Nel corso della giornata altri contingenti Dosthan entrarono in città, però sempre in numeri molto limitati. Theodor si insediò nel palazzetto del Console, dove ricevette l’omaggio di tutti i Patrizi di Selenia. Corse voce che il Principe avesse dato in moglie ai suoi capitani tutte le ragazze Patrizie ancora nubili, d’imperio, senza concedere loro né tempo né scelta. Era un sacrificio limitato, nulla a confronto con le distruzioni che altre città avevano dovuto subire. Verso mezzogiorno il passaggio delle consegne era ultimato. Anche la compagnia di cui i gladiatori di Galba facevano parte consegnò le armi ai nuovi dominatori. Il decanus augurò a tutti loro buona fortuna e sciolse il contingente. Tutti a casa, la guerra era già finita.

Per quanto riguardava l’arena il Principe Theodor era stato chiaro: sarebbe stata chiusa con effetto immediato, e per sempre. I Dosthan consideravano i giochi dell’anfiteatro il simbolo di un passato che doveva essere cancellato, quando i loro compatrioti venivano catturati sui campi di battaglia e costretti a lottare per la loro vita davanti a una folla di odiati Mitoien. Effettivamente un tempo i giochi erano più sanguinosi, a volte si combatteva di proposito fino alla morte. Raramente, però avveniva, e in quei casi quasi sempre i malcapitati che dovevano giocarsela erano malfattori della peggior specie e schiavi barbari. Perciò i Dosthan non avevano la minima intenzione di lasciare che i giochi proseguissero. Festa finita. Per Felitia, carriera finita.

Galba, il lanista, aveva fatto un breve discorso ringraziando tutti per il sudore e il sangue che avevano lasciato sulla sabbia dell’anfiteatro, poi aveva stracciato davanti a loro i contratti che impegnavano coloro che ancora non si erano guadagnati l’affrancamento. Infine, aveva intimato di prendere le loro cose e lasciare libere le stanze. Da quel giorno avrebbero dovuto guadagnarsi il pane e un tetto sulla testa in altro modo.

Felitia si era caricata come una mula per portarsi a casa lame affilate e smussate, rudis di legno, la sua armatura e tutte le protezioni che poteva portare. Poi aveva fatto un secondo giro a prendere le cose di Glaucus al ludus del suo lanista, e un terzo e finalmente un quarto da Galba per raccattare tutto ciò che gli altri avevano lasciato.

“Ma cosa te ne fai di tutta questa cianfrusaglia puzzolente?” le chiese Drakos, stupito.

“Tu il tridente lo prendi o no?” gli rispose lei, secca.

“Beh, sì, per ricordo. Le mie cose me le porto via, ma non vedo perché tu ti debba portar via le manicae imbottite che Galba non vuole più, questo rudis ammaccato…”

Lei alzò le spalle.

“Non si sa mai, possono sempre servire per allenarsi. E chissà, magari cambieranno idea, prima o poi: senza i giochi ci si annoia, no?”

“Noialtri di certo, ma i Dosthan non sono abituati a frequentare l’arena e non credo che ne sentiranno la mancanza.”

“Non si sa mai. Io spazio ne ho, a casa.”

“Bah, fai come vuoi, Felitia. Altrimenti finisce tutto nel camino. Io ho chiuso, ero comunque stanco di tutto ciò.” concluse la discussione il vecchio Galba, che andava e veniva rassettando i cortili e le stanze.

Alcuni dei ragazzi e delle ragazze più giovani se ne stavano in in angolo, incerti e preoccupati.

“Quelli lì non sanno dove andare a cenare questa sera, né sanno dove andranno a dormire stanotte.” commentò Vitreus a bassa voce. “Mi dispiace tanto per loro, ma non avrei posto per tutti da me, neanche volendo.”

Felitia scosse la testa.

“Dovranno arrangiarsi, come abbiamo fatto noi prima di farci strada nel mondo dell’arena. Troveranno qualcosa: magari i nuovi nobili Dosthan hanno bisogno di guardie e di facchini. Sennò i campi avranno bisogno di contadini, coi massacri che ci sono stati nei villaggi e nelle fattorie della Pianura. Non possiamo preoccuparci noi per tutti, Vitreus. Io qualche soldo da parte ce l’ho, ma non dureranno a lungo: devo inventarmi qualcosa in fretta anche per me stessa.”

Il gladiatore nero sospirò.

“Io ho risparmiato e sono a posto per un po’. Ma bisogna comunque che ci pensi. Mica posso oziare e ingrassare per sempre. Non sono un Patrizio, in fin dei conti.”

Drakos sogghignò: “Per fortuna! Altrimenti ti ritroveresti con un genero barbaro che gira per casa cacando sui tappeti, mangiando come un cinghiale e che per di più vuole dettar legge.”

“Gli Dei me ne scampino! E il cibo è il meno, tu non sai quanto bevono, quelli lì.”

“Lo so, accidenti se lo so. Non è detto poi che i loro nuovi generi non li facciano secchi nel sonno per ereditare tutto subito. Non li invidio, i Patrizi, in questi giorni.”

Una volta finito, si ritrovarono davanti alla schola, ormai chiusa e sbarrata, per consolarsi cenando insieme da qualche parte. Scelsero una taverna di bassa lega, perché in quei giorni di incertezza nessuno se la sentiva di spendere molto. No, nemmeno per una cena d’addio alla professione che aveva assorbito le loro vite negli ultimi anni, riservando a tutti loro una buona dose di soldi, ferite e calci nel sedere. La zuppa era così così – Felitia avrebbe saputo fare di meglio – e anche il vino non era un granché. Drakos dopo un po’ andò in sbornia triste e Vitreus dovette quasi prenderlo a pugni per farlo smettere di piangere addosso a se stesso, all’arena, alla città e all’Impero tutto. Edurne per fortuna si era portata dietro la sua amica, una ragazzetta sveglia e tutta pepe, e aveva occhi solo per lei.

La luna era alta in cielo quando finalmente si alzarono dalle panche e uscirono all’aria fresca della notte. Non c’erano Dosthan, quando loro erano entrati nella taverna, a parte un terzetto che già russava sbracato, rigonfio di vino. Le vie però ne erano piene. Si udiva ovunque risuonare quella loro lingua aspra, che alle orecchie Mitoien pareva feroce anche quando ridevano. Andavano in giro a gruppetti, tutti già ubriachi, cantando e ruttando a piena voce. Alcuni erano allegri e spensierati, altri aggressivi.

Felitia, Vitreus ed Edurne con la sua compagna salutarono Drakos e gli altri compari, che se ne andavano in direzione opposta, e si avviarono in silenzio verso il loro quartiere.

Svoltarono in un vicolo.

Un uomo giaceva in un lago di sangue con la gola aperta, una torcia per terra accanto al corpo. Alcuni Dosthan stavano addosso a due malcapitati, un ragazzo e una ragazza. Li avevano rovesciati a terra, un barbaro teneva fermo il giovane mentre un altro gli tirava dei pugni in faccia, altri stavano strappando via il vestito della fanciulla. Due poi si stavano tirando giù le brache, ognuno vicino a una delle vittime. I gladiatori rimasero pietrificati a quella vista, poi l’amica di Edurne si portò le mani al viso e cacciò uno strillo. I barbari si girarono.

“Andate, se non volete fare la stessa fine!” gridò quello che pareva il capobranco, in un Mitoien stentato dal forte accento straniero.

Edurne, Vitreus e Felitia si guardarono fra loro.

“Eh, no…” sussurrò Edurne, ed estrasse il pugnale. La sua ragazza la guardò terrorizzata e fece tre passi indietro. Invece Felitia la imitò e sguainò la sica. Era la stessa che usava nell’arena, la conosceva meglio del suo stesso corpo. Vitreus sospirò e alzò i pugni.

“Non ci credo!” gli disse Edurne, scandalizzata “Come puoi andartene in giro così nudo? Nemmeno un coltellino?”

“Ho solo questi.” rispose lui, agitando le mani enormi serrate come magli.

“Fatteli bastare, allora.” sibilò Felitia.

Tutti e tre fecero un passo avanti ed Edurne intimò:

“Lasciateli andare. Siamo in pace, noi e voi, quindi andatevene per la vostra strada: non vogliamo spargere il vostro sangue.”

L’omone barbuto ghignò.

“Oh, ma siamo noi che vogliamo spargere il vostro!”

Fece per sguainare la spada, imitato da alcuni dei suoi seguaci, mentre altri tenevano strette le prede tremebonde a cui non volevano rinunciare.

Edurne fu addosso al capo prima che potesse estrarre la lama e gli piantò la daga sotto il mento, fino al cervello. Un ragazzo Dosthan coi capelli lunghi le fu addosso, ma Vitreus lo sbatté contro il muro con una spallata. Felitia si lanciò dall’altra parte, bloccò a mezz’aria con la sinistra la mano armata di ascia del terzo guerriero e gli conficcò la sica fra le costole una, due, tre volte, fino a che il barbaro strabuzzò gli occhi e si accasciò. Il capellone che lottava con Vitreus gli sferrò un pugno in faccia, che il gladiatore nero incassò senza fare una piega. Poi Vitreus afferrò il cranio del barbaro e lo schiacciò contro il muro come se fosse un melone. Tutti e tre avanzarono, curvi e minacciosi. Gli altri Dosthan lasciarono andare i ragazzi e arretrarono. Vitreus ora brandiva l’ascia del biondo a cui aveva frantumato il cranio. Edurne arricciò il naso in una smorfia feroce, fece ancora due passi avanti e ruggì:

“Avanti! Fatevi sotto!”

I Dosthan si girarono, mollarono tutto e se la diedero a gambe.

Vitreus le sorrise, scuotendosi via dalla destra frammenti di cranio e cervello che vi erano rimasti attaccati.

“Invece che farsi sotto… se la sono fatta sotto!”

“… che non è proprio la stessa cosa.” concluse l’Hesperiana.

Felitia appena fu sicura che gli assalitori non sarebbero tornati rinfoderò la sica e corse ad aiutare la ragazza, che era rimasta mezzo nuda e pareva boccheggiare come un pesce tirato fuori dall’acqua. Le si inginocchiò accanto e la aiutò ad alzarsi. Non poteva avere più di vent’anni, ed era sconvolta.

Vitreus invece porse la mano al giovane, che tremava anche lui in modo incontrollabile.

“Va tutto bene, ragazzo, siete in salvo adesso. Non dovreste girare alla sera, di questi tempi. C’è gente pericolosa, in giro.”

Appena lo ebbe messo in piedi, il gigante si girò verso Felitia.

“Guarda qua. Quel bellimbusto di un barbaro mi deve aver fatto un occhio nero.”

Il viso era tumefatto, l’occhio gonfio.

Edurne gli rivolse un’occhiata felina.

“Niente in confronto a quel che tu hai fatto a lui. E comunque sei fortunato: nero su nero non si nota. Sei belloccio lo stesso.”

Lui sputò per terra, di lato.

“Spiritosona dei miei stivali, vai un po’ a farti fottere!”

“Dipende da chi. Da te giammai.”

Felitia scosse la testa e si rivolse alla fanciulla.

“Stai bene? Non avere paura, fanno così ma è brava gente. Sei al sicuro.”

“G… grazie.” mormorò lei.

Il giovane, che aveva ripreso un po’ di colore, si presentò:

“Vi ringrazio di cuore, amici. Sono Marius Claudius Cato, Patrizio di Selenia, e questa è mia moglie Dorotea, della stirpe dei Severi. Vi dobbiamo la vita.”

Vitreus fischiò.

“Siete Patrizi, e di alta casta. Sono lieto di essere arrivato in tempo… purtroppo non per lui, poveraccio.” aggiunse, indicando il corpo del servo sgozzato.

A quella vista Dorotea non riuscì a impedirsi un singhiozzo. Ma si fece forza e disse:

“Lui era Siro, un famiglio di noi Severi da sempre, che ci faceva da scorta.”

“Leggerina, come scorta.” commentò Edurne, schioccando la lingua “Lasciate che vi accompagniamo noi fino a casa, è più prudente. Siro per ora lo lasceremo qui, potete mandare qualcuno a prenderlo domani, quando sarà giorno.”

Il ragazzo esitò un istante.

“Se… se non è troppo disturbo per voi…”

“Macché, è un piacere!” esclamò Vitreus, con uno sguardo furbo.

“Non potremmo lasciarvi andare da soli, dopo quel che vi è capitato. Andiamo, togliamoci di qui. Fate strada, e noi vi seguiamo.” stabilì Felitia.

Tornarono indietro verso la strada principale per evitare di inoltrarsi nel vicolo, dove avrebbero potuto imbattersi negli assalitori superstiti.

Non tardarono molto ad arrivare all’imponente domus della gens di Marius.

Alcun servi uscirono in casa con torce e pugnali alla cintura, preoccupati e premurosi, e Marius li mandò a prendere tre sacchetti di monete d’oro per i loro salvatori mentre Dorotea raccontava ai parenti di lui la loro disavventura. Qualcuno le mise un mantello prezioso sulle spalle per coprirla. Altri portarono coppe di vino pregiato per tutti.

“Questo sì che è vino, altro che la broda di prima!” commentò Vitreus strizzando l’occhio a Felitia, che gli sorrise. Sarà stata anche scura la sua pelle ma l’occhio gonfio si notava, altroché.

Dopo aver rinnovato i ringraziamenti e insistito per donare loro il denaro, che i gladiatori di primo acchito avevano fatto finta di rifiutare, il giovane Marius si accomiatò da loro. Parenti e famigli iniziarono a rientrare uno alla volta.

Dorotea però, che non aveva cavato mai gli occhi di dosso ai suoi tre salvatori, gli posò una mano sul braccio.

“Anch’io vorrei sapere come difendermi, come queste due donne coraggiose, Marius. Viviamo tempi pericolosi, ora, e voglio imparare a combattere. Anche tu dovresti.”

Il marito la guardò con stupore.

“Io sono un letterato e un filosofo, Dorotea, non ho mai preso un’arma in mano in vita mia e sono contrario alla violenza. Lo sai, e anche tu fino ad oggi la pensavi così.”

“Appunto, fino ad oggi. Ma oggi il mondo è cambiato, amore mio, e l’abbiamo sofferto sulla nostra pelle, tu e io, fin dal primo giorno.”

Il ragazzo scosse la testa.

“Abbiamo dei servi, delle guardie. Non faremo più lo stesso errore. Non serve.” Si voltò verso Felitia e gli altri: “Ancora una volta grazie, signori. E addio.”

Vitreus alzò le spalle e si girò, imitato dagli altri.

Ma prima che la ragazza scomparisse dentro il portone Edurne tornò indietro e le gridò:

“Dorotea! Se vuoi imparare a difenderti vienimi a cercare al quartiere dell’arena: vivo vicino alla taverna di Apicio. Chiedi di Edurne la gladiatrice! ”

“Chissà, magari hai rimediato un lavoro.” le disse Felitia dopo un po’, mentre rientravano.

“Ci spero. Un lavoro… e forse, chissà, anche qualcosa di meglio. Era un bel bocconcino, la ragazza.”

Vitreus si fermò e strabuzzò gli occhi, perfino quello rigonfio: “Ma insomma, per gli Dei! Sei incorreggibile!”

 

********************************************************************************************************

 

 

Glaucus e Arrianus avevano consumato le suole degli stivali a forza di camminare, riposando solo poche ore nel cuore della notte. Percorrendo i margini della Grande Pianura aveva attraversato una zona dove ogni villaggio e ogni fattoria erano stati incendiati. La poca gente che si vedeva in girr se poteva fuggiva, se non poteva veniva massacrata. Poi il paesaggio era cambiato, e i loro passi li avevano portati a terre meno devastate. Da lontano avevano visto borghi intatti o quasi, presidiati da guerrieri Dosthan che indossavano armature a scaglie o usberghi non molto diversi da quelli che avevano dato a loro nella Legione. Quei Dosthan non erano selvaggi come quelli che avevano dovuto combattere a Campusfloridus, ma soldati ben inquadrati. I contadini andavano e venivano dai campi. Non sembravano contenti, ma almeno erano vivi e avevano ancora le loro case. Dopo aver passato alcuni villaggi senza farsi scorgere, si decisero a portarsi sulla strada principale e a farsi vedere.

Scelsero un paesino di quattro case, senza nemmeno una palizzata di legno a difenderlo. Osservarono a lungo nascosti fra gli arbusti. C’erano cinque o sei Dosthan a presidiarlo, non di più. Obbedivano a un uomo che – spiando come si comportava con gli abitanti – giudicarono rude ma bonario, con lunghi baffi biondi sotto a un elmo di cuoio.

Tornarono indietro fino a quando non furono sicuri di essere ormai fuori dalla vista dei soldati, si rimisero sulla via e si incamminarono ostentando indifferenza.

