I RACCONTI DI MALIA

Parte Prima

I destrieri da guerra lanciati uno contro l’altro sudavano copiosamente sotto il sole spietato dell’isola di Tiria. I loro manti erano lucidi per lo sforzo. Anch’io ero madido. Mi asciugai la fronte col dorso della mano. Il cavaliere a sinistra era un Gallessano, sullo scudo una testa di lupo nera in campo rosso. Da destra si precipitava contro di lui il figlio di un ricchissimo mercante locale, un tale Salvatore Ranieri originario proprio di lì, di Ertapietra. Sulla sua rotella la testa feroce di una Furia dai lunghi canini. Il Gallessano all’ultimo si spostò di lato, e si scontrarono con un gran fragore. Avevo visto quello spettacolo parecchie volte, ma non cessavo di stupirmi della violenza degli urti che i contendenti si scambiavano. Solo l’abilità dei migliori armaioli poteva impedire che questi cavalieri morissero come mosche quando praticavano la loro attività preferita. Io, dal canto mio, avrei preferito affrontare dieci sgherri armati in un vicolo che fare una roba del genere. La lancia del mercante strisciò sullo scudo del Gallessano e aprì una sorta di cicatrice color acciaio sul muso del lupo che vi era raffigurato. Ma l’arma di quel Lyonel Maravoy invece colse il suo avversario in pieno petto, appena sopra al bordo della rotella. Per un istante l’asta di legno di frassino arrivò a curvarsi, mentre il pubblico tratteneva il fiato. Poi la cinghia sottopancia del cavallo del contendente locale cedette, e lui fu proiettato indietro. Salvatore Ranieri cadde nella polvere con tutta la sella. Maravoy si ritrovò lanciato avanti, ma subito tirò le redini di lato, fece girare il destriero su se stesso e balzò giù. Non si curò di armarsi ma accorse presso il suo avversario, per controllare se fosse ancora vivo. Quello era scosso, ma stava già cercando di liberarsi delle staffe e rialzarsi. Il Gallessano gli porse una mano però l’uomo di Tiria lo scacciò via, quasi in malo modo. Ranieri non aveva intenzione di arrendersi, anche se sul suo pettorale era evidente una grande ammaccatura centrale. Strano che non si fosse rotto delle costole, pensai, era stato fortunato. Mentre il giovane arrancava per rialzarsi Maravoy tornò al suo destriero ed estrasse la spada, il cui fodero era fissato alla sella. Fece un paio di molinelli per sgranchirsi il polso, che doveva aver subito il contraccolpo della botta di lancia, e si mise in guardia protendendo lo scudo. Aspettò con calma che il suo avversario fosse pronto. Intanto intorno a loro si andavano radunando giudici di gara, sergenti e araldi. I duellanti iniziarono a studiarsi, scambiandosi qualche colpo cauto. Il giovane mercante fece una finta sopra lo scudo e tagliò un mandritto alle gambe, ma Lyonel Maravoy balzò indietro sottraendosi al colpo. Poi fu lui ad attaccare: tentò di girare prima a sinistra e poi a destra dell’avversario rifilandogli al contempo ben quattro botte, che però il contendente locale riuscì sempre a parare o a schivare. Dopo aver ripreso fiato il ricco mercante si lanciò avanti con un roverso alto. Scelta infelice, osservai fra me e me. Il Gallessano ne approfittò subito: parò di spada, spinse l’arma di Salvatore Ranieri alla propria destra senza lasciarla andare, fece un passo avanti col piede sinistro e colpì di punta all’interno del braccio destro del mercante. La lama, pur smussata, si infisse nel bicipite. Il pubblico poté vedere la giubba imbottita del cavaliere di Ertapietra intridersi di sangue, che poi stillò a terra in grosse gocce. Due sergenti si gettarono in mezzo impugnando le partigiane e li separarono. Era finita. Maravoy alzò le braccia in segno di trionfo. Il perdente si tolse l’elmo rivelando un’espressione di dispetto, poi fu costretto a stringere la mano al vincitore, sia pure con una stizza che non tentò affatto di celare. Anche se lo sconfitto era un mio compatriota, o quasi, la sua scortesia mi aveva spinto a parteggiare per lo straniero. Così, pur senza esultare troppo, mi concessi un sorriso di soddisfazione. Ad ogni modo Maravoy si era dimostrato superiore sia a cavallo che a piedi, aveva meritato la vittoria e i festeggiamenti che i suoi vassalli gli stavano tributando in quel momento. In realtà per un popolano era già molto essere arrivato fino a quel punto del torneo: quel giovane mercante poteva essere contento della propria abilità con le armi. Un po’ meno della mancanza di gentilezza che lo aveva contraddistinto. A lui sarebbero state riservate adesso le cure del cerusico.

