Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio

Tutti i libri dell’autore: romanzi, racconti, scherma storica e non solo

maggio 10, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

Marco Rubboli si dedica da decenni alle arti

marziali storiche europee: scherma storica

medievale e rinascimentale, pugilato greco,

pancrazio, gladiatura, scherma di navaja

spagnola, stage combat (che insegna presso

l’Università privata bolognese “Bernstein

School of Musical Theater”).

Maestro di scherma storica e artistica al

massimo livello con al suo attivo numerosi

titoli agonistici nazionali, ha fondato la più

grande realtà europea del settore, la Sala

d’Arme A. Marozzo, e collabora stabilmente

con l’Accademia Nazionale di Scherma,

con numerose pubblicazioni in materia

sia per ANS che per Il Cerchio. In ambito

narrativo ha pubblicato per Watson

“Per la Corona d’Acciaio”, riedito poi per

Nocturna (GDS) con il seguito

“Contro Due Imperi” e il volume

conclusivo della trilogia

“Il sentiero del Lupo”, per Accademia

Nazionale di Scherma “Gli ultimi

eroi dell’arena”, per Delos Digital nella

collana HFI “Ombre sulla Dacia”,

“Il contagio di Meung” e

“L’inferno sotto Parigi”, nella collana

History Crime “La danza pietrificata”,

nella collana Innsmouth “La Signora

delle caverne”, nella collana

La Via della Seta “Seta macchiata

di sangue” e “L’ultima guerra

di Dama Tai-Pan”, oltre a numerosi

racconti in varie antologie Watson,

Plesio, Sensoinverso, Dimensione

Cosmica e su Book Magazine e

Hyperborea.live.

 

LA SAGA DELLA CORONA D’ACCIAIO

“PER LA CORONA D’ACCIAIO”

“Vindice Maravoy era destinato a diventare un

fiero Conte del regno di Gallesse. Era destinato

a ereditare il segreto millenario custodito dalla

sua casata sotto le mura di Castelbrun. Non avrà

niente. I Maravoy hanno tentato di ribellarsi al

potente impero Dosthan e hanno fallito, perdendo

tutto: non hanno più terre, non hanno più un titolo.

Ora Vindice è in esilio a Malia, e milita come

mercenario nella compagnia del padre. Vindice

ama Malia, una terra antica e  bellissima, erede

della più grande civiltà che il mondo abbia conosciuto,

ma la penisola adesso è divisa e dilaniata da guerre

intestine, oppressa da una monarchia debole e corrotta.

Una nuova invasione da parte dello stesso impero

che gli ha portato via tutto incombe dal Nord. E il Re

che cosa fa? Muove guerra alla fedele Casa di

Gransequoia, a guardia dei passi che si affacciano

proprio sull’impero Dosthan. Tiberio IV è infatti

innamorato del primogenito di quella casata,

Traiano di Gransequoia, e vuole catturarlo. Il crollo

di Malia sembra inevitabile. Ma Vindice è pronto a

tutto per evitare che la sua patria di adozione

venga conquistata. Perfino a mettere da parte

i valori che gli sono stati insegnati.”

https://www.amazon.it/Corona-dAcciaio-Marco-Rubboli-ebook/dp/B07KDZYTVX/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=1N8ZXHMGJSO0W&dib=eyJ2IjoiMSJ9.E-VJI96N8o73ZD73K437hmZdVGQVqlhcgNCuozXtwizGjHj071QN20LucGBJIEps.s4OfAGwzpntkV0gKbOZ87p2EQsJBW1bmej97Htd9zh4&dib_tag=se&keywords=per+la+corona+d%27acciaio&qid=1709742183&s=digital-text&sprefix=per+la+corona+d%27acciaio%2Cdigital-text%2C104&sr=1-1

La versione inglese: “For the Crown of Steel”!

 

 

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FIAT LUX

maggio 29, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

 di Caterina Franciosi

I RACCONTI DI MALIA

 

La brezza del porto di Alesia spettinava la sua chioma color del fuoco.

Luce si passò la mano fra i capelli e si accorse che stavano diventando di nuovo troppo lunghi. Sbuffò. Avrebbe dovuto tagliarli ancora, fosse solo per far dispetto a sua sorella Erinne. La volta precedente si era limitata a bagnarli, a raccoglierli in una coda bassa e a tranciarli di netto alla base con un paio di forbici. Era rimasta piuttosto soddisfatta del risultato, ma Erinne non era stata dello stesso avviso. Era quasi svenuta quando era rientrata a casa e aveva visto la sua nuova pettinatura. Luce si lasciò scappare una risatina ricordando come sua sorella aveva continuato a prenderla a male parole per tutto il tempo in cui l’aveva costretta a stare seduta al tavolo della cucina mentre cercava di rimettere a posto quel disastro.

Quante storie per un taglio di capelli. Come se poi non le fossero ricresciuti. D’altronde, non poteva aspettarsi altro da sua sorella, sempre così bella e profumata.

Luce scivolò tra la gente senza farsi notare, osservando il dondolio delle barche ormeggiate alle banchine, pronte a ripartire l’indomani mattina sfruttando i primi soli primaverili. I mercanti e i pescatori avevano ripreso la loro piena attività dopo i lunghi mesi invernali, in cui la fredda morsa del gelo pareva congelare ogni cosa.

Ma per Luce quella non era stata una bella giornata. Affatto. Era uscita alla ricerca di un lavoro, ma anche quel pomeriggio si era limitata a collezionare l’ennesimo insuccesso. Da quando Erinne le aveva proposto di prendere in considerazione l’idea di collaborare con la famiglia Tagliaferro e Luce aveva replicato con parole irripetibili, sua sorella aveva perso le staffe e le aveva dato un ultimatum.

“Badiamo a te fin da troppo tempo,” aveva sentenziato settimane prima. “Essere una damigella dei Tagliaferro non è quello che pensi tu, ma cercare di spiegartelo è solo fiato sprecato. Perciò ora arrangiati e trovati un lavoro per conto tuo.”

“E la mamma lo sa che mi stai dicendo questo?” aveva ribattuto Luce senza fare una piega.

Erinne l’aveva solo guardata.

“È meglio che ti trovi un lavoro onesto. E che abbandoni il giro della gentaglia che frequenti, non credere che non sappiamo quello che fai.”

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NONNA FATA

ottobre 13, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

di Alfonso Zarbo


Ha posato gli occhi sulla mia femmina.

Ha posato gli occhi sul mio castello.

Ha posato gli occhi sui miei guadagni.

Il Macellaio, una carognaccia rosso malpelo e con il broncio perenne, ha tentato di farsi giustizia da solo e ci ha rimesso il mignolo, il principiante. Il Gentiluomo, che poi forse dopotutto tanto gentiluomo non è, ha pensato bene di corrompere le sue guardie. Voleva che lo abbandonassero in un vicolo con qualche scusa, e poi che la (mala)sorte lo punisse come più le girava. Peccato che, rimasto solo, quello se ne sia tornato tranquillo, nonché fieramente armato, fin dentro casa. Infine il Mercante: non ho ancora capito quanto possa essere grasso, da quel tanto di collane e farsetti che indossa – ma, sicuramente, lo è. E comunque è così attaccato ai soldi che nemmeno si sarebbe mosso, se non avesse sentito che pure gli altri due lo volevano morto.

Ora eccoli tutt’e tre qui, alla mia porta.

Certe cose è sempre meglio lasciarle a Nonna Fata.

«Benvenuti, benvenuti!» li accolgo, dando tempo alla mia servetta di posare quattro calici sul tavolo. «Lo gradite un po’ di vino, sì? Vino Maliano, ovviamente» sorrido, col tono di chi già lo assapora.

«S-sì, beviamo!» squittisce il Mercante, ma il Macellaio amputa subito il suo entusiasmo.

«Siamo qui per ammazzare Invitto di Campofiorito, vecchia.»

«Ah» lo ammonisco alzando l’indice. «È di un Duca che stiamo parlando, non urliamolo ai quattro venti. E comunque non prima che abbiate sorseggiato il mio Amaraccio di Cinquecolli. O forse preferivate un bel Verde di Porto Posidonio?»

«Birra» bercia allora il Macellaio. «E poi parliamo.»

Io mi faccio strada nei suoi occhi da Diavolo con una punta di stizza, ma alla fine annuisco. «E poi parliamo. Celeste, figlia, ci pensi tu a servirlo? A noialtri va benissimo il vino», e brindo. La stessa ragazza di poco prima, capelli biondi e ciglia lunghe, finisce di versare e annuisce. Riempie al limite un boccale per il Macellaio e poi si ritira in un angolo.

Il Gentiluomo annusa, il Mercante manda giù tutto d’un fiato.

«Dicono che siete la migliore, sapete?» mi lusinga dopo un po’ il Gentiluomo. «Orbene: ci sembrava il caso di affidarci a siffatta esperienza. Ci aspettiamo un lavoro impeccabile, naturalmente. Il prezzo non importa.»

Il Mercante sbianca. A qualcuno importa, trattengo un sorriso io.

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I PURI- UN RACCONTO DELLE ISOLE

dicembre 25, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

di Marco Rubboli

I RACCONTI DI MALIA

Ormai il porto, la città, le stesse colline dell’Isola di Ischera non erano altro che una remota nebbia azzurrina. Orione Zanna, guardando la costa scomparire lontano a poppa del veliero, cercò di rammentare come tutto fosse iniziato.

E, ricordò, il disastro era cominciato nella taverna di Kratos, il Timone Spezzato. Il luogo più tranquillo del mondo, allora.

La taverna si chiamava così perché appeso nel salone si trovava un enorme pezzo di timone di nave, come spaccato dalle mani di un irato gigante. E il legno era così grosso e massiccio che veniva da domandarsi quale forza avesse potuto mai spezzarlo. Era stato il mare percosso da una formidabile tempesta, la stessa che aveva affondato la nave su cui Kratos in quel tempo serviva come nostromo. Kratos era riuscito ad aggrapparsi a quel pezzo di timone ed era stato sospinto a riva, per sua fortuna. Nessuno degli altri era sopravvissuto. Così Kratos aveva dato fondo ai suoi risparmi e aveva comprato la taverna, e adesso teneva quel cimelio appeso costantemente sopra la propria testa, come monito contro una voglia di viaggi e avventure che lo aveva ormai abbandonato.

Quella sera – una sera d’autunno inoltrato – non vi erano stelle in cielo a indicare la via e il vento soffiava forte sospingendo enormi nembi oscuri e raffiche di pioggia gelata. Il Timone Spezzato era un luogo caldo e accogliente, sempre pieno di odore di stufato e di vino, carne arrostita e pane. Il rifugio ideale per marinai, avventurieri e sbandati, mercanti di bassa lega e poca fortuna. Era un posto sicuro per tutti, non vi erano mai risse e di solito si parlava a mezza voce. Perfino le ragazze da taverna erano discrete e non insistenti, al Timone Spezzato.

C’erano nel porto posti più allegri e chiassosi, frequentati di solito da gente più giovane e inesperta, ma in quel luogo la sola presenza di Kratos toglieva a chiunque la voglia di creare fastidi. Kratos era un gigante dal cranio perfettamente calvo, la muscolatura solida e potente e la voce bassa, grave, un poco roca. Era sempre calmo, anche quando picchiava qualcuno. Quella sera c’era forse una ventina di clienti, alcuni ai tavoli, altri seduti su sgabelli con i gomiti appoggiati al bancone.

Orione Zanna, capitano e proprietario della nave mercantile Pinna Azzurra, Maliano originario di Fontanadolce, era tra questi.

Era un solitario per natura, ma gli piaceva ascoltare la sobria e sensata filosofia con cui Kratos commentava i fatti che gli avventori gli raccontavano.

I discorsi ruotavano banali, in modo piacevole e rassicurante, intorno al freddo e al tempo da lupi che imperversava quella notte, e Orione vuotava lentamente, coppa dopo coppa, la sua caraffa di vino rosso. Il fuoco crepitava nel camino, danzando placido.

Fu allora, durante un momento di silenzio, che entrarono quelle persone.

Erano in quattro, vestiti di bianco, sorridenti.

Un vecchio zoppicante, un bambino di forse dodici anni che lo sorreggeva e due ragazze di casta e semplice bellezza. Veli di lana grezza coprivano il capo dei quattro, e le loro vesti giungevano fino ai piedi. Il vecchio si era guardato intorno, mentre quelli venuti con lui mantenevano lo sguardo fisso a terra.

L’uomo aveva una lunga barba candida, naso aguzzo e profilo affilato, antiche rughe si dipartivano dall’angolo dei suoi occhi come profonde ragnatele. Doveva venire da Sud o da Oriente, di certo non era un Isolano.

Il suo sguardo e quello di Orione si incontrarono per un attimo, con improvvisa, reciproca antipatia. A Orione sembrò come se il vecchio volesse leggergli dentro, indagatore, in cerca di pensieri nascosti e ricordi proibiti. La sua reazione fu una tranquilla sfida.

Poi il vecchio distolse lo sguardo, e Orione tornò a fissare il suo nel liquido rosso che riempiva la coppa.

Non notò, non subito almeno, che tutti gli altri avventori avevano abbassato gli occhi, senza riuscire a sostenere lo sguardo del vecchio.

Il gruppo si avvicinò al bancone.

Orione, senza smettere di fissare il vino, sentì che il ragazzo parlava con Kratos.

Gli chiese se aveva qualche pezzo di pane che potesse dargli, e anche se il vecchio poteva fare un breve discorso agli avventori della taverna per tentare di salvare le loro anime.

Aveva parlato con un accento strano, era difficile dire da dove venisse.

Kratos diede loro un grande pane appena sfornato e un pezzo di formaggio e disse che potevano restare per ripararsi dalla pioggia, se volevano. Ma disse anche che, se i suoi avventori avessero voluto salvarsi l’anima, avrebbero potuto andare in qualche tempio, da quelle sanguisughe dei sacerdoti. Invece erano venuti al Timone Spezzato. Non era il tempo né il luogo per discorsi religiosi.

Orione sorrise sotto i baffi.

Il ragazzino insistette, ma Kratos gli spiegò chiaramente che non c’era niente da fare, e il bizzarro gruppetto scomparve come era arrivato.

Il vecchio non si degnò nemmeno di ringraziare.

“Ma che bravi, questi, che non si guadagnano il pane col sudore della fronte o affrontando i pericoli del mare, e però non si vergognano di chiederlo in dono ai peccatori.” mugugnò Orione, improvvisamente di mal umore.

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Era notte fonda quando Orione raggiunse la Pinna Azzurra, ma a bordo pareva esserci una grande animazione. Incuriosito, allungò il passo e ben presto poté vedere che al centro di un chiassoso gruppo di marinai stava il suo giovane nostromo Andrea. Ridevano.

“Cosa diamine sta succedendo qui?” esclamò percorrendo veloce la passerella.

Il vociare si spense in un basso mormorio.

La piccola folla si aprì al passaggio di Orione, che in due falcate si trovò di fronte a un sorridente Andrea.

“Niente, capitano, stavamo solo parlando di una piccola avventura che ci è capitata questa sera.”

Orione si piantò a gambe larghe, con i pugni sui fianchi, e grugnì: “Spero solo che non vi siate cacciati in qualche guaio.”

“Nessun guaio, capitano, è già tutto finito.”

“Questo lo dici tu, Andrea, invece potrebbero esserci conseguenze piacevoli, per te!” esclamò qualcuno dal fondo. Tutti risero.

Orione era sempre irritato quando si trovava a essere all’oscuro di qualcosa.

“Allora?”

Andrea, un giovane snello dalla chioma bionda che gli arrivava alle spalle, raccontò che, trovandosi la ciurma in una taverna, avevano assistito a uno strano episodio: un vecchio, accompagnato da un bambino e due ragazze, era entrato ed aveva cominciato a predicare nella taverna. Le sue parole avevano incantato quasi tutti, ma alcuni avevano invece reagito male, e un bruto aveva addirittura molestato una delle ragazze. La povera fanciulla, per inciso molto avvenente, aveva cercato di difendersi e le molestie si erano trasformate in una vera e propria aggressione. A quel punto Andrea era intervenuto in sua difesa e si era scatenata una breve rissa tra la ciurma e gli amici dell’assalitore, terminata con la fuga precipitosa di questi ultimi. Nella confusione anche il predicatore e i suoi accompagnatori erano spariti. In seguito si era bevuto molto, e si era parlato per tutta la sera del discorso del vecchio, e delle sue affascinanti accolite.

Tutto qui.

Orione assentì. Congedò Andrea e la ciurma, pensieroso.

Rimase appoggiato alla balaustra, a guardare la pioggia che cadeva dal telone cerato al di sopra del ponte giù nell’acqua scura del porto, e si avvolse nel suo scuro mantello per proteggersi dal vento.

La luce dell’aurora iniziava già a rischiarare il cielo di Levante tra le nuvole oscure quando si decise a concedersi qualche ora di sonno.

____________________________________

Orione era in piedi vicino alla passerella della sua nave e stava trattando per vendere un’altra parte del carico della nave a un mercante locale quando la fanciulla apparve.

Si avvicinava facendosi strada tra la folla del porto, avvolta in pesanti veli candidi, gli occhi bassi e l’aria sperduta.

Il capitano la osservò chiedere informazioni a un passante, e poi dirigersi verso di lui.

Tardò un momento a capire che stava venendo proprio alla sua nave.

La ragazza si fermò davanti a lui e, sempre tenendo gli occhi bassi ed evitando di guardarlo negli occhi, gli chiese:

“Per favore, signore, potete dirmi se questa sia la nave su cui serve il nostromo Andrea Capoferro? Mi chiamo Elena, e vorrei parlargli, se per voi sta bene.”

“Sì, è questa.” rispose seccamente Orione, “Puoi salire a cercarlo, se vuoi.”

Poi tornò a concentrarsi sul mercante davanti a lui, che ora lo fissava con aria interrogativa.

La ragazza salì e in seguito Orione la vide parlare con Andrea, a lungo, sempre con voce sottile e a malapena udibile.

Solo più tardi ebbe occasione di chiedere al suo nostromo cosa fosse venuta a fare la giovane.

“Voleva solo ringraziarmi per averla difesa.” rispose Andrea, senza aggiungere altro. Pareva seccato dalla domanda del suo capitano.

Poi si girò e prese ad allontanarsi.

“Chissà perché diamine tengono sempre gli occhi bassi, quelle persone. Forse hanno fatto qualcosa di cui devono vergognarsi?” sbottò Orione.

Vide che Andrea si bloccava, esitando, con la schiena irrigidita come se quella non fosse stata una frase ma una freccia. Il giovane proseguì.

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LA GIOSTRA DI FLORA – I

novembre 29, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Prima

I destrieri da guerra lanciati uno contro l’altro sudavano copiosamente sotto il sole spietato dell’isola di Tiria. I loro manti erano lucidi per lo sforzo. Anch’io ero madido. Mi asciugai la fronte col dorso della mano. Il cavaliere a sinistra era un Gallessano, sullo scudo una testa di lupo nera in campo rosso. Da destra si precipitava contro di lui il figlio di un ricchissimo mercante locale, un tale Salvatore Ranieri originario proprio di lì, di Ertapietra. Sulla sua rotella la testa feroce di una Furia dai lunghi canini. Il Gallessano all’ultimo si spostò di lato, e si scontrarono con un gran fragore. Avevo visto quello spettacolo parecchie volte, ma non cessavo di stupirmi della violenza degli urti che i contendenti si scambiavano. Solo l’abilità dei migliori armaioli poteva impedire che questi cavalieri morissero come mosche quando praticavano la loro attività preferita. Io, dal canto mio, avrei preferito affrontare dieci sgherri armati in un vicolo che fare una roba del genere. La lancia del mercante strisciò sullo scudo del Gallessano e aprì una sorta di cicatrice color acciaio sul muso del lupo che vi era raffigurato. Ma l’arma di quel Lyonel Maravoy invece colse il suo avversario in pieno petto, appena sopra al bordo della rotella. Per un istante l’asta di legno di frassino arrivò a curvarsi, mentre il pubblico tratteneva il fiato. Poi la cinghia sottopancia del cavallo del contendente locale cedette, e lui fu proiettato indietro. Salvatore Ranieri cadde nella polvere con tutta la sella. Maravoy si ritrovò lanciato avanti, ma subito tirò le redini di lato, fece girare il destriero su se stesso e balzò giù. Non si curò di armarsi ma accorse presso il suo avversario, per controllare se fosse ancora vivo. Quello era scosso, ma stava già cercando di liberarsi delle staffe e rialzarsi. Il Gallessano gli porse una mano però l’uomo di Tiria lo scacciò via, quasi in malo modo. Ranieri non aveva intenzione di arrendersi, anche se sul suo pettorale era evidente una grande ammaccatura centrale. Strano che non si fosse rotto delle costole, pensai, era stato fortunato. Mentre il giovane arrancava per rialzarsi Maravoy tornò al suo destriero ed estrasse la spada, il cui fodero era fissato alla sella. Fece un paio di molinelli per sgranchirsi il polso, che doveva aver subito il contraccolpo della botta di lancia, e si mise in guardia protendendo lo scudo. Aspettò con calma che il suo avversario fosse pronto. Intanto intorno a loro si andavano radunando giudici di gara, sergenti e araldi. I duellanti iniziarono a studiarsi, scambiandosi qualche colpo cauto. Il giovane mercante fece una finta sopra lo scudo e tagliò un mandritto alle gambe, ma Lyonel Maravoy balzò indietro sottraendosi al colpo. Poi fu lui ad attaccare: tentò di girare prima a sinistra e poi a destra dell’avversario rifilandogli al contempo ben quattro botte, che però il contendente locale riuscì sempre a parare o a schivare. Dopo aver ripreso fiato il ricco mercante si lanciò avanti con un roverso alto. Scelta infelice, osservai fra me e me. Il Gallessano ne approfittò subito: parò di spada, spinse l’arma di Salvatore Ranieri alla propria destra senza lasciarla andare, fece un passo avanti col piede sinistro e colpì di punta all’interno del braccio destro del mercante. La lama, pur smussata, si infisse nel bicipite. Il pubblico poté vedere la giubba imbottita del cavaliere di Ertapietra intridersi di sangue, che poi stillò a terra in grosse gocce. Due sergenti si gettarono in mezzo impugnando le partigiane e li separarono. Era finita. Maravoy alzò le braccia in segno di trionfo. Il perdente si tolse l’elmo rivelando un’espressione di dispetto, poi fu costretto a stringere la mano al vincitore, sia pure con una stizza che non tentò affatto di celare. Anche se lo sconfitto era un mio compatriota, o quasi, la sua scortesia mi aveva spinto a parteggiare per lo straniero. Così, pur senza esultare troppo, mi concessi un sorriso di soddisfazione. Ad ogni modo Maravoy si era dimostrato superiore sia a cavallo che a piedi, aveva meritato la vittoria e i festeggiamenti che i suoi vassalli gli stavano tributando in quel momento. In realtà per un popolano era già molto essere arrivato fino a quel punto della giostra: quel giovane mercante poteva essere contento della propria abilità con le armi. Un po’ meno della mancanza di gentilezza che lo aveva contraddistinto. A lui sarebbero state riservate adesso le cure del cerusico.

Messer Maravoy fece allora qualcosa di inaspettato: estrasse da una borsa della sella un drappo di tessuto prezioso con il blasone dei Conti di Castlebrun e camminò verso il palco dove stavano gli spettatori della nobiltà.

Poi lo baciò, e lo lanciò a una giovane dama. Era un gesto molto impegnativo. Mi sforzai di vedere chi fosse, ma era troppo lontano. Però ero curioso, quindi mi feci largo tra la folla.

La damigella che stringeva il drappo era una bellezza, aveva lunghi capelli castani e grandi occhi azzurri. Aveva le guance un po’ arrossate. Comprensibile. Il padre della fanciulla, al suo fianco, era rigido come una statua di pietra. A giudicare dalle vesti dovevano essere originari di Tiria oppure Isolani. Ma perché stare a fare illazioni? C’era un araldo proprio lì alla mia portata.

“Scusate, signore, sapete dirmi per caso chi sia quella damigella a cui il nobile Maravoy ha porto omaggio?”

L’araldo, secco e rugoso come una vecchia tartaruga, mi squadrò come se fossi uno straccione.

“Ma certo. E’ Demetra di Mykenes, figlia dell’Autarca. Non vedete le loro insegne?”

Come no, certo che le vedo. Ma non sono un araldo. Vengo dall’Altopiano Centrale e non sono mica tenuto a conoscere tutte le stirpi delle infinite Isole che costellano il mare, no?

A volte quelli di Tiria erano fastidiosi: tendevano a considerare la loro isola il centro del mondo e loro stessi gli unici esseri umani perfetti. Chi si ritiene perfetto non potrà mai migliorare, l’avevo imparato a mie spese molto tempo prima, all’accademia di scherma a Novafortia. Gli uomini di Tiria non si ritenevano né Maliani né Isolani ma in qualche modo credevano di stare al di sopra di entrambi. Erano in realtà semplicemente una via di mezzo tra i due.

Comunque mi tenni per me la rispostaccia che avrei potuto dare e tornai a girarmi verso la lizza.

Mentre scudieri e paggi portavano via cavalieri, armi e cavalli da guerra si iniziò a preparare il campo per l’ultimo scontro della giornata, che vedeva ancora in lizza un cavaliere di Castelbrun. Era il giovanissimo Barone Claudi de Naute-riu, l’ultimo straniero ancora rimasto in gioco oltre al suo signore che aveva appena vinto lo scontro, e a un Principe Isolano. I cavalieri di Castelbrun si erano fatti valere al di là di ogni aspettativa. Altri Gallessani, Dosthan, Isolani e uomini dell’Ovest erano stati riportati alle loro tende con fratture e lesioni. Quelli feriti in modo più lieve si assiepavano dall’altra parte dello steccato, per assistere agli scontri di chi era stato più fortunato di loro. La giostra dedicata alla Dea Flora, che si teneva ogni tre anni a Ertapietra, aveva sempre avuto fama di essere tra le più dure. Oltre ai migliori campioni delle giostre dell’intero Continente, alcuni dei quali vivevano vagando di continuo di torneo in torneo, di giostra in giostra, si presentava un gran numero di cavalieri da tutte le Terre Meridionali di Malia, dalle altre Isole e, com’era naturale, da Tiria stessa.

Tamburi e chiarine iniziarono a suonare, annunciando il combattimento. Il diciassettenne Barone di Naute-riu affrontava un cavaliere di Rocciarossa, un Feudo sulla Costa del Tramonto. Era costui un certo Marco Sarti, un veterano che aveva giostrato in giro per tutta Malia. Io avevo visto entrambi tirare di spada: Claudi in addestramento presso la sua tenda, un paio di giorni prima, e Marco Sarti in un torneo ad Altarocca tre anni fa. Perciò ero certo che se fossero giunti alle spade l’esperto uomo di Rocciarossa avrebbe potuto battere senza troppi problemi il sia pur valoro Gallessano. Riconobbi il blasone rosso e oro del signore di Rocciarossa, che il cavaliere suo vassallo portava in campo con onore anche quel giorno.

Dall’altra parte veniva avanti Naute-riu, con la visiera dell’elmo alzata a mostrare i tratti piacevoli e regolari del volto. Ognuno dei due aveva già eliminato cinque avversari, a quel punto. Il vincitore dello scontro sarebbe entrato fra gli otto migliori del torneo, e all’indomani avrebbe avuto l’occasione di battersi ancora per il primo posto. I destrieri sbuffavano, inquieti. Il sole aveva preso ad abbassarsi sull’orizzonte ma il caldo era ancora asfissiante.

Al segnale degli araldi il Gallessano abbassò la visiera ed entrambi i cavalieri diedero di sprone. Quando furono vicini Sarti abbassò la lancia spostandola a sinistra e si piegò. In quel modo, alzando l’arma all’ultimo momento avrebbe scostato l’arma del Gallessano alla propria destra mandandola fuori bersaglio, mentre la sua avrebbe centrato l’avversario in pieno. Una manovra ardita. Ma quando il Maliano alzò la lancia Claudi de Naute-riu abbassò la sua, la passò sotto a quella di Sarti e tornò a rialzarla all’interno, trasportandogli l’arma nemica fuori dalla linea. Colse il Maliano alla spalla sinistra, rovesciandolo a terra. Sarti cadde di sella fra il rumoreggiare della folla. Quando il giovanissimo Claudi frenò il suo bianco destriero e gli applausi cessarono, si udirono le grida di dolore del cavaliere di Rocciarossa. Lo soccorsero. Non c’era sangue, ma lui si rotolava per terra e non smetteva di gridare. Anche il Gallessano scese di sella e si tolse l’elmo, preoccupato.

I medici liberarono Sarti dello spallaccio, che aveva una bella ammaccatura, e poi di tutta la parte superiore dell’armatura. Dovettero togliergli anche la giubba imbottita e la camicia, e a quel punto si vide che, sotto a un vasto livido nerastro, la spalla era lussata. Aiutarono Marco Sarti a mettersi in ginocchio, poi uno dei medici gli tirò forte un braccio e l’altro operò sul deltoide ricollocando l’osso nella sua sede.

Il cavaliere respirò forte. Il suo corpo muscoloso e cosparso di cicatrici era tutto sudato e lucido, per la gioia delle dame presenti.

Quando riuscì ad alzarsi si prese anche lui un applauso dal pubblico.

Claudi gli sorrise, rassicurato:

“Spada?”

Quello fece cenno di no e scosse la testa.

“Non oggi, mio signore. Un altro giorno sarò felice di accontentarvi, ma per oggi ho già ricevuto la mia lezione. Siete stato incredibile con la lancia, complimenti.”

“Grazie a voi, è stato un onore incontrarvi sul campo.”

Si strinsero la mano.

Era finita.

La gente iniziò ad allontanarsi a piccoli gruppi, in attesa che calasse il sole e l’aria rinfrescasse. Allora sarebbero iniziate le danze, le bevute e i corteggiamenti. Io bighellonai un po’ in giro, fino a che mi parve di vedere tra la folla il cappuccio di una cappa che mi parve di riconoscere. Non era possibile. Non potevano avermi seguito fino a lì, così lontano dalla mia terra. Eppure, se non proprio lui, ero sicuro che fosse uno di loro.

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LA VIA DI MARIO L’AVVENTURIERO

marzo 15, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Avrebbero seguito per un lungo tratto l’antica Via degli Dei costruita dagli antichi Mitoien, lastricata di grandi pietre piatte con l’erba che cresceva selvaggia negli spazi tra l’una e l’altra. Poi tra un paio di giorni la strada avrebbe piegato verso Sud e l’avrebbero lasciata per prendere la pista in terra battuta che portava a Poggiomerlato. Il mercante di smeraldi Valerio Bruni, i suoi due bravacci e Mario, tutti e quattro a cavallo, erano partiti di buon mattino da Grottapuledro e non si erano fermati che per un pranzo frugale, freddo, verso mezzogiorno. La preziosa mercanzia che trasportavano era tanto piccola che doveva stare da qualche parte in un sacchetto nascosto addosso a Valerio, anche se nessuno tranne il mercante di gemme lo sapeva per certo. Quindi chi li avesse visti avrebbe anche potuto scambiarli per un gruppo di cacciatori… o di tagliagole, dato che erano tutti arrmati fino ai denti. Oltre a Mario e Valerio c’erano i due sgherri di quest’ultimo: Gino e Marziale. Il primo era un ceffo azzimato di mezza età dai folti baffi neri, il secondo un tipo basso e tarchiato, sbrigativo, che non parlava quasi affatto ma in compenso sorrideva spesso. Chissà perché, faceva venire in mente a Mario certi centurioni Mitoien tozzi e robusti che si vedevano in antichi bassorilievi. Per esempio quelli raffigurati sull’arco di trionfo a Selenia: gente solida, che aveva conquistato il mondo a furia di addestramento pesante e urlacci. Valerio aveva detto che c’erano stati anche altri due uomini d’arme con lui, prima, ma poi costoro avevano ricevuto un’offerta migliore e lo avevano mollato di punto in bianco.

“Per mia fortuna”, rifletté Mario, che aveva rimediato in quel modo un bell’ingaggio.

La via si snodava sul fondovalle in mezzo a colline rocciose coperte di boschi, tra forre ombrose e polverosi calanchi.

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TRENTA MONETE PER MARIO

aprile 12, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

Mario era solo, senza soldi, in una città di cui a volte stentava a capire il dialetto. Aveva appena finito il suo ultimo tozzo di pane e si trascinava per i vicoli bui cercando un angolo dove poter gettare lo zaino e accoccolarsi a dormire. All’indomani avrebbe dovuto assolutamente andarsene. Contava di fare a piedi la strada per le Colline Occidentali attraverso i boschi, procurandosi il cibo giorno per giorno con l’arco e un po’ di fortuna. Una volta arrivato là, in una regione più prospera rispetto a quell’Altopiano dimenticato dagli Dei e dagli uomini, avrebbe trovato qualcosa da fare. Se non come mercenario… qualsiasi cosa. Dal facchino al marinaio all’apprendista in qualche bottega: gli sarebbe andato bene tutto pur di riuscire a sfamarsi. Dopo essere giunto a Poggiomerlato con Valerio, il mercante di smeraldi, aveva incassato la paga che gli spettava e si era congedato, in attesa che scoppiasse la guerra tra il Ducato e Biancacava. Si era proposto alla milizia del Duca, e là un sergente aveva segnato il suo nome promettendogli che in caso di conflitto sarebbe stato arruolato senz’altro. Invece che dichiararsi subito guerra, però, il Duca di Poggiomerlato e il Senato di Biancacava avevano intavolato lunghe trattative, durante le quali Mario era rimasto in trepida attesa e aveva consumato tutte le sue risorse. Alla fine il Duca e la Città avevano trovato un accomodamento pacifico. E lui era rimasto fregato. Perfino le sue vecchie scarpe da città aveva dovuto vendere, tenendosi solo gli stivali.
Si stese sotto un portico, con solo la sua coperta a separarlo dalla fredda pietra, e tentò di addormentarsi. C’era quasi riuscito quando fu risvegliato dallo sferragliare di una carrozza nobiliare, che si fermò a poca distanza dal suo giaciglio improvvisato. Un servo basso e grassottello saltò giù, con un’aria piuttosto intimorita. Un uomo si sporse verso di lui senza scendere. Era un giovane gentiluomo dalla veste elegante. Mario sporse la testa da sotto la coperta che lo ricopriva interamente, per osservare meglio.
“Queste sono trenta monete d’oro per madonna Altera. Portaglieli tu e torna subito indietro. Io ti aspetterò qui.” ordinò il cicisbeo.

Il povero servitore non sembrava troppo contento di doversi avventurare da solo di notte in quelle viuzze dove le carrozze non riuscivano a passare, ma si cacciò il sacchetto di monete sotto il mantello e si avviò comunque, scrutando nel buio con apprensione.
Mario ci pensò su un momento.
“Trenta monete!”
Mal guadagnate da una qualche avvenente donzella, pareva.
Si alzò in silenzio, per non farsi scorgere dalla carrozza, cacciò la coperta nello zaino e seguì l’ometto nascondendosi nell’ombra.
Guadagnava terreno a poco a poco, e intanto si stupiva di se stesso.
“Davvero ho intenzione di rapinarlo?”
Non aveva ancora deciso. Rammentò il ladro che lo aveva rincorso e spaventato non troppo tempo fa, la notte prima della sua partenza da Selenia. Adesso poteva essersi trasformato lui stesso in un inquietante predatore notturno, proprio come quell’uomo. Il pensiero non era piacevole, ma sentiva anche i brontolii imperiosi del proprio stomaco.
Mentre camminava spedito e indugiava in questi dubbi, dalla tenebra più nera emerse uno straccione alto e magro che saltò addosso al servo, nella mano un lampeggiare di coltello.
Il rapinatore punzecchiò il malcapitato attraverso le vesti e senza profferir verbo gli strappò di mano il sacchetto coi soldi. Senza perdere d’occhio il terrorizzato omiciattolo indietreggiò e, sempre tenendo puntato il coltello verso di lui, sparì.
Mario gli scivolò dietro mentre la vittima della rapina rimaneva immobile, tremante.
Ora il giovane avventuriero non doveva più combattere coi suoi scrupoli, doveva solo stare attento a non perdere di vista lo spilungone.
Era una notte senza luna, e il cielo sereno era tanto scuro che si faceva fatica a vedere le pozzanghere davanti ai propri piedi prima di caderci dentro.
Mario sguainò la spada e si avvicinò al ladro, però quello se ne accorse e si girò a fronteggiarlo brandendo il coltello, mentre stringeva il malloppo con la sinistra.

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LO STREGONE DI BOSCO TETRO

ottobre 23, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Sul sentiero che portava dal villaggio di Bellagioia, che aveva trovato nei pressi della cascata di Gorgoverde, alla pista principale per Biancacava, Mario procedeva sempre con l’arco in mano e una freccia incoccata, sperando di mettere le mani su qualche animale per riempirsi lo stomaco. Aveva sempre fame, anche se qualcosina ogni tanto riusciva a met

ter sotto i denti, sia che fosse un piccolo animale che coglieva con una freccia sia che si trattasse di frutti di bosco che si fermava a raccogliere, quando ne trovava. Quel giorno si era trovato davanti sul sentiero una bella lepre. Una preda ambita. Per lo meno, ambita da lui. Per fortuna aveva avuto i riflessi pronti e la sua freccia aveva trafitto l’animale a metà di un balzo. La lepre era caduta e lui le era stato subito addosso. La freccia passava quel piccolo corpo snello da parte a parte: la preda non gli poteva più scappare. Mario non poté evitare di incrociare lo sguardo terrorizzato dell’animale, e una fitta di dispiacere lo colse. Ma la fame era troppa, e comunque ormai era fatta.

“Mi dispiace, bella, o io o te.” mormorò, poi le spezzò il collo. Anche se avrebbe voluto fermarsi a mangiarla subito si costrinse a legare la sua preda allo zaino e proseguire. Non riuscì a prendere altro. Al contrario, perse una freccia quando tentò di tirare a un uccello su un ramo, forse una quaglia. Cercò quella dannata freccia in lungo e in largo, ma chissà in mezzo a quale cespuglio poteva essere finita. Alla fine dovette rassegnarsi a riprendere il cammino. Man mano che avanzava la foresta diventava sempre più fitta e il verde si faceva sempre più scuro, la luce che riusciva a filtrare tra le fronde, già di per sé calante per l’avanzare del meriggio, divenne sempre più scarsa. Era quasi il tramonto quando si concesse di fermarsi. Raccolse e tagliò un po’ di legna per il fuoco, che dopo qualche tentativo riuscì ad accendere con l’acciarino. Poi si mise a scuoiare la lepre. Dopo aver eseguito i pochi tagli necessari strappò la pelle, che venne via quasi intera. Era stato un fattore a insegnargli a farlo, quando era in campagna dai suoi genitori. Al tempo aveva trovato la cosa piuttosto disgustosa, a dire la verità, ma l’uomo aveva insistito e lui aveva eseguito quell’operazione diverse volte, fino a diventare abbastanza abile da poter dire di aver imparato. Solo allora il fattore lo aveva lasciato in pace. Adesso, tuttavia, gli tornava utile.

Tagliò la testa alla lepre con un paio di colpi di accetta: gli dava fastidio cuocerla mentre pareva ancora guardarlo con quegli occhi ormai spenti.

Pulì un rametto e ci infilò la lepre, che ora era nuda come un verme. Poi fece la punta a un’estremità del ramo e lo piantò profondamente nel terreno, lasciando la sua cena a pendere a una certa distanza sopra il fuoco.

Ben presto la lepre iniziò a sfrigolare e a emanare un profumo succulento, che gli fece subito venire l’acquolina in bocca. Santi Dei, da quanto tempo non mangiava sul serio? Quasi non se lo ricordava più. Avrebbe addentato volentieri quella carne ancora mezzo cruda, ma riuscì a rimanere abbastanza civilizzato da aspettare che fosse cotta a puntino.

A quel punto però ci si gettò sopra e non si fermò fino a quando, oltre a spolpare tutto il divorabile, non ebbe succhiato anche il midollo delle ossa.

Poi si appoggiò con la schiena a un tronco, si buttò la coperta sulle gambe e rimase tutto soddisfatto a fissare la danza delle fiamme. All’indomani, pensò con un sorriso idiota stampato in viso, avrebbe di certo trovato un’altra preda. Aveva tutto il giorno per farlo, durante la strada: di certo qualche animale gli sarebbe passato non troppo lontano, e lui non se lo sarebbe lasciato sfuggire. La pancia piena e il tepore del fuoco iniziarono a poco a poco a fargli pesare le palpebre.

Non si sdraiò del tutto ma rimase a sonnecchiare così, mezzo seduto.

Ebbe l’impressione di aprire gli occhi e che ci fosse una figura accoccolata dall’altra parte del fuoco da campo. Non gli era chiaro se si trattasse di un uomo o un animale… sì doveva essere un uomo, ma era peloso come una bestia. O forse era vestito di pellicce. O forse, semplicemente, tutto non era altro che un sogno. Sì, ma certo, doveva trattarsi di un sogno: da dove poteva saltar fuori, sennò, uno strano personaggio del genere, lì in mezzo al bosco? Gli sembrò, nel dormiveglia, che l’uomo si avvicinasse a lui, girando stretto attorno al fuoco con movimenti fluidi e lenti, come se si muovesse in una specie di melassa.

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IL PONTE E LA SCALA

marzo 30, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

“Saranno almeno trecento passi, forse di più. Una caduta in verticale bella lunga, non credi?”

Mario si trasse indietro dallo strapiombo e il Griso sogghignò.

“Lascialo stare, Griso! Lui fa la discesa per la prima volta, tu invece l’avrai già affrontata in trenta viaggi.” disse Piero.

“Trentadue.” puntualizzò il Griso.

“Vuoi che racconti come te la sei fatta nelle brache la prima volta?”

Il bravo lanciò uno sguardo di fuoco a Piero. Ma il mercante era il suo padrone. Così, nonostante il cattivo latte che doveva aver succhiato da sua madre, il bravo si morse la lingua e se ne stette zitto. Alberto, il vecchio capo mulattiere, rise di gusto.

“Anch’io mi ricordo!”

“Fottiti, Alberto! A te posso dirlo.”

Il bravaccio era risentito perché quei due gli avevano rovinato il gioco.

Mario, dal canto suo, era pronto a difendersi da solo e non fu grato più di tanto dell’aiuto che gli era venuto dal suo capo.

La carovana di muli di Piero Briganti stava affacciata proprio sul bordo settentrionale dell’Altopiano Centrale. Quelle che vedevano laggiù in basso, invece, erano le terre del Ducato di Campofiorito. Pareva quasi di vederle disegnate su una mappa, da lì, mentre il vento soffiava tra i capelli di quelli che si avvicinavano al precipizio.

“Uh, senti come ulula!” commentò a voce alta uno dei mulattieri più giovani.

“Fa sempre così, qui, sempre. Non smette mai. E’ l’aria che viene da sotto e quando urta il fianco dell’Altopiano viene su gridando e prende velocità. Senti come tira: pare quasi che se uno si tirasse di sotto potrebbe andare in su invece che cadere, da quanto è forte. Questa parte del tragitto ti fa cacare sotto ma è uno spettacolo.” Alberto sorrideva, sornione.

Mario deglutì, ma poi cercò di mostrarsi all’altezza.

“E noi da dove passiamo, per scendere? O dobbiamo davvero buttarci e il vento ci depositerà di sotto senza farci alcun danno?”

Alberto gli fece un occhiolino: “Sì, magari. A dire la verità c’è una vecchia leggenda…”

Piero, il mercante che pagava il soldo di tutti, lo zittì:

“E basta con tutte le tue leggende, vecchio. Non c’è tempo adesso, sennò facciamo notte a metà della scalinata e siamo fritti.”

Fu la volta del carrettiere di abbozzare.

“D’accordo, hai ragione Piero. Te la racconto un’altra volta, Mario. Magari stasera, quando saremo giù.”

Poi Piero si rivolse a Mario:

“Comunque da qui non si vede ma c’è un passaggio, anche se non è certo agevole. Vedrai. Dobbiamo proseguire mezzo miglio verso Est. Andiamo.”

“Vedrai.” gli ripeté il Griso all’orecchio mentre gli passava accanto.

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Giano “il Bidone”

aprile 22, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

Giano, un bravaccio della Casa Tagliaferro tanto grasso quanto forte, è detto “Bidone”, e non a caso. L’unico dubbio è se il nomignolo si riferisca alla sua stazza – decisamente importante, ma che non limita la sua rapidità in combattimento – o alle sue altrettanto indubbie qualità di baro. Che tu giochi a carte, a dadi, a giochi di scacchiera, che tu scommetta su corse di cavalli o incontri di lotta, se accetti di giocare con Giano hai una sola certezza: tornerai a casa con le tasche vuote, e senza sapere bene il perché. Ma Giano non è abile solo a truccare la partita, lo è anche a giocare secondo le regole: in realtà bara solo… quando gli serve per vincere! Essere il “Bidone” è diventato una parte essenziale della sua identità a tal punto che nessuno ricorda il suo vero cognome. Fedelissimo della nota Casata di lenoni di Alesia, ricca ma famigerata, e in particolare di Rinaldo, appare solo come comparsa in “Per la Corona d’Acciaio”, senza che ne venga fatto il nome… perché Luce Selenides (è lei a incontrarlo) non lo conosce. Chi ricorda in quale occasione l’assassina si è imbattuta in un grosso sgherro pelato dei Tagliaferro? In “Contro Due Imperi” conosceremo Giano molto meglio. Attenti, però, a non scommettere mai contro di lui!

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