Mentre camminavano verso le case, videro che il capo dei barbari chiamava i suoi uomini. I suoi soldati lo raggiunsero, di corsa. Il gruppo di Dosthan uscì di fra le capanne e andò loro incontro. Poi, a un cenno del capo, i barbari si fermarono e li attesero a piede fermo.

“Ave, buona serata a voi.” disse Glaucus.

“E anche a voi.” rispose il Dosthan parlando in volgare Mitoien, ma con un forte accento. “Dove andate?”

“Siamo viandanti sulla via per tornare a casa, nei dintorni di Selenia.”

Il soldato li guardò con sospetto, accigliato.

“Siete molto ben armati, per essere Mitoien.”

Arrianus gli sorrise e indicò il proprio arco.

“Siamo cacciatori, veniamo dalle foreste a ridosso dell’Altopiano.”

L’uomo si massaggiò la mandibola, incerto.

“E le vostre prede? Pellicce non ne vedo.”

Glaucus si grattò la testa.

“Eh, questa volta ci è andata male. Ne avevamo prese di belle, e non poche, ma alcuni vostri compatrioti ci hanno alleggerito!”

Il capo tradusse per i suoi uomini e tutti si fecero una grassa risata.

“E’ la guerra!” disse poi, rivolgendosi di nuovo ai due Mitoien.

Glaucus alzò le spalle:

“E’ la guerra, infatti. Io preferisco la pace, però.”

“Anch’io la preferisco… adesso che abbiamo vinto!” rimarcò il barbaro, rigirando il coltello nella piaga. Poi aggiunse: “Siete fortunati che non vi hanno ammazzati. Quelli che avete trovato da quella parte venivano dallo Zannmark. Sono più belve che uomini, ve lo dico io!”

“Infatti c’era poco da scherzare, con quelli.” commentò Arrianus, attirandosi un’occhiataccia.

“C’è poco da scherzare anche con noi, bada!” lo rampognò il soldato.

“Non ho dubbi. E chi scherza?”

“Ora tutta la zona di Selenia è sotto il controllo del Principe Theodor, dovete a lui la vostra obbedienza.”

I due si guardarono a vicenda, poi Glaucus sospirò.

“Non abbiamo nulla da obiettare naturalmente. Adesso siamo sudditi di Theodor, allora.”

“Sudditi del Principe Theodor. Certamente.”

Arrianus annuì.

“Sudditi del Principe. E la via è libera fino in città?”

Il Dosthan fece un ghigno inquietante.

“Fino alle mura della città di sicuro. Secondo le ultime notizie che ho ricevuto il resto del territorio è tutto nelle nostre mani, e il Principe col grosso dell’esercito stava andando a prendere anche Selenia. Non so se la città sia già caduta o stia per farlo.”

Glaucus inghiottì amaro, pieno di timore per Felitia.

Fu Arrianus a riprendersi per primo dalla notizia.

“Ci puoi dare un lasciapassare per arrivare fin lì? La mia famiglia vive poco lontano dalla città, mentre la moglie del mio amico lo sta aspettando proprio a Selenia. Loro vivono entro le mura.”

Il soldato sbuffò.

Prese due pezze di pelle da un borsello e vi impresse sopra un sigillo.

“Questo è un lasciapassare. Mostratelo e i soldati del Principe vi lasceranno andare per la vostra strada. Ma può darsi si vogliano prendere qualcuna delle vostre cose, magari un arco. In caso non fate gli idioti, donategli quello che vogliono. Io vi lascio le armi, perché ancora non è sicuro muoversi per queste terre. Non mi sembrate due stupidi. Spero di non sbagliarmi.”

“Non faremo nessuna stupidaggine, capo, puoi stare tranquillo. Vogliamo solo tornarcene a casa e vivere in pace sotto il governo del Principe senza dare fastidio a nessuno.” lo rassicurò Arrianus.

Il Dosthan consegnò loro gli scampoli di pelle con sopra il sigillo.

“Dite che ve li ha dati il decano Hagen, del III Manipolo.”

Lo ringraziarono e si allontanarono proseguendo sulla strada.

“Siamo quasi a casa.” disse Arrianus dopo un po’, rasserenato.

“E se gli Dei lo vorranno ne sarà rimasto perfino qualcosa.” aggiunse Glaucus “Spero che il Senato trovi un compromesso col Principe. Altrimenti dovrò trovare un modo di entrare in città, e ci sarà da combattere di nuovo. Questa volta temo che sarebbe fino alla fine.”

 

 

Share: