I RACCONTI DI M ALIA

Illustrazione di “Drakka”

 

Fu alzato uno steccato in tutta fretta, deturpando i giardini dedicati a Diana. Proprio in mezzo al prato, vicino alla fonte, quattro tronchi e due assi sghembe di legno dovettero bastare a delimitare il terreno del duello. Si era radunata una folla di Dosthan che inneggiava i campioni del proprio stesso sangue, e di curiosi Mitoien sfaccendati. Poi c’erano quasi tutti i gladiatori di Selenia, fra cui si era subito sparsa la voce. Venne anche Drakos, di corsa. Aveva un’espressione preoccupata. C’erano pure Marius e Dorotea con le loro famiglie al completo, e altri Patrizi, amici e parenti. Il Principe osservava in silenzio, ostentando neutralità e distacco.

I campioni delle tre famiglie barbare indossavano corti usberghi ed erano armati di spade e scudi rotondi. Felitia notò che uno dei tre aveva chiesto una spada in prestito per non dover usare l’ascia di sua proprietà. La ottenne. Peccato, altrimenti sarebbe stato facile. Invece per loro tre trovare l’equipaggiamento adeguato fu un problema. Gli uomini del Principe dovettero mandare a chiamare delle guerriere per procurare delle cotte che andassero bene a Felitia ed Edurne. Ma una delle donne che vennero era grassa, e un’altra troppo bassa. Alla fine trovarono due usberghi che andavano bene. Per Vitreus ci fu il problema opposto: le armature disponibili erano tutte troppo strette di spalle per lui. Fu quella di una specie di orso, il campione di un capotribù, che gli andò a pennello.

Rifiutarono le pesanti spade Dosthan e optarono per quelle della cavalleria Imperiale, che erano state requisite da Theodor e assegnate ad alcuni barbari. Per gli scudi non ci fu alternativa: dovettero usare quelle cose tonde e piatte fatte di legno col bordo di ferro che i nuovi dominatori consegnarono loro. Vitreus quando gli misero lo scudo sul braccio fece una smorfia e lo gettò via.

Drakos, che era al suo fianco, lo guardò con apprensione.

“E perché?”

“Mi fa troppo male. La cinghia passa dove mi hai tagliato tu, l’altro giorno nell’arena.”

“Accidenti, mi dispiace. Se l’avessi saputo ci sarei andato più leggero… per quel che ne sapevo era l’ultimo combattimento che dovessimo mai fare.”

Il gigante nero sfoderò il suo sorriso più accattivante e feroce.

“Non ti preoccupare, vecchio mio, quel crucco me lo mangio in un “ave” anche così, non fa nulla.”

La prima a entrare in lizza fu Edurne, che scalpitava e sembrava non vedere l’ora di combattere. La sua amichetta invece, pallida come un fantasma, si mangiava le unghie per la tensione. La guerriera imbracciò lo scudo e brandì la spada, facendola roteare in ogni modo possibile e immaginabile, fece il giro dello steccato con le braccia alzate urlando a squarciagola: “Edurne, la gladiatrice! Edurne, l’Hesperiana imbattibile, signora delle arene dell’Ovest, delizia delle fanciulle depravate!”

Batté più volte con la spada sullo scudo incitando il pubblico.

Felitia si prese la faccia nella destra. “Non ci posso credere… è pazza! Da legare!”

Vitreus scoppiò a ridere e le gridò: “Oh! Stai attenta, non sei mica nell’anfiteatro: quello se gli dai la schiena ti ammazza senza tanti complimenti.”

La gladiatrice gli strizzò un occhio e si mise in guardia.

Il barbaro avanzò cauto, chiuso dietro lo scudo. Edurne scattò a destra, poi deviò gettandosi a sinistra. La sua spada schizzò avanti come un serpente d’acciaio, ma il guerriero girò su se stesso e le oppose lo scudo. Rispose con un mandritto alle gambe. Inutile: l’Hesperiana era già balzata via. Lei riprese ad attaccare, balzando di qua e di là come una cavalletta, l’uomo stava sulla difensiva e contrattaccava rapido e insidioso.

