Le trattative fra il Senato di Selenia e l’armata nemica si protrassero per tutta la mattinata. Ambascerie andavano e venivano, fra le porte della città e il campo Dosthan che aveva preso forma di fronte ad essa. Le ore passavano e sia gli assediati che gli assedianti si erano stravaccati per terra. Oltretutto il sole si era messo a picchiare duro sugli elmi di metallo, arroventandoli, e anche sulle teste.

“Non so se è peggio tenermi quest’elmo sulla zucca e friggermi il cervello oppure toglierlo e rischiare di prendermi una freccia in testa.” si lamentò Drakos.

Vitreus, che se l’era già tolto, rispose:

“Il cervello però te lo friggi anche senza. Basta il sole sopra, te lo garantisco. Sulla mia potresti friggere un uovo.”

“Sì ma non così in fretta come sul mio elmo.”

“E allora cavalo. Non mi pare che abbiano molta voglia di scagliare frecce quelli là, o almeno non ancora. Fino a che parlano non ci tocca crepare.”

Edurne distese le sue lunghe gambe e sbuffò:

“Non credevo che la guerra potesse essere così noiosa.”

Il vecchio decanus rise.

“Ragazza, non hai idea di quanto possa esserlo, noiosa, la guerra. Il problema è che quando poi non è noiosa è solo perché ti precipita tutto addosso, la gente crepa intorno a te e se non hai fortuna crepi anche tu, o ti ritrovi senza una mano o una gamba, e allora rimpiangi la noia di prima.”

“Molto consolante. Allora godiamoci la noia.” ne concluse lei.

Felitia sospirò e si appoggiò a un merlo delle mura, facendo vagare lo sguardo liberamente al di là, nella vasta pianura. Adesso se anche Glaucus fosse riuscito a tornare a casa avrebbe dovuto tenersi alla larga dalla città, se non voleva essere catturato. Magari era prigioniero. O forse si nascondeva proprio nei dintorni, separato da lei per colpa di quella maledetta armata di crucchi. E se non fosse tornato? Cosa avrebbe fatto di se stessa? Aveva solo lui. La sua infanzia l’aveva passata da orfana di genitori poveri, senza casa, facendo la fame o rubacchiando in giro. Ben presto, dato che stendeva anche ragazzi molto più grandi e più forti di lei, a bastonate o anche a mani nude, aveva cominciato ad accarezzare l’idea di darsi alla gladiatura. Alla fine si era consegnata a un lanista per essere addestrata. Equivaleva più o meno alla schiavitù, ma le clausole del patto erano messe per iscritto: il lanista, un tale Galba, aveva il diritto di disporre di lei in tutto e per tutto come combattente decidendo della sua giornata, degli allenamenti, della dieta, dei combattimenti a cui destinarla e perfino delle punizioni da infliggerle in caso di mancanze. Felitia aveva insistito per escludere esplicitamente dal contratto ogni obbligo al di fuori di quelli strettamente inerenti all’arena, dal momento che alcuni gladiatori e gladiatrici erano soliti “arrotondare” in combutta col lanista anche con prestazioni da letto a favore di facoltosi ammiratori. In cambio dell’obbedienza stabilita nel contratto, Galba si obbligava ad addestrarla al meglio, nutrirla, alloggiarla e provvedere ad ogni sua necessità, oltre a versarle una percentuale del ricavato dei suoi incontri, scommesse comprese. Era una scelta per la vita: una volta scaduto il contratto, Felitia sarebbe stata libera di mandare al diavolo Galba, però non avrebbe avuto comunque alcun futuro se non negli anfiteatri, non sapendo fare altro. Infatti non ci sarebbe stato tempo né forza per fare o apprendere alcun’altra arte, seguendo il regime spietato che l’avrebbe trasformata in una macchina da guerra vivente. L’unica alternativa a restare nella schola di Galba sarebbe stata legarsi a un altro lanista. E da gladiatrice Felitia aveva vissuto, riempiendo di denaro le tasche di Galba e di ferite gli arti di altre ragazze, e poi anche di uomini. Ne aveva anche ricevute, di ferite, ovviamente. Le sue gambe e braccia raccontavano tante storie, e aveva anche qualche cicatrice derivata da ferite più pericolose al corpo. Con tutto ciò, aveva molte più vittorie che sconfitte al suo attivo, ed era diventata una beniamina dell’esigente pubblico di Selenia. Il suo sguardo cadde sull’avambraccio sinistro, dove c’era il segno che le aveva lasciato Glaucus quando le era capitato di affrontarlo. Lui era di ritorno da un viaggio di due anni che l’aveva portato a combattere ad Alesia e alla fine perfino nell’Arena per eccellenza, quella della capitale Imperiale Fortia. Eppure lei l’aveva fatto sudare un bel po’, il che non era così scontato dato che lui si liberava con facilità di uomini esperti. Alla fine Glaucus, schivando di lato, era riuscito a coglierla con un fendente sulla spalla rapido e preciso, giusto di lato allo scudo. Si era fermato immediatamente e si era mostrato rispettoso e premuroso, soccorrendola sul posto e andandola a trovare subito dopo la fine dei giochi. Era gentile ed educato come un Patrizio, Glaucus, anche se era cresciuto povero quasi quanto lei. Ce l’aveva nello spirito, innato. Come un Patrizio, però, sapeva essere spietato e rigido come l’acciaio, quando serviva. Aveva iniziato subito a corteggiarla, senza essere mai sfacciato, e fin dall’inizio a lei non era dispiaciuto. Poi… bene poi era iniziato tutto, e la sua vita era cambiata completamente, anche se in apparenza aveva continuato a fare esattamente le stesse cose. Entrambi erano ormai liberi dal debito verso i rispettivi lanisti e avevano del denaro da parte, così dopo un po’ avevano comprato casa insieme e avevano lasciato gli alloggi dei gladiatori. Ci andavano solo a dormire, a casa, dato che le loro giornate erano del tutto dedicate all’allenamento. Però quelle due stanze erano diventate il loro nido, dove dal tramonto all’alba potevano lasciarsi alle spalle tutto il sudore, i lividi e il sangue e abbandonarsi l’una nelle braccia dell’altro.

“Guarda che sguardo sognante che fa, la ragazza! Scommetto che sta pensando al suo ganzo.” la sfotté Edurne.

Felitia le rivolse un ghigno.

“Di certo non pensavo a te!”

“Toccata!” aggiudicò il punteggio Vitreus, sorridendo a tutta bocca.

“Eh, invece il problema è che lei non mi ha mai toccata.” si lamentò l’Hesperiana.

“Non ti è bastato il mio tocco di ieri?”

“Oh, le mie cosce sono ancora tutte un fuoco!”

“E basta, lasciala in pace una buona volta! Non eri praticamente sposata? O vuoi che spifferiamo tutto alla tua mogliettina?” incalzò Drakos.

“Ma siete tutti contro di me? D’accordo, la smetto, io non dico mica sul serio, no? Lo sapete…”

“Bah!” disse il gladiatore nero, incrociando le braccia con aria poco convinta.

“Sarà…” ribadì Drakos.

“Almeno così si passa il tempo, ma se devo affrontarvi tutti e tre insieme allora passo e me ne sto zitta.”

“Oh, finalmente!” sbottò Felitia “Lasciaci un po’ in pace una buona volta.”

Il decanus se la rideva per conto suo, in disparte, facendo finta di non ascoltare. Un paio di provocatores armati come legionari si misero a giocare a dadi scommettendo forte, poco più in là. Tutti andarono a vedere, compreso un gruppo di ragazzetti a cui erano stati dati degli archi e un pugno di frecce da tirare come potevano. Dopo pochi istanti si levò un rumoreggiare da altre sezioni delle mura. Giunse un messaggero, di corsa. Era trafelato, tutto coperto di sudore. Si fermò davanti al decanus.

“Signore, il Senato cittadino ha raggiunto un accordo con il Principe Theodor. La città gli verrà consegnata domani all’alba. Egli assumerà qui gli stessi poteri che aveva l’Imperatore, mentre il Senato di Selenia manterrà le sue prerogative. Il Principe entrerà in città domani con un contingente limitato, e si asterrà da qualunque saccheggio. In cambio gli saranno consegnati i forzieri della città. Da domani egli sarà il nostro Signore e ci garantirà la sua protezione. I Dosthan si reggeranno con le loro leggi e ai Mitoien si applicheranno quelle Imperiali. Ogni atto ostile verso il Principe e i suoi uomini sarà punito con la morte, secondo le regole di guerra. E’ tutto chiaro?”

