Prima della fine della notte Felitia era stata svegliata dalla ronda cittadina, che chiamava alle armi chiunque fosse in grado di portarle. Si era diretta all’anfiteatro, dove un soldato in pensione aveva ricevuto l’ingrato compito di inquadrare i gladiatori in un contingente che avesse una parvenza di ordine e di senso. Erano tutti combattenti di prima scelta, forse superiori anche ai migliori legionari, ma erano anche una banda di individualisti sfegatati, ognuno anche troppo conscio del proprio valore e della propria abilità personale e per niente disposto a condividerla con altri. Non erano lesti a obbedire agli ordini di chicchessia o a proteggere le spalle ai rivali di una vita.

Quando Felitia era giunta, il povero veterano stava già sbraitando, mentre alcuni litigavano per i primi posti nella formazione. Vide Drakos e Vitreus, il nero con le fasciature al braccio che si erano sporcate di sangue durante la notte. Gli si avvicinò.

“Tutto bene?”

Quello le rivolse un ampio sorriso ed esclamò:

“Ci puoi scommettere, bambina! Ho sbrodolato un po’ di rosso sul letto ma non più di quanto non facciate voialtre una volta al mese, sto benissimo. Pronto a spaccare in due un po’ di barbari.”

“Invidio il tuo ottimismo.” gli ribatté Drakos, quasi togliendole le parole di bocca. Ai reziari era stata data una lunga lancia, l’arma militare che poteva somigliare di più al tridente tipico della loro arte. Invece Vitreus brandiva un grande scutum e una spada. A lei come scudo avevano dato una parma rotonda, di medie dimensioni, e una spada. Armi non troppo diverse da quelle che usava di solito nell’arena. La differenza era che i Dosthan avrebbero fatto un muro di scudi o roba così, ci sarebbero stati arcieri a tirarle addosso, e di certo non poteva buttarsi di lato, saltare e aggirare l’uomo contro cui avrebbe combtattuto, se non voleva rischiare di farsi ammazzare da qualche compare del suo avversario, a cui si sarebbe trovata a girare le spalle. Non era il suo tipo di combattimento, quello, per niente. Se ne era resa conto nelle esercitazioni di gruppo che il loro comandante era riuscito a imporre. Era un’altra cosa, piuttosto diversa. E se le sue abilità di gladiatrice le avevano risparmiato diverse bastonate, nella mischia simulata degli addestramenti militari, non poche volte si era trovata senza fiato per un’imprevista botta alle spalle.

“Eccola!” esclamò qualcuno. Felitia si girò.

Edurne camminava tranquillamente in loro direzione, tutta spavalda e con le armi in mano. Teneva per mano una ragazzina. Si scambiarono un bacio a metà strada e poi la fanciulla corse via, mentre la gladiatrice raggiungeva il gruppo.

“Fatto buona caccia?” le chiese Drakos alzando un sopracciglio con una punta di acidità.

“Migliore della tua, credo. Invidioso?”

Il reziario scosse la testa: “Quella ragazza non sa cosa si perde, sprecare la sua ultima notte con te…”

Edurne gli strizzò un occhio.

“Decisamente invidioso, vedo. Attento a come parli: ormai quella ragazza è praticamente mia moglie.”

“Oh, scusami tanto. Congratulazioni allora: quando la lascerai incinta?”

L’Hesperiana sputò in terra e gli fece un gestaccio, poi rise:

“Perché, tu quante ne hai ingravidate? Forse è più facile che lo faccia io, in fin dei conti, dato che sono dieci volte più uomo di te!”

L’Isolano aprì la bocca per replicare, ma fu zittito dal vecchio decanus:

Silentium! In colonna per due! Move!”

Si avviarono, con la colonna che a poco a poco, mentre avanzava, da una massa caotica si riduceva a una fila quasi ordinata. Felitia non se la sentiva di ridere insieme a quei due. Aveva la sensazione che nessuno si rendesse realmente conto di quel che si stava per rovesciare sopra la città. Si ritrovò sospinta dal decanus proprio accanto a Edurne.

Quella la guardò dall’alto in basso:

“Silenziosa, eh? Sei gelosa?”

Felitia scosse la testa.

“Preoccupata. Non capisco come facciate a scherzare così.”

“Siamo tutti abituati a guardare la morte in faccia. Credevo che lo fossi anche tu.”

“Nell’arena la morte è possibile ma non è l’esito certo. Se i barbari prendono le mura non ci sarà nessun arbiter a fermare il combattimento.”

Edurne fece spallucce.

“E allora moriremo, pazienza. Tanto prima o poi… non volevi riabbracciare il tuo Glaucus? Anch’io sarei stata più contenta se lui e gli altri ragazzi riuscivano a metterglielo nel didietro ai Dosthan, ma la guerra è guerra, capita anche di perderla. Coraggio, bimba: non ti butteranno giù così facilmente, dato che sei in grado di ferire anche i migliori leoni dell’arena… e in particolare la migliore: me!”

L’Hesperiana le diede una spintarella e le schioccò un bacio volante. Felitia non reagì a nessuno dei due.

“Dai che ci divertiamo! La festa d’addio sembra promettente: solide fortificazioni da tenere, armi e nemici a volontà…”

La sezione delle mura a loro affidata non era lontana dall’anfiteatro, e la raggiunsero in breve.

Salirono a uno a uno per una stretta scalinata che portava su. I camminamenti erano gremiti, ma la maggior parte dei difensori avevano visto troppi inverni, o troppo pochi. Non avevano un aspetto affatto marziale, da guerrieri improvvisati quali erano. Felitia aveva l’impressione che sarebbero fuggiti alla prima difficoltà, o al massimo sarebbero morti sul posto senza causare troppe perdite al nemico. Almeno la sua compagnia era composta da gente che sapeva usare le armi e avrebbe fatto del danno prima di cadere. Presero posto e dalle mura videro la luce intensificarsi fino a rivelare l’armata nemica in avvicinamento.

Il sole sorgeva dalla pianura e, dalla direzione opposta, si avvicinava una colonna di armati che pareva non avere mai fine, corruschi di ferro e d’acciaio. Felitia aguzzava la vista ma non riusciva a scorgerne la fine. I Dosthan si fermarono a circa un miglio da Selenia e presero ad allargarsi, seguendo vessilli di ogni colore e disegno.

Sembravano truppe ordinate, non un’orda selvaggia e indistinta come si era aspettata.

Presto si formò una schiera, in ordine di battaglia. C’erano file di arcieri pronti a tirare, squadroni di cavalleria pesante in cotta di maglia, fanti nascosti dietro a massicci scudi rotondi, armati di lance e spade e asce. Cavalieri galoppavano lungo il fronte arringando le truppe. Non si udivano le parole ma il vento portava fin lassù il ruggito dei soldati in risposta, seppure smorzato dalla distanza. E i tamburi, il battito profondo e continuo dei tamburi che gelava il sangue nelle vene dei difensori. Adesso nessuno scherzava più.

Passò ben più di un’ora prima che i Dosthan si fossero schierati tutti. Avevano già scale, gatti per sfondare le porte, catapulte leggere, e pure un paio di piccole torri d’assedio. Non sufficienti per prendere subito d’assalto la città, forse, ma di certo abbastanza per aprire le danze e impensierire la guarnigione di Selenia, già a corto di uomini per averne inviati parecchi in guerra al seguito delle Legioni. E gli uomini che erano partiti per non tornare più non potevano essere sostituiti degnamente dalla milizia cittadina arruolata in fretta e furia, armata come si poteva e addestrata… beh, per lo più non addestrata affatto. Alle scarse forze che difendevano la città si era unito un piccolo contingente di mercenari, in maggioranze proprio di etnia Dosthan. Affidabilissimi, soprattutto contro il loro stesso popolo. Ma non c’era stata altra scelta.

Un gruppetto a cavallo si staccò dalle truppe nemiche e si fece avanti sotto un drappo bianco. Una porta si aprì e una compagnia analoga avanzò dalla città. Parlarono a lungo, poi quelli di Selenia rientrarono.

Qualche istante dopo un brusio percorse le mura, diffondendosi come un lungo serpente fra i difensori.

“Cosa dicono?” chiese Felitia agli altri del gruppo.

“Pare che questa sia l’armata del Principe Theodor.” sibilò Drakos.

Edurne si fece in mezzo.

“Perché te la fai sotto ancora più di prima? Un barbaro vale l’altro, no? Tanto li si deve ammazzare uguale.”

“Questi non sono selvaggi. Sono mercenari ben addestrati, invece, che vengono dalle terre Dosthan più civilizzate. Non sono tanto più barbari di te, Edurne. In passato hanno anche combattuto per l’Impero contro le orde dei loro parenti che venivano da luoghi più a Nord o più a Est.”

“Meglio così, no? Almeno non ci mangeranno!” interloquì Vitreus.

“No, ci infilzeranno, ci taglieranno a pezzi, ci schiacceranno con le catapulte, ci arrostiranno con l’olio nero, forse, ma poi non ci mangeranno. Bella consolazione!” si lamentò Drakos “Questi sanno combattere davvero. Siamo spacciati, ragazzi.”