“Per gli dei, stai attenta! Sa combattere, quel barbaro!” la avvertì Drakos.

“Sempre ottimista, eh, Drakos?” rispose l’Hesperiana dallo steccato, mentre balzava in alto cercando di colpire di punta da sopra lo scudo nemico con un’imbroccata. Niente da fare: il Dosthan schivò andando indietro col tronco e mandò il colpo a vuoto. Edurne ne approfittò per sferrare un calcio frontale poderoso sullo scudo del campione avversario mandarlo col culo per terra. Invece che incalzarlo la gladiatrice si girò verso il pubblico e alzò le braccia chiedendo l’applauso. Il suo avversario balzò in piedi e si gettò su di lei, alle spalle.

“Attenta!” le gridò Felitia.

Edurne girò su se stessa ignorando la stoccata, che la sfiorò e passò oltre. Nello stesso tempo la combattente di Hesperios colpì il Dosthan dietro il ginocchio con un fendente. Il barbaro zoppicò e ruggì dolore e frustrazione. Si appoggiò sulla gamba sana e saltò verso la gladiatrice ancora con un colpo di punta. Questa volta lei era sbilanciata. La punta scivolò sull’usbergo e si fermò contro il fianco di Edurne, imputandosi. Gli anelli si smagliarono e lei gridò. Senza curarsi del dolore colpì di taglio, tanto forte che la testa del guerriero rotolò sull’erba. Cadde anche lei, portandosi la mano sulla ferita. Felitia scavalcò lo steccato con un salto e corse dalla collega, sostenendola.

Edurne sollevò gli occhi verso l’amica.

“Non è niente, preziosa. Se sapevo che eri così sollecita verso di me mi lasciavo ferire più spesso.”

“Sei proprio una stronza, Edurne. C’è lì fuori la tua mogliettina che è più morta che viva per l’angoscia e tu ancora ti diverti a fare queste scene? Ci hai fatto preoccupare, deficiente!”

Edurne rise, poi tossì e sputacchiò sangue.

“Oh, portami fuori, non possiamo mica stare qui tutto il giorno: c’è altra gente che deve combattere dopo di me, e poi mi così me la fai ingelosire troppo, quella povera ragazza.”

Felitia la prese sotto braccio e la portò fuori. La depositò fra le braccia dell’amica, che aveva il viso tutto rosso e le guance rigate dalle lacrime.

Era il turno di Vitreus.

“Sei proprio sicuro che non riesci a portare lo scudo?” gli chiese Drakos.

“Mi dà solo impaccio così. E’ lo stesso, davvero, non è un problema. Ho in mente qualcosa.”

Entrò nell’arena in silenzio. Passò lungo la parte del perimetro occupata dai Dosthan, che inveivano contro di lui. All’improvviso si girò verso di loro, snudò le zanne e ringhiò in faccia a un paio di ragazzi biondi, che caddero all’indietro per lo spavento. Sogghignò, e si girò ad affrontare il suo avversario. Si rivolse a lui in lingua Dosthan:

“Se credi negli Dei, trema! Odhinn e Thorr non tollereranno che un empio vinca per una causa sbagliata. Tyr, dio della guerra e della giustizia, garante dei giuramenti, ti farà lo sgambetto e ti farà cadere sulla mia spada, puoi esserne certo. Preparati a morire!”

Il barbaro spalancò gli occhi e indietreggiò.

“Ma che cazzo sta dicendo?” chiese Edurne, che si appoggiava alla sua ragazza tamponandosi la ferita al fianco con un panno pulito “Non sapevo che Vitreus parlasse Dosthan.”

“Lo parla solo un po’.” rispose il reziario “L’ho dovuto aiutare io con quella frase.” Poi il gladiatore tradusse a uso degli amici.

L’Hesperiana ridacchiò.

“Che figlio di puttana! E’ giusto, però.”

“Quel che è giusto è giusto.” confermò Felitia.

Vitreus provò qualche cauto attacco. L’altro se ne stava dietro allo scudo e cercava di usare il suo vantaggio tentando dei colpi al braccio, che Vitreus doveva portare avanti allo scoperto per tentare di colpire. Ma il gigante nero lo sapeva, e ogniqualvolta intuiva che l’altro potesse portare avanti la spada abortiva l’assalto e ripartiva da capo. Dopo un po’ il Dosthan iniziò a osare di più e farsi avanti. Vitreus non aveva altra possibilità che sottrarsi, ma lo faceva muovendosi in cerchio, senza mai avvicinarsi ai bordi del campo e svignandosela lateralmente verso la zona dove vedeva di avere più spazio a disposizione. Contrattaccava alle gambe, dove il barbaro non poteva parare con lo scudo e nello stesso tempo portare un attacco con la spada: a quegli assalti il Dosthan doveva indietreggiare o parare con la spada, perdendo il vantaggio delle due armi.

“Bravo, Vitreus, così!” lo incitò il reziario “Vai così!”

Il Dosthan parve perdere la pazienza e avanzò più deciso, tentando di mettere il Mitoien nero spalle allo steccato. Vitreus gli scappò via ancora una volta, poi sembrò che non trovasse più una via d’uscita e fu costretto a balzare quasi con le spalle a ridosso del limite del campo. Il barbaro avanzò e… il gladiatore gli legò la spada con la propria, si buttò avanti e afferrò lo scudo con la mano sinistra. Facendo leva sul bordo esterno dello scudo lo costrinse a girarsi su se stesso e gli cacciò la punta della spada nella nuca. La spada emerse dalla bocca del Dosthan grondante sangue e quello crollò morto al suolo.

“Te l’avevo detto. Gli Dei non aiutano i bugiardi.” sibilò il gladiatore dalla pelle scura, sputando sul cadavere.

Mentre Vitreus usciva dallo steccato Felitia gli batté su una spalla.

“Bravo Vitreus, grande. Adesso però, dopo voi due, se mi ammazzano faccio pure una magra figura, oltre a rimetterci la pelle.”

“Vai, bella, fagli il culo!” la incitò Edurne, che sorrideva tra i denti ma nel frattempo era diventata pallida. Felitia entrò nello steccato più preoccupata per lei che per se stessa.

Il “suo” barbaro era il più grosso dei tre. Non era un problema, bastava non farsi prendere. Non disse un bel niente e si mise in guardia. Quella non era l’arena, e non aveva intenzione di dare un bello spettacolo, né di far divertire gli spettatori. Non avrebbe sprecato la minima occasione. Quello veniva avanti spavaldo, per nulla intimorito dalla sorte dei suoi compari. Aveva grosse braccia tatuate e rughe crudeli agli angoli degli occhi, azzurri come gemme inquietanti. Un colore del tutto diverso da quello delle iridi del suo Glaucus, molto più chiaro e gelido.

Non gli avrebbe concesso nulla, a quel crucco, non avrebbe rischiato nulla più del necessario. Quello era un assassino senza scrupoli. Doveva finirla prima possibile. Si lanciò avanti provando un paio di finte. Il Dosthan si muoveva poco, lo stretto necessario, e cercava l’occasione per un colpo letale. Però alle finte rispondeva, pur scomponendosi poco.