Rimasero tutti a bocca aperta, compreso il vecchio.

“Sì… sì , è chiaro. Allora domani cosa facciamo, dobbiamo venire alle mura? E stanotte? Facciamo i turni di guardia o no?”

Il messo annuì.

“Tutto come da programma. Quando apriremo le porte scenderete dalle mura e verrete a presidiare le vie cittadine fra la strada dei ramaioli e il decumanus, tenendole sgombre per il Principe e il suo seguito e interponendovi fra i Dosthan e il popolo. Buona fortuna, ora devo proseguire.”

Ciò detto corse via, lasciando l’intero contingente della milizia cittadina nello sconcerto più totale.

Vitreus si grattò la testa.

“Pare che la nostra guerra sia già finita. Così, senza tirare nemmeno un colpo.”

“E senza riceverne, Vitreus, soprattutto senza riceverne. Forse va bene così, ma non mi fido affatto dei crucchi, nemmeno del Principe Theodor. Dicono che sia un condottiero abile e giusto, ma non ha esitato a passare dal servizio dell’Impero e quello di Wulfstan. Aprire le porte è sempre rischioso, sanno gli Dei cosa faranno i barbari quando ci avranno in loro potere. E poi avremo a Selenia un Dosthan coi poteri dell’Imperatore… che follia! I selvaggi si governeranno secondo le loro usanze tribali, proprio in mezzo a noi, senza rispondere alle leggi.” Drakos scosse la testa, umiliato.

“Almeno domani respireremo ancora tutti, Drakos. E’ pur sempre qualcosa. Primum vivere.” lo consolò Edurne.

Felitia non sapeva cosa pensare. Un così grande crollo avveniva senza sangue, senza polvere, senza rumore. Era chiaro che un’epoca era finita, e una di grande incertezza iniziava. Almeno, se Glaucus era da qualche parte là fuori, avrebbe trovato la via aperta. E, forse, ci potevano essere padroni peggiori di Theodor. Lo avrebbero visto a partire dall’alba di domani.

 

 

Il sole iniziava ad abbassarsi sull’orizzonte quando Glaucus e Arrianus si fermarono di botto e si buttarono a terra. Poco distante, su una pista in terra battuta, c’era un carretto con sopra una famiglia di contadini. Avevano parecchia roba sul carro, probabilmente tutti i loro poveri averi. Profughi. Attorno a loro si era radunata una bandaccia Dosthan. Urlavano per fargli scendere, e già alcuni giovani barbari avevano messo le mani addosso alle donne, che gridavano. Un vecchio e un ragazzo, forse nonno e nipote, provarono a mettersi in mezzo, ma furono spintonati via e malmenati da un paio di bestioni barbuti coperti di pelli.

“Sono troppi.” mormorò Arrianus “Restiamo nascosti o qui ci lasciamo la buccia.”

Glaucus cercò di respirare a fondo per liberarsi il petto dall’ansia e dal fuoco del furore che vi bruciava dentro incandescente. Non c’era niente da fare. I barbari erano almeno una ventina, non c’era alcuna possibilità. Forse se avessero avuto degli archi, ma nessun arciere della Legione aveva rinunciato alla sua arma e né lui né Arrianus avevano avuto la

 

possibilità di prenderne uno. Non avevano nemmeno uno scudo per proteggersi dalle frecce di quegli altri invece, né un’armatura addosso per tenere i colpi. Nessuna possibilità.

Eppure si sentiva morire dentro, ad assistere a quella scena senza fare niente. Aveva scelto di arruolarsi non per difendere l’Imperatore ma per fare da scudo proprio a quella gente umile che pagava per prima il prezzo della guerra, un tempo in tasse e adesso perfino in sangue. Ora doveva lasciare che sopportassero ogni ingiuria, dal furto allo stupro fino al bacio finale dell’acciaio. Senza fare nulla. Nascosto fra gli arbusti come un ladruncolo dopo aver rubato la frutta dagli alberi.

Arrianus si accorse del suo respiro pesante, che si faceva sempre più rapido.

“Pensa alla tua bella, Glaucus, la vuoi davvero lasciare sola in questo tempo feroce? Non vuoi tornare da lei? Pensa a lei, come io penso alla mia famiglia. Chiudi gli occhi, se devi, e stai zitto.”

Glaucus pensò a Felitia e gli occhi gli si riempirono di lacrime, mentre udiva le grida dei contadini. Chiuse le palpebre e aspettò che finisse. Ma non sembrava finire mai, mai…

Un grido diverso.

Ordini agitati in lingua Dosthan, furore e dolore, corpi che cadevano.

Glaucus alzò la testa.

Cinque o sei Dosthan erano a terra, morti o feriti, con frecce nel corpo. Gli altri avevano mollato le contadine e si stavano disponendo a difesa.

“Non siamo da soli, Arrianus! C’è gente nostra nel bosco. Andiamo!” ruggì Glaucus. Senza aspettare la risposta dell’amico balzò in piedi ed estrasse la spada e il pugnale. Si sentiva come se di colpo gli avessero levato di dosso pesanti catene da schiavo. I barbari avevano formato un muro di scudi rivolto verso il bosco, i profughi avevano lasciato il carro e si erano stesi a terra poco distante. Il gladiatore corse in silenzio. Sentiva alle spalle i piedi di Arrianus battere lievi sul terreno, il suo respiro agitato. Fissava con odio le schiene dei nemici. Altre frecce piovvero sui barbari e un paio di uomini si accasciarono con le cosce trafitte. Molti scudi parevano dei porcospini irti di aculei. Un altro cadde morto, una freccia infilzata in un occhio. Era uno dei giovincelli che avevano trascinato le donne giù dal carro. Da oggi avrebbe potuto infastidire solo le Valkirie, quello lì. C’era un vasto sentiero che tagliava il bosco. Da lì proveniva al galoppo una turma di cavalieri Imperiali, la crema della truppe Mitoien, il fiore della gioventù Maliana. Si stavano precipitando alla carica contro i predoni del Nord. Alcuni arcieri invece dovevano essere nascosti fra gli alberi, e da lì tiravano sul nemico. I cavalieri sbucarono all’aperto, sulla strada, e con una manovra da manuale si aprirono in due colonne, evitando di impattare sul muro di scudi. Lanciarono invece i loro giavellotti e aggirarono la formazione Dosthan sui due lati. Il capo dei barbari, un gigante rossobarbuto, cadde col cranio sfondato da un giavellotto. Glaucus e Arrianus arrivarono alle spalle dei barbari, in silenzio mentre tutti gli altri gridavano ordini e urla di guerra. Glaucus sfondò la schiena di un tipo grosso con un fendente e nello stesso tempo cacciò il pugnale fra le costole a un giovanotto biondo. Arrianus fece lo stesso, poi imperversarono su quelli che si giravano ad affrontarli. Il muro di scudi cedette al centro sotto il loro urto, aprendosi, e quattro o cinque giavellotti entrarono nei varchi a mietere vite. Glaucus deviò un fendente poderoso lasciandolo scorrere sulla lama e rispose di punta alla gola, Arrianus si fece indietro facendosi schermo col mantello arrotolato sul braccio e tranciando una gamba al ginocchio. I cavalieri caricarono su entrambi i fianchi e sfondarono, imperversando sui superstiti in fuga con lance e spade. In pochi istanti fu finita. Alcuni Imperiali balzarono giù di sella e finirono i moribondi ficcandogli le lance in corpo fino a che smettevano di muoversi. Dal bosco uscirono anche diversi arcieri, primi fra tutti un uomo di mezza età che pareva un Patrizio e un ragazzino che stava al suo fianco, forse il figlio.

Il Tribuno che guidava la turma tirò le briglie e fece spostare il cavallo di lato, con eleganza, fino ad avvicinarsi ai due legionari.

“Grazie per il vostro aiuto, lo abbiamo molto apprezzato. Io sono Claudianus, Tribuno della scorta Imperiale. Stiamo scortando il nobile Patrizio Namasius Maravosius e suo figlio Vindex a Gallesse.”