Messer Maravoy fece allora qualcosa di inaspettato: estrasse da una borsa della sella un drappo di tessuto prezioso con il blasone dei Conti di Castlebrun e camminò verso il palco dove stavano gli spettatori della nobiltà.

Poi lo baciò, e lo lanciò a una giovane dama. Era un gesto molto impegnativo. Mi sforzai di vedere chi fosse, ma era troppo lontano. Però ero curioso, quindi mi feci largo tra la folla.

La damigella che stringeva il drappo era una bellezza, aveva lunghi capelli castani e grandi occhi azzurri. Aveva le guance un po’ arrossate. Comprensibile. Il padre della fanciulla, al suo fianco, era rigido come una statua di pietra. A giudicare dalle vesti dovevano essere originari di Tiria oppure Isolani. Ma perché stare a fare illazioni? C’era un araldo proprio lì alla mia portata.

“Scusate, signore, sapete dirmi per caso chi sia quella damigella a cui il nobile Maravoy ha porto omaggio?”

L’araldo, secco e rugoso come una vecchia tartaruga, mi squadrò come se fossi uno straccione.

“Ma certo. E’ Demetra di Mykenes, figlia dell’Autarca. Non vedete le loro insegne?”

Come no, certo che le vedo. Ma non sono un araldo. Vengo dall’Altopiano Centrale e non sono mica tenuto a conoscere tutte le stirpi delle infinite Isole che costellano il mare, no?

A volte quelli di Tiria erano fastidiosi: tendevano a considerare la loro isola il centro del mondo e loro stessi gli unici esseri umani perfetti. Chi si ritiene perfetto non potrà mai migliorare, l’avevo imparato a mie spese molto tempo prima, all’accademia di scherma a Novafortia. Gli uomini di Tiria non si ritenevano né Maliani né Isolani ma in qualche modo credevano di stare al di sopra di entrambi. Erano in realtà semplicemente una via di mezzo tra i due.

Comunque mi tenni per me la rispostaccia che avrei potuto dare e tornai a girarmi verso la lizza.

Mentre scudieri e paggi portavano via cavalieri, armi e cavalli da guerra si iniziò a preparare il campo per l’ultimo scontro della giornata, che vedeva ancora in lizza un cavaliere di Castelbrun. Era il giovanissimo Barone Claudi de Naute-riu, l’ultimo straniero ancora rimasto in gioco oltre al suo signore che aveva appena vinto lo scontro, e a un Principe Isolano. I cavalieri di Castelbrun si erano fatti valere al di là di ogni aspettativa. Altri Gallessani, Dosthan, Isolani e uomini dell’Ovest erano stati riportati alle loro tende con fratture e lesioni. Quelli feriti in modo più lieve si assiepavano dall’altra parte dello steccato, per assistere agli scontri di chi era stato più fortunato di loro. Il Torneo dedicato alla Dea Flora, che si teneva ogni tre anni a Ertapietra, aveva sempre avuto fama di essere tra i più duri. Oltre ai migliori campioni delle giostre dell’intero Continente, alcuni dei quali vivevano vagando di continuo di torneo in torneo, si presentava un gran numero di cavalieri da tutte le Terre Meridionali di Malia, dalle altre Isole e, com’era naturale, da Tiria stessa.

Tamburi e chiarine iniziarono a suonare, annunciando il combattimento. Il diciassettenne Barone di Naute-riu affrontava un cavaliere di Rocciarossa, un Feudo sulla Costa del Tramonto. Era costui un certo Marco Sarti, un veterano che aveva giostrato in giro per tutta Malia. Io avevo visto entrambi tirare di spada: Claudi in addestramento presso la sua tenda, un paio di giorni prima, e Marco Sarti in un torneo ad Altarocca tre anni fa. Perciò ero certo che se fossero giunti alle spade l’esperto uomo di Rocciarossa avrebbe potuto battere senza troppi problemi il sia pur valoro Gallessano. Riconobbi il blasone rosso e oro del signore di Rocciarossa, che il cavaliere suo vassallo portava in campo con onore anche quel giorno.

Dall’altra parte veniva avanti Naute-riu, con la visiera dell’elmo alzata a mostrare i tratti piacevoli e regolari del volto. Ognuno dei due aveva già eliminato cinque avversari, a quel punto. Il vincitore dello scontro sarebbe entrato fra gli otto migliori del torneo, e all’indomani avrebbe avuto l’occasione di battersi ancora per il primo posto. I destrieri sbuffavano, inquieti. Il sole aveva preso ad abbassarsi sull’orizzonte ma il caldo era ancora asfissiante.

Al segnale degli araldi il Gallessano abbassò la visiera ed entrambi i cavalieri diedero di sprone. Quando furono vicini Sarti abbassò la lancia spostandola a sinistra e si piegò. In quel modo, alzando l’arma all’ultimo momento avrebbe scostato l’arma del Gallessano alla propria destra mandandola fuori bersaglio, mentre la sua avrebbe centrato l’avversario in pieno. Una manovra ardita. Ma quando il Maliano alzò la lancia Claudi de Naute-riu abbassò la sua, la passò sotto a quella di Sarti e tornò a rialzarla all’interno, trasportandogli l’arma nemica fuori dalla linea. Colse il Maliano alla spalla sinistra, rovesciandolo a terra. Sarti cadde di sella fra il rumoreggiare della folla. Quando il giovanissimo Claudi frenò il suo bianco destriero e gli applausi cessarono, si udirono le grida di dolore del cavaliere di Rocciarossa. Lo soccorsero. Non c’era sangue, ma lui si rotolava per terra e non smetteva di gridare. Anche il Gallessano scese di sella e si tolse l’elmo, preoccupato.

I medici liberarono Sarti dello spallaccio, che aveva una bella ammaccatura, e poi di tutta la parte superiore dell’armatura. Dovettero togliergli anche la giubba imbottita e la camicia, e a quel punto si vide che, sotto a un vasto livido nerastro, la spalla era lussata. Aiutarono Marco Sarti a mettersi in ginocchio, poi uno dei medici gli tirò forte un braccio e l’altro operò sul deltoide ricollocando l’osso nella sua sede.

Il cavaliere respirò forte. Il suo corpo muscoloso e cosparso di cicatrici era tutto sudato e lucido, per la gioia delle dame presenti.

Quando riuscì ad alzarsi si prese anche lui un applauso dal pubblico.

Claudi gli sorrise, rassicurato:

“Spada?”

Quello fece cenno di no e scosse la testa.

“Non oggi, mio signore. Un altro giorno sarò felice di accontentarvi, ma per oggi ho già ricevuto la mia lezione. Siete stato incredibile con la lancia, complimenti.”

“Grazie a voi, è stato un onore incontrarvi sul campo.”

Si strinsero la mano.

Era finita.

La gente iniziò ad allontanarsi a piccoli gruppi, in attesa che calasse il sole e l’aria rinfrescasse. Allora sarebbero iniziate le danze, le bevute e i corteggiamenti. Io bighellonai un po’ in giro, fino a che mi parve di vedere tra la folla il cappuccio di una cappa che mi parve di riconoscere. Non era possibile. Non potevano avermi seguito fino a lì, così lontano dalla mia terra. Eppure, se non proprio lui, ero sicuro che fosse uno di loro.

Lo seguii, improvvisamente col cuore in gola. Avrei preferito vedere il fantasma della mia vittima tornato a perseguitarmi dall’Ade, piuttosto che uno di quelli. Accelerai il passo, tentando di raggiungerlo, con la mano sull’impugnatura della spada. Ma lui sgusciava tra la gente più veloce di quanto non potessi farmi largo io. Ma cosa ci faceva a Tiria, cosa voleva ancora da me? Dannato. L’avevo perso.

Poi mi sentii chiamare.

“Publio! Publio Marsi, ma sei davvero tu? Cosa ci fai quaggiù?”

Mi voltai. Era Galeazzo, un maestro d’armi di Novafortia che avevo conosciuto tempo fa in Accademia. Lo riabbracciai con piacere. Eravamo stati in competizione, in passato, ma avevamo anche vissuto insieme qualche bella avventura. Galeazzo non era come quegli incappucciati con tutti i loro segreti: apparteneva al mondo reale, lui.

“Cosa faccio? Cerco lavoro, bello mio. Che altro? Mi sono trovato, come dire, nella necessità di lasciare le terre dell’Altopiano per un po’.”

Galeazzo rise e mi strizzò un occhio.

“E perché credi che anch’io sia finito a Tiria? Ne so qualcosa, di queste situazioni. Però adesso un lavoro ce l’ho: sono stato ingaggiato dal Duca di Ertapietra già mesi fa, e ora vivo qui. E tu? Soldi, sangue o una donna?”

“Bah, un misto dei tre. Storia lunga per raccontarla adesso.”

Il mio vecchio amico si arricciò i baffi.

“Mmmmh, certo, immagino che sia troppo lunga per spifferarmela tutta qui in piedi. Ma non davanti a un bicchiere o due di quello buono. O sbaglio? Offro io, dai. Tu racconti e io bevo, poi io racconto e tu bevi. Facciamo un po’ per uno.”

Non potei trattenere una risata. Quel matto di Galeazzo mi era sempre stato simpatico.

“Oh, beh, in fondo perché no? D’accordo. Dove si va?”

“Da quella parte. Allontaniamoci dal campo del torneo, che qui costa tutto il doppio. Conosco un’osteria di quelle buone.”

C’erano centinaia di tende fuori le mura, e frammiste ai padiglioni dei nobili e dei loro scudieri bancarelle di ogni tipo: botteghe temporanee di coramai, fabbri, armaioli, spadai, sellai, carpentieri, sarti, forni, fucine, bordelli e chi più ne ha più ne metta.

Ma, mentre calava il crepuscolo e mille fuochi si accendevano laggiù per rischiarare la notte, noi entrammo attraverso una delle porte della cittadella e ci addentrammo per le viuzze fra le alte case di pietra. Trovammo ben presto l’insegna colorata che Galeazzo stava cercando. Lui, logorroico da sempre, non aveva saputo attendere: già mi stava raccontando l’avventura che lo aveva portato al Ducato di Ertapietra, una storia abbastanza squallida per dire la verità. Non che la mia fosse molto migliore…

Ci sedemmo a un tavolino vicino all’ingresso e ordinammo cena e vino.

Dopo aver spolpato un pollo e aver fatto onore al liquido denso color del sangue che ci portarono, demmo fondo ai racconti sul passato e passammo a chiacchierare del torneo. Mi appoggiai all’indietro, sazio, e me ne uscii con un’inopportuno:

“Sì, è vero, è stato molto bravo con la lancia, il ragazzino. Ma se Sarti non si fosse dislocato la spalla e fossero passati alle spade avrebbe partecipato lui alle giostre di domani. Ho visto come tira uno e come tira l’altro, e ci scommetterei anche i soldi che non ho.”

Mentre pronunciavo quelle parole vidi che Galeazzo strabuzzava gli occhi e lanciava occhiate alle mie spalle. Ma era già troppo tardi. Mi girai. Claudi de Naute-riu era appena entrato con alcuni compagni, e si era gelato sulla soglia all’udire le mie parole.

Non riuscii a fare altro che guardarlo da sotto in su e aggiungere uno stupido:

“Senza offesa, mio signore.”

Per essere un taciturno senza dubbio avevo parlato troppo.

Per fortuna il giovane aveva spirito, e la prese in ridere.

“Nessuna offesa Messere. Per un ragazzino come me già arrivare fino a questo punto è stato davvero un onore, e non sarebbe stata certo un’onta perdere con un cavaliere abile e valoroso come Marco Sarti di Rocciarossa. Ma posso chiedere come fate a essere così sicuro di quel che affermate?”

Ecco qui, per gli Dei! Adesso la cosa si sarebbe fatta ancora più antipatica.

“Bene, ecco…” dannazione, mica potevo far finta di niente. Decisi di buttarmi. “Si dà il caso che la mia umile persona sia un maestro d’armi con licenza dell’Accademia di Novafortia. Voi siete agile e rapido ma Messer Sarti a mio parere possiede una tecnica di scherma più sofisticata. Tutto qui.”

Claudi piantò in asso i suoi compagni e venne a sedersi al nostro tavolo.

“Tutto qui? Non è mica poco. Mi piacerebbe verificare se è vero. Se così fosse allora potrei chiedervi di darmi qualche lezione, in modo da migliorare la mia rozza tecnica.”

“Non vi sarete offeso, spero. Non era mia intenzione.” mi schermii.

Claudi mi sorrise d’un sorriso al tempo stesso dolce e un po’ inquietante.

“Niente affatto, ma delle due l’una: o state dicendo sciocchezze che non siete in grado di dimostrare con una spada in mano, oppure potrei avere davvero molto da imparare da voi, e sono curioso di sapere quale sia la verità. Se poi fosse la seconda allora non mi vorrei far scappare un’occasione per migliorare la mia scherma.”

Galeazzo taceva, gli occhi spalancati a palla. Io, dal canto mio, non avevo molta voglia di giocarmi la vita per una sciocchezza, non di nuovo. Ma un bell’ingaggio mi avrebbe fatto comodo.

“Allora cosa vorreste proporre, per sciogliere il dubbio?” indagai.

“Una bella sfida con armi e protezioni da addestramento, ovviamente. Il perdente riceverà per ricordo non più di qualche livido ed entrambi sapremo la verità. Che ne dite?”

Meno male, per fortuna quel Claudi era un giovanotto ragionevole e non uno stupido smargiasso suicida. Era stato punto nel vivo, in qualche modo, ma si era messo in una posizione tale che avrebbe vinto in ogni caso: avrebbe dato una lezione a un ammazzasette da taverna, se io mi fossi dimostrato tale, oppure avrebbe acquisito i servizi di un abile maestro di scherma. E in quest’ultimo caso non sarebbe stato certo disdicevole per lui prendere qualche botta dal suo maestro. Niente male.

“Sarà un piacere incrociare la spada con un giovane gentiluomo della vostra levatura, mio signore.”

“Allora è stabilito, siamo d’accordo. Vi attendo domani mattina.”

“Non mancherò.”

“A domani. E salute anche a voi, Messere.”

Galeazzo gli rivolse un accenno di inchino.

“I miei omaggi.” conclusi io.

Claudi si alzò e, a braccetto di un paio dei suoi amici Gallessani, si lasciò condurre dal solerte e preoccupato oste verso un’altra sala della taverna.

Io e Galeazzo ci scambiammo un’occhiata complice. Appena fu certo che il giovane Barone fosse abbastanza lontano, il mio compare se ne uscì così:

“Bene, rischi di trovare un ingaggio anche tu, non qui ma nel Regno del Vino… il nome della regione lascia ben sperare! E potresti averlo domani stesso, questo impiego, per giunta. Non sei contento?”

Sorrisi di sbieco.

“Non dovrei avere problemi a rifilare due bastonate al giovanotto ma poi bisognerà vedere come la prende. Questi Gallessani sono permalosi, a volte. Magari dovrò darmela a gambe, invece!”

“Bene, se hai bisogno di un padrino e testimone io sono qui, a tua disposizione.”

“Non me lo farò ripetere due volte, sappi. Conto sulla tua presenza domani mattina.”

“Sarà un piacere. Preferisci andare a letto presto, dato che avrai da fare tra poche ore, o mi accompagni alla cerimonia notturna in onore di Flora?”

Ci riflettei sopra un momento.

Sarebbe stato più saggio andare a dormire, ma il corteo dedicato alla Dea Flora si teneva solo alle Calende di Maggio, e forse non avrei avuto più occasione di vederlo in vita mia. Ertapietra era un Ducato particolarmente devoto alla leggiadra divinità femminile, forse proprio a causa della proverbiale aridità di quelle terre, che solo alcune fonti riuscivano a lenire. Si diceva che la cerimonia fosse suggestiva e degna di essere vista.

Mi riempii un bicchiere di acqua di fonte.

“Verrò con te, ma quanto al vino basta così. Ne ho bevuto anche troppo e non vorrei avere un fastidioso cerchio alla testa durante la disfida con Naute-riu. Sai com’è: chi fa troppo l’arrogante…

… poi le prende tutte quante! Ben detto, Publio, sono d’accordo con te.”

Rimanemmo lì ancora un po’ a chiacchierare, poi pagammo il dovuto all’oste e ci avviammo.

La processione partiva dall’Acropoli, dalla piazza principale dove si ergevano i templi di Zeus, Hera, Flora e pochi altri. La gente di Tiria chiama gli Dei come fanno gli Isolani e non alla maniera di noi Maliani, per cui Giove per loro ha nome Zeus e così via. A parte i nomi cambia ben poco, se non che Ares è più stupido del nostro Marte e in compenso la loro Athena pare più bellicosa di quella che per noi è Minerva.

Quando arrivammo c’era già una gran folla radunata davanti alle alte e svelte colonne della casa di Flora. Il caos imperava, i sacerdoti e i loro servi stentavano a muoversi fra la gente e non ci si capiva nulla. Ci disponemmo un po’ in disparte. Io avevo i sensi in tensione: temevo di incontrare di nuovo l’incappucciato che mi era parso di vedere presso allo steccato. O ci speravo: forse era meglio togliersi il dubbio e affrontare una verità spiacevole che restare così sospeso. Comunque nessuno di noi due ci teneva ad essere al centro della scena, ci bastava osservare e seguire la processione. Invece i cittadini più in vista di Ertapietra facevano a gara per prenotarsi come portatori della statua della Dea. Sotto i nostri occhi si stava svolgendo una specie di asta al rialzo, in cui erano in palio posti limitati per caricarsi in spalla la divinità della vegetazione.

“Io, io!” gridava un vecchio Patrizio. Gli faceva eco dall’altra parte un grasso mercante dalle vesti sontuose, che teneva sottobraccio una bella fanciulla carica di monili. “No, a me! Venite, prendete i miei soldi!” supplicava un giovanotto elegante dai capelli biondi. Altri ancora si affollavano intorno. Galeazzo mi diede di gomito:

“Ma guarda come ci tengono a farsi spennare per sudare sotto un peso enorme.” Il mio amico era assolutamente incurante degli sguardi scandalizzati dei pochi intorno a noi che lo avevano sentito. Si sentiva sicuro di sé, perché ormai tutti in paese sapevano chi era il maestro d’armi del Duca. Quello che si svolgeva davanti ai nostri occhi era davvero un ignobile mercimonio della religione. Allo stesso modo si approfittavano della festività gli ambulanti che vendevano statuette di Flora, ghirlande intrecciate di fiori, lanterne di terracotta col volto della Dea e simili chincaglierie inutili. Quando finalmente parecchie monete d’oro furono passate nelle tasche dei sacerdoti, la pattuglia scelta dei vincitori si poté avviare alla gradinata del tempio. Sparirono tutti all’interno dietro il sommo pontifex come tanti anatroccoli che seguono la mamma. Ne riemersero poco dopo, i primi della colonna portando in spalla una grande lanterna per illuminare il cammino, gli altri con in spalla la pesante statua di marmo. L’immagine della Dea era semplice e graziosa, una modesta fanciulla drappeggiata di fiori.

“E’ proprio come si dice dalle mie parti: la statua e il lanternone li porta sempre il più coglione!” rise Galeazzo, facendo indignare ancora di più i nostri vicini.

Anch’io non riuscii a reprimere del tutto una risata. Ciò mi rendeva complice della blasfemia di Galeazzo, agli occhi dei fedeli circostanti. Pazienza. Ero convinto che, armi alla mano, valessimo di più noi due di tutti quei cicisbei messi insieme. Ad ogni modo ci accodammo anche noi alla processione che caracollava giù per la via cantando inni, fino alle porte della città. Laggiù c’erano numerosi servi, che passavano ai fedeli torce accese in abbondanza. Anche noi ne afferrammo un paio e uscimmo. La pista che prendemmo girava attorno alle mura, diretta verso la fonte sacra che sgorgava dalla viva roccia. L’aria della sera era dolce, tiepida, scevra dalla calura opprimente del giorno. Profumava di fiori appena dischiusi, un profumo quasi carnale di petali grassi e umidi. Ne aspirai a pieni polmoni, grato alla divinità che li aveva portati al mondo e ne custodiva il segreto. Lo faceva, credo, nonostante tutti quei gonzi che si affannavano a portare a braccio un pezzo di pietra e, tutto sommato, forse anche proprio per amor loro. Gli Dei perdonano perfino l’ignoranza, a volte.

Giungemmo alla fonte, che sgorgava in alto sopra una spelonca. L’acqua cadeva cantando in una polla. I portatori collocarono l’immagine sotto lo scroscio della cascatella frusciante. Lo spettacolo delle fiammelle radunate intorno al corso d’acqua sotto la luna era suggestivo. Il canto dei devoti aggiungeva un fascino antico. Era tutto molto bello, ma lo trovai anche leggermente inquietante. Come quando immagini di sentire un freddo respiro sulla nuca, che ti fa rizzare i capelli e ti fa scorrere un brivido sulla schiena. O forse non lo stai immaginando.

 

Continua qui:

IL TORNEO DI FLORA – II

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