Felitia si mosse di lato, avanti e indietro, saggiandolo senza esporsi. Poi scattò decisa: portò un’imbroccata sopra lo scudo e, quando quello lo alzò, cavò muovendo la lama intorno, a destra e in basso, tentando di infilarla sotto lo scudo verso le cosce del nemico. Il guerriero buttò lo scudo in basso, pensando forse di dare una botta sulla spada della gladiatrice per disarmarla. Felitia ritrasse la lama e poggiò il piede destro sull’umbone. Saltò in alto e al tempo stesso spinse giù scudo, braccio sinistro e – dietro di quello – tutto il corpo del barbaro. Si erse per un istante nell’aria ruotando il tronco verso destra e poi scaricò tutto il proprio peso sulla spada, che s’infisse fra la spalla sinistra e il collo del campione nemico. La lama entrò fino all’elsa, sfondando il cuore e andando giù fino agli intestini. Il Dosthan aprì la bocca senza emettere alcun suono e crollò a faccia in giù tra le gambe di lei.

La gioia della metà Mitoien del pubblico esplose. La folla entrò nello steccato e la portò in trionfo, inneggiando. Pareva quasi che ai loro occhi Felitia avesse vendicato non solo i due giovani Patrizi ma Selenia tutta, l’Impero stesso! Avevano tutti dannatamente bisogno di una rivincita, per piccola che fosse. Presero su a spalle anche gli altri due e li portarono via, gridando i loro nomi. Meglio che nell’arena. I Dosthan entrarono a recuperare anche il terzo dei loro morti, mogi e taciturni. “Non si può vincere sempre: ieri avete conquistato il mondo, accontentatevi.” avrebbe voluto dirgli la gladiatrice. Il volto del Principe Theodor era del tutto inespressivo, come se la cosa non lo riguardasse affatto. In fondo, se gli Dei avevano deciso così, giustizia era fatta. Per lui era solo una questione chiusa, un pensiero in meno.

 

 

Dopo aver lasciato Hagen e i soldati del II Manipolo, Glaucus aveva camminato ancora per molte ore. Aveva passato lungo la via diversi blocchi di guerrieri barbari, ma nessuno lo aveva trattenuto: dopo aver verificato che non avesse con sé monete da predare ma solo arco, spada e qualche tozzo di pane secco, duro da masticare, l’avevano lasciato andare per la sua strada. La guerra era finita, ormai.

Davanti a lui si stagliavano le bianche mura di Selenia, all’interno delle quali svettavano l’arena, il Foro e il palazzo del Senato cittadino. Le porte erano aperte, e c’erano guardie Dosthan a presidiarle. Almeno pareva che non avessero bruciato la città: non c’era puzzo di bruciato, né colonne di fumo che si alzassero da dentro. Gli avevano riferito che la regione era sotto il controllo del Principe Theodor, e quando l’aveva saputo Glaucus aveva ringraziato gli Dei. C’era in giro ben di peggio. Theodor era sempre un Dosthan ma era un guerriero abile e ragionevole, un uomo che non avrebbe massacrato inutilmente i suoi futuri sudditi né distrutto le ricchezze e gli edifici che stavano per cadere nelle sue mani.

Quando si presentò alle porte la sua impressione iniziale fu confermata: sbirciando all’interno non vide nessuna devastazione. Se fossero arrivate fin lì, invece, le tribù contro cui aveva combattuto lui con la Dodicesima Legione più a Occidente, a Selenia non sarebbe rimasta pietra su pietra, né un abitante vivo.

Le guardie gli chiesero il suo nome e lo perquisirono – ancora!

Uno dei guerrieri lo scrutò attentamente.

“Glaucus… di Selenia. Non eri un famoso gladiatore, tu?”

Lui assentì.

“Lo ero.”

“E adesso cosa sei?”

Glaucus fece spallucce.

“Un superstite?”

Il soldato tradusse per gli altri, che scoppiarono a ridere. Uno gli batté pure un gran colpo su una spalla. Lui incassò la botta sorridendo e maledicendo il barbaro in cuor suo. Adesso loro, i Mitoien, erano tutti solo servi dei conquistatori del Nord. Bisognava abituarsi. O morire. Ma Glaucus non voleva morire, voleva riabbracciare la sua Felitia, invece.

Lo fecero passare, continuando a ridere. Lui andò avanti, sempre con quel magone che non aveva nessuna voglia di andarsene. Le vie di Selenia erano le stesse di sempre, ci mise un attimo a capire cosa era cambiato. Non c’erano più guardie Mitoien: gli unici a portare le armi erano i barbari. Ce n’erano che andavano in giro tronfi, a cavallo oppure in portantina, vestiti come Patrizi. La loro lingua selvaggia si udiva per ogni dove. Rozzi guerrieri scostavano la folla dei cittadini al loro passaggio con un’arroganza che sarebbe stata impensabile quando lui aveva lasciato la città. Ma non c’erano macerie né cadaveri. Non si poteva chiedere di più, forse, in quella situazione. I mercati erano aperti, anche se la mercanzia scarseggiava, e il Foro funzionava come sempre. C’erano Dosthan al posto dei soldati della guarnigione locale, a presidiarlo. Si diresse verso il suo vecchio quartiere, verso l’anfiteatro. Sollevò il cappuccio della cappa per nascondere il viso. Preferiva essere lui a riconoscere le persone, prima che gli altri identificassero lui. L’arena era chiusa, e così la sua schola e quella di Galba, dove lavorava Felitia. Addio soldi, addio gloria, addio gladiatura. Sospirò e andò avanti, dirigendo i passi a casa sua. Sua, e di Felitia. Svoltò per la via dove si trovava l’abitazione e… e lei era lì. Era bella come non mai, sorrideva. Dei, quasi non poteva crederci! Era lì davvero, a pochi passi da lui, era viva e stava bene. I suoi lunghi capelli castani erano legati in una coda e portava una tunica corta di tessuto grezzo, di quelle che usava per gli allenamenti. Stava in piedi davanti alla soglia di casa e parlava con un uomo vestito in modo elegante, senza dubbio un Patrizio. Glaucus si avvicinò in silenzio.

“Non è proprio quel che si direbbe a buon mercato ma la cifra è accettabile.” stava dicendo il Patrizio “Con questi barbari in casa è meglio sapersi difendere, e ho potuto vedere con i miei occhi che tu lo sai fare per davvero. Per la cifra stabilita insegnerai a usare le armi a me e a tutta la mia famiglia.”

“Siamo d’accordo.” concluse Felitia, gli occhi scuri che esprimevano ferma decisione. Porse la destra, che il Patrizio strinse. Poi l’uomo si allontanò passando a lato di Glaucus.

Gli occhi della gladiatrice seguirono il Patrizio fino a soffermarsi su Glaucus. Non poteva ancora distinguere il viso, ma lo sguardo della giovane donna indugiava ugualmente su di lui. Forse lo aveva riconosciuto anche così. Glaucus sorrise e si gettò il cappuccio alle spalle.

Felitia spalancò gli occhi, gettò un grido acuto e corse a buttarsi nelle sue braccia. Glaucus l’accolse, la sollevò e l’abbracciò forte. La baciò sulle labbra e lei ricambiò il bacio, poi la strinse di nuovo, quasi cullandola. Era a casa. Era a casa, adesso, finalmente.

 

 

 

Felitia abbracciò Glaucus nel letto. Nel loro letto. Dei, quanto aveva sentito la mancanza di lui, dei suoi occhi che la guardavano con dolcezza, del suo corpo, del suo odore. Si sentiva rinata, come se fosse uscita da una caverna alla luce del sole. Come se la sua vita dei mesi precedenti fosse stata solo un oscuro sogno, e ora si fosse svegliata alla realtà di prima, insieme a Glaucus.

Gli andò sopra e si stese su di lui appoggiando i gomiti sul suo petto. Lo fissò negli occhi.

“Allora, raccontami qualcosa anche tu.”

Glaucus le impresse un bacio sulle labbra e si lasciò ricadere all’indietro.

“Non ne ho voglia, Felitia. Forse più tardi. Che ti devo dire? Abbiamo combattuto, abbiamo ucciso… e abbiamo perso, alla fine. Non c’era niente da fare, erano troppi. Almeno io ho riportato a casa la pelle, forse non si poteva chiedere di più.”

“A me basta. Ringrazio gli Dei, per questo.” rispose lei, e gli appoggiò il capo sul torace.

“E qui? Mi hai raccontato fino al combattimento coi parenti di quei predoni, davanti al Principe. E poi, cos’è successo?”

Felitia gli rivolse un sorriso furbetto e gli passò una mano sui corti capelli neri. Notò che qualcuno cominciava a farsi bianco, qua e là. Era una novità: non ne aveva affatto quando era partito.

“Poi ho guadagnato dei soldi, e mica pochi. Le richieste di insegnamento fioccano: si avvicinano tempi violenti e la gente vuole imparare a difendersi. Soprattutto i Patrizi e i mercanti, quelli ricchi. L’arena invece è stata chiusa definitivamente e anche le scommesse sui combattimenti sono state proibite. Quindi occorreva trovare un altro modo di sbarcare il lunario. E’ già nato un piccolo giro di combattimenti clandestini, in mano a noti criminali: quel Guidus e i suoi compari, sai, ma anche altri, anche alcuni che erano delle mia schola e della tua, fra i più loschi. Theodor ha dichiarato che userà la mano dura con chi si dedica a queste cose, però prima deve beccarli. Comunque io e i ragazzi, Edurne, Vitreus, Drakos e gli altri ce ne siamo tenuti lontani. Ah, anche quella fanciulla nobile, Dorotea, è diventata mia allieva. Prima è andata da Edurne, ma pare che quella matta ci abbia provato con lei, allora è venuta da me. Vado due volte a settimana alla sua domus, a insegnare a lei e ad altri della gens di suo marito. Lui no, lui è ancora convinto di potersi proteggere meglio coi discorsi.”

Glaucus fece una smorfia scettica.

“Bisogna che l’altro ti permetta di parlare, per convincerlo con le parole. E comunque se ti vuole rapinare o peggio, come è capitato a loro quella sera, c’è poco da conversare.”

“E’ quel che dico anch’io. Però non li si può salvare tutti, no?”

“No. Soprattutto adesso.”

Glaucus le carezzò i capelli e tacque per un istante. Poi si sollevò a sedere.

“E’ una buona strada. Apriamo una scuola, noi due.” propose, guardandola negli occhi “Una vera scuola per insegnare a combattere, a pagamento. Possiamo coinvolgere Vitreus e gli altri, se noi da soli non bastiamo. Alle vecchie terme c’è un locale grande non utilizzato: prendiamo quello, la nostra attrezzatura e facciamo lezione a chi accetta di pagare il compenso che chiediamo.”

Felitia non dovette starci a pensare a lungo.

“Sì, facciamolo. Non restiamo a guardare indietro, Glaucus. I regni sono come le persone: nascono, crescono, invecchiano e muoiono. L’Impero si è creduto diverso e per tante generazioni tutti hanno pensato che sarebbe durato in eterno, invece nessuno dei figli di Saturno sfugge al suo destino: il Tempo divora ogni cosa che lui stesso ha fatto nascere. Però il mondo si trasforma, in meglio o in peggio che sia, e va avanti. L’era di Fortia e delle grandi arene è finita nel massacro e nella distruzione, ma servirà ancora gente addestrata a combattere.”

Lo sguardo del gladiatore si perse in qualche ricordo doloroso, indovinò Felitia, e poi parve vagare per le lande remote delle sue fantasticherie. Dopo un attimo Glaucus mormorò:

“Servirà più che mai. Un’età più oscura e selvaggia si avvicina, e dobbiamo trovare il nostro posto in questo nuovo mondo.”

 

 

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