“Se esiste ancora, Gallesse. Ho sentito che là le cose non vanno meglio che qui. E qui vanno… come avete visto.” rispose Arrianus “Noi eravamo legionari della XII. Io sono Arrianus e questo è Glaucus, prima della guerra era un famoso gladiatore. La Legione è stata bloccata nelle terre di Campusfloridus e dopo aver resistito a lungo e spezzato l’accerchiamento è stata disciolta proprio ieri. Noi due torniamo a casa, a Selenia.”

La famiglia di contadini si stava rialzando, alle loro spalle. Avevano subito solo qualche strattone, qualche graffio e un grosso spavento. Una delle ragazze era scosse da tremito e il ragazzino che era stato malmenato batteva ancora i denti rumorosamente.

Glaucus sorrise loro.

“Siete salvi. Potete andare.”

Il vecchio gli fece un lieve inchino e si mise ad aiutare gli altri a risalire sul carro.

Il Tribuno gli si rivolse:

“Non andate verso Fortia. Tutto l’Ovest è perduto. Salite sull’Altopiano, invece. C’è una fila ininterrotta sui sentieri che si arrampicano lassù e dovrete abbandonare il carro, ma la via è percorribile.”

“Grazie, signore.” disse il contadino “Faremo così.” Poi si rivolse a Glaucus e Arrianus: “Mio figlio, il padre di questi ragazzi, era anche lui nella XII. Si chiama Florianus Pullo. Lo conoscete?”

Arrianus chinò il capo.

“Sì. E’ rimasto sul campo qualche giorno fa. Mi dispiace.”

Alcuni si misero a piangere. Il vecchio scosse la testa.

“Almeno adesso lo sappiamo. Dentro di me già lo sentivo.”

“E’ morto facendo il suo dovere, da valoroso. Potete essere fieri di lui. Andate, ora. Ci saranno altri barbari in giro, non perdete tempo.”

Il contadino si arrampicò sul carro e partì, salutando con la mano.

Il Tribuno sospirò, commosso.

Nel frattempo anche il Patrizio e suo figlio si erano avvicinati. Salutarono Glaucus e Arrianus stringendo loro la mano.

“Grazie dell’aiuto. Vorrei poter contraccambiare, ma la nostra strada prosegue verso Nord. Stiamo facendo un giro largo per evitare una tribù, forse la stessa che assediava voi, e poi ci riportiamo vicino alla costa. Avete bisogno di nulla?”

Glaucus stava per dire di no, ma si fermò.

“In verità una cosa ci sarebbe. Un paio di archi e di faretre ci farebbero comodo, se ve ne avanzano.”

Namasius Maravosius gli porse il suo arco.

“Ce ne avanza uno solo, ma tanto il mio carrettiere Marius non sa tirare, al contrario di mio figlio che prenderebbe l’occhio di un coniglio al buio, come forse avrete visto.” disse, indicando un paio di Dosthan per terra. “Prendete questo. E tu, Marius, dai il tuo arco a quest’altro legionario. Ve li siete meritati.”

Il Tribuno si intromise.

“Signore, non possiamo attardarci, dobbiamo andare. Tornate ai carri e proseguiamo, vi prego.”

Il nobile mise una mano sulla spalla all’ufficiale.

“Ma certo, Claudianus, andiamo subito. Buona fortuna, legionari.”

“Buona fortuna anche a voi, Signore.” rispose Glaucus “E grazie per gli archi. Che gli Dei vi ripaghino per la vostra generosità.”

Glaucus e Arrianus rimasero a osservarli rientrare nel bosco. Ne riemersero dopo pochi istanti alla guida di alcuni carri, il cui contenuto era occultato alla vista.

Li salutarono da lontano e ripresero il cammino.

Dopo un po’ Arrianus si fermò e gli chiese:

“Cosa credi che ci fosse su quei carri? Oro, forse? Il tesoro Imperiale stesso, magari, che stanno cercando di sottrarre alle grinfie dei barbari?”

Glaucus si strinse nelle spalle.

“Non lo so, e tutto sommato me ne frega poco. Di questi tempi l’oro ti trasforma in un bersaglio. Quel che ha valore adesso è il cibo, e le armi. Per me valgono di più questi due archi che tutto l’oro dell’Imperatore.”

Il suo amico scoppiò a ridere.

“Sì, forse hai ragione tu. Siamo ricchi, allora!”

 

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