 

 

Glaucus e Arrianus procedettero di buon passo per tutta la mattina. All’inizio altri gruppi di legionari facevano la loro stessa strada, davanti o dietro di loro, e altri ne incrociavano spesso, poi man mano si dispersero per strade diverse. Loro due avevano deciso di dirigersi verso Oriente tenendosi sempre fra i colli in prossimità dell’Altopiano, ma non a ridosso dell’alta parete rocciosa che portava lassù. La vedevano ogni tanto svettare austera e orgogliosa in lontananza, sbucando dalle macchie di alberi quando erano costretti ad attraversare zone a prato. Poi la perdevano di vista di nuovo quando tornavano a immergersi nella foresta. Glaucus non riusciva a smettere di stupirsi che gli uccelli cantassero ancora gioiosi, inconsapevoli della catastrofe, e gli insetti ronzassero imperterriti come niente fosse. Per loro, per la natura, nulla era cambiato. Forse gli Dei non si curavano affatto delle vicende umane, in fin dei conti, intenti come dovevano essere a gestire il ciclo di nascita, vita e morte e a sovrintendere all’avvicendarsi delle stagioni e il rotare delle stelle in cielo. Magari a loro tutte le angosce, il crollo delle città e la morte di un Impero non parevano nulla di più delle lotte fra formiche, che lui si trovò a osservare durante una breve pausa che lui e Arrianus si concessero sul limitare di un bosco.

Il disco d’oro del sole era giunto quasi allo zenith quando calando in un ruscello per attraversarlo udirono delle voci nella gutturale lingua Dosthan. Per fortuna loro due invece procedevano silenziosi e zitti, come avevano imparato a fare nella Legione. Glaucus fece cenno ad Arrianus di abbassarsi. Si nascosero nel letto del torrente, fra le rocce e le radici degli alberi. I barbari erano in tre, e chiacchieravano tranquilli.

“Maledizione a loro, si avvicinano.” sibilò Arrianus, sguainando la spada. Glaucus non rispose ma lo imitò. Entrambi si tolsero il mantello dalle spalle e lo arrotolarono sul braccio sinistro. In mancanza di uno scudo…

Si acquattarono, a testa bassa.

Glaucus lanciò uno sguardo e vide un paio di teste bionde affacciarsi. Erano tre ragazzi giovani, dei guerrieri in erba. Scesero nel ruscello per prendere acqua e riempirono gli otri. Già Glaucus sperava che se ne andassero per la loro strada quando uno dei tre guardò dalla loro parte, strinse gli occhi e si paralizzò, lasciando cadere l’otre. Poi gridò qualcosa ai suoi compagni. Glaucus non intese le sue parole, ma non importava. La frittata era fatta. Corse verso di loro a tutta velocità, seguito da Arrianus che imprecava contro gli Dei. Raggiunse il primo mentre si alzava e girava il capo. Gli infisse la spada nella schiena. Colse solo un lampo di terrore negli occhi del ragazzo mentre la lama gli attraversava il corpo da parte a parte. Il barbaro non indossava usbergo ma solo vesti di pelle. Peggio per lui. Lo spinse via. Arrianus si stava già scambiando colpi con quello che li aveva visti per primo. Glaucus si buttò sul terzo, che stava per estrarre la spada. Quello sì che aveva una cotta di maglia, e bella pesante, anche. Doveva avere qualche anno più degli altri due, forse venti, e sembrava essere il capo. Glaucus spinse la mano sinistra avvolta nel mantello sul pomolo della spada, impedendogli di sguainarla, e lo colpì alla gola di sotto in su. Quello cadde all’indietro sputando sangue e cadde morto nel tempo di un “ave”.

Arrianus gettò il mantello in faccia al terzo, si abbassò sulle gambe e gli tranciò un piede di netto. Poi gli fu sopra, girò la spada sopramano e lo finì con una punta al petto.

Si girò verso Glaucus.

“Dannazione! Quando questi non torneranno la loro tribù verrà qui e inizierà a cercarci. Bisogna sloggiare subito, e stare attenti a non lasciare tracce.”

Glaucus annuì, senza fiato.

Il legionario veterano si chinò a riprendere il mantello da sopra il corpo del Dosthan. Lo mostrò a Glaucus.

“Ma sarò un idiota? Guarda qua, ho bucato il mio stesso mantello con la spada… solo che sotto c’era lui e mica potevo perdere tempo a toglierlo! E’ proprio un bel buco, ed è anche sporco di sangue.”

“Andiamo.” gli disse Glaucus “Lo laverai più tardi e lo rammenderai semmai questa notte. Non è detto che non ce ne siano altri in giro, è meglio cambiare subito aria.”

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