Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
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FIAT LUX

maggio 29, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

 di Caterina Franciosi

I RACCONTI DI MALIA

 

La brezza del porto di Alesia spettinava la sua chioma color del fuoco.

Luce si passò la mano fra i capelli e si accorse che stavano diventando di nuovo troppo lunghi. Sbuffò. Avrebbe dovuto tagliarli ancora, fosse solo per far dispetto a sua sorella Erinne. La volta precedente si era limitata a bagnarli, a raccoglierli in una coda bassa e a tranciarli di netto alla base con un paio di forbici. Era rimasta piuttosto soddisfatta del risultato, ma Erinne non era stata dello stesso avviso. Era quasi svenuta quando era rientrata a casa e aveva visto la sua nuova pettinatura. Luce si lasciò scappare una risatina ricordando come sua sorella aveva continuato a prenderla a male parole per tutto il tempo in cui l’aveva costretta a stare seduta al tavolo della cucina mentre cercava di rimettere a posto quel disastro.

Quante storie per un taglio di capelli. Come se poi non le fossero ricresciuti. D’altronde, non poteva aspettarsi altro da sua sorella, sempre così bella e profumata.

Luce scivolò tra la gente senza farsi notare, osservando il dondolio delle barche ormeggiate alle banchine, pronte a ripartire l’indomani mattina sfruttando i primi soli primaverili. I mercanti e i pescatori avevano ripreso la loro piena attività dopo i lunghi mesi invernali, in cui la fredda morsa del gelo pareva congelare ogni cosa.

Ma per Luce quella non era stata una bella giornata. Affatto. Era uscita alla ricerca di un lavoro, ma anche quel pomeriggio si era limitata a collezionare l’ennesimo insuccesso. Da quando Erinne le aveva proposto di prendere in considerazione l’idea di collaborare con la famiglia Tagliaferro e Luce aveva replicato con parole irripetibili, sua sorella aveva perso le staffe e le aveva dato un ultimatum.

“Badiamo a te fin da troppo tempo,” aveva sentenziato settimane prima. “Essere una damigella dei Tagliaferro non è quello che pensi tu, ma cercare di spiegartelo è solo fiato sprecato. Perciò ora arrangiati e trovati un lavoro per conto tuo.”

“E la mamma lo sa che mi stai dicendo questo?” aveva ribattuto Luce senza fare una piega.

Erinne l’aveva solo guardata.

“È meglio che ti trovi un lavoro onesto. E che abbandoni il giro della gentaglia che frequenti, non credere che non sappiamo quello che fai.”

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NONNA FATA

ottobre 13, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

di Alfonso Zarbo


Ha posato gli occhi sulla mia femmina.

Ha posato gli occhi sul mio castello.

Ha posato gli occhi sui miei guadagni.

Il Macellaio, una carognaccia rosso malpelo e con il broncio perenne, ha tentato di farsi giustizia da solo e ci ha rimesso il mignolo, il principiante. Il Gentiluomo, che poi forse dopotutto tanto gentiluomo non è, ha pensato bene di corrompere le sue guardie. Voleva che lo abbandonassero in un vicolo con qualche scusa, e poi che la (mala)sorte lo punisse come più le girava. Peccato che, rimasto solo, quello se ne sia tornato tranquillo, nonché fieramente armato, fin dentro casa. Infine il Mercante: non ho ancora capito quanto possa essere grasso, da quel tanto di collane e farsetti che indossa – ma, sicuramente, lo è. E comunque è così attaccato ai soldi che nemmeno si sarebbe mosso, se non avesse sentito che pure gli altri due lo volevano morto.

Ora eccoli tutt’e tre qui, alla mia porta.

Certe cose è sempre meglio lasciarle a Nonna Fata.

«Benvenuti, benvenuti!» li accolgo, dando tempo alla mia servetta di posare quattro calici sul tavolo. «Lo gradite un po’ di vino, sì? Vino Maliano, ovviamente» sorrido, col tono di chi già lo assapora.

«S-sì, beviamo!» squittisce il Mercante, ma il Macellaio amputa subito il suo entusiasmo.

«Siamo qui per ammazzare Invitto di Campofiorito, vecchia.»

«Ah» lo ammonisco alzando l’indice. «È di un Duca che stiamo parlando, non urliamolo ai quattro venti. E comunque non prima che abbiate sorseggiato il mio Amaraccio di Cinquecolli. O forse preferivate un bel Verde di Porto Posidonio?»

«Birra» bercia allora il Macellaio. «E poi parliamo.»

Io mi faccio strada nei suoi occhi da Diavolo con una punta di stizza, ma alla fine annuisco. «E poi parliamo. Celeste, figlia, ci pensi tu a servirlo? A noialtri va benissimo il vino», e brindo. La stessa ragazza di poco prima, capelli biondi e ciglia lunghe, finisce di versare e annuisce. Riempie al limite un boccale per il Macellaio e poi si ritira in un angolo.

Il Gentiluomo annusa, il Mercante manda giù tutto d’un fiato.

«Dicono che siete la migliore, sapete?» mi lusinga dopo un po’ il Gentiluomo. «Orbene: ci sembrava il caso di affidarci a siffatta esperienza. Ci aspettiamo un lavoro impeccabile, naturalmente. Il prezzo non importa.»

Il Mercante sbianca. A qualcuno importa, trattengo un sorriso io.

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I PURI- UN RACCONTO DELLE ISOLE

dicembre 25, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

di Marco Rubboli

I RACCONTI DI MALIA

Ormai il porto, la città, le stesse colline dell’Isola di Ischera non erano altro che una remota nebbia azzurrina. Orione Zanna, guardando la costa scomparire lontano a poppa del veliero, cercò di rammentare come tutto fosse iniziato.

E, ricordò, il disastro era cominciato nella taverna di Kratos, il Timone Spezzato. Il luogo più tranquillo del mondo, allora.

La taverna si chiamava così perché appeso nel salone si trovava un enorme pezzo di timone di nave, come spaccato dalle mani di un irato gigante. E il legno era così grosso e massiccio che veniva da domandarsi quale forza avesse potuto mai spezzarlo. Era stato il mare percosso da una formidabile tempesta, la stessa che aveva affondato la nave su cui Kratos in quel tempo serviva come nostromo. Kratos era riuscito ad aggrapparsi a quel pezzo di timone ed era stato sospinto a riva, per sua fortuna. Nessuno degli altri era sopravvissuto. Così Kratos aveva dato fondo ai suoi risparmi e aveva comprato la taverna, e adesso teneva quel cimelio appeso costantemente sopra la propria testa, come monito contro una voglia di viaggi e avventure che lo aveva ormai abbandonato.

Quella sera – una sera d’autunno inoltrato – non vi erano stelle in cielo a indicare la via e il vento soffiava forte sospingendo enormi nembi oscuri e raffiche di pioggia gelata. Il Timone Spezzato era un luogo caldo e accogliente, sempre pieno di odore di stufato e di vino, carne arrostita e pane. Il rifugio ideale per marinai, avventurieri e sbandati, mercanti di bassa lega e poca fortuna. Era un posto sicuro per tutti, non vi erano mai risse e di solito si parlava a mezza voce. Perfino le ragazze da taverna erano discrete e non insistenti, al Timone Spezzato.

C’erano nel porto posti più allegri e chiassosi, frequentati di solito da gente più giovane e inesperta, ma in quel luogo la sola presenza di Kratos toglieva a chiunque la voglia di creare fastidi. Kratos era un gigante dal cranio perfettamente calvo, la muscolatura solida e potente e la voce bassa, grave, un poco roca. Era sempre calmo, anche quando picchiava qualcuno. Quella sera c’era forse una ventina di clienti, alcuni ai tavoli, altri seduti su sgabelli con i gomiti appoggiati al bancone.

Orione Zanna, capitano e proprietario della nave mercantile Pinna Azzurra, Maliano originario di Fontanadolce, era tra questi.

Era un solitario per natura, ma gli piaceva ascoltare la sobria e sensata filosofia con cui Kratos commentava i fatti che gli avventori gli raccontavano.

I discorsi ruotavano banali, in modo piacevole e rassicurante, intorno al freddo e al tempo da lupi che imperversava quella notte, e Orione vuotava lentamente, coppa dopo coppa, la sua caraffa di vino rosso. Il fuoco crepitava nel camino, danzando placido.

Fu allora, durante un momento di silenzio, che entrarono quelle persone.

Erano in quattro, vestiti di bianco, sorridenti.

Un vecchio zoppicante, un bambino di forse dodici anni che lo sorreggeva e due ragazze di casta e semplice bellezza. Veli di lana grezza coprivano il capo dei quattro, e le loro vesti giungevano fino ai piedi. Il vecchio si era guardato intorno, mentre quelli venuti con lui mantenevano lo sguardo fisso a terra.

L’uomo aveva una lunga barba candida, naso aguzzo e profilo affilato, antiche rughe si dipartivano dall’angolo dei suoi occhi come profonde ragnatele. Doveva venire da Sud o da Oriente, di certo non era un Isolano.

Il suo sguardo e quello di Orione si incontrarono per un attimo, con improvvisa, reciproca antipatia. A Orione sembrò come se il vecchio volesse leggergli dentro, indagatore, in cerca di pensieri nascosti e ricordi proibiti. La sua reazione fu una tranquilla sfida.

Poi il vecchio distolse lo sguardo, e Orione tornò a fissare il suo nel liquido rosso che riempiva la coppa.

Non notò, non subito almeno, che tutti gli altri avventori avevano abbassato gli occhi, senza riuscire a sostenere lo sguardo del vecchio.

Il gruppo si avvicinò al bancone.

Orione, senza smettere di fissare il vino, sentì che il ragazzo parlava con Kratos.

Gli chiese se aveva qualche pezzo di pane che potesse dargli, e anche se il vecchio poteva fare un breve discorso agli avventori della taverna per tentare di salvare le loro anime.

Aveva parlato con un accento strano, era difficile dire da dove venisse.

Kratos diede loro un grande pane appena sfornato e un pezzo di formaggio e disse che potevano restare per ripararsi dalla pioggia, se volevano. Ma disse anche che, se i suoi avventori avessero voluto salvarsi l’anima, avrebbero potuto andare in qualche tempio, da quelle sanguisughe dei sacerdoti. Invece erano venuti al Timone Spezzato. Non era il tempo né il luogo per discorsi religiosi.

Orione sorrise sotto i baffi.

Il ragazzino insistette, