembrava quasi un vecchio contadino. Quasi.

“Buona fortuna, gladiatore.” gli augurò incamminandosi.

“Buona fortuna anche a te, signore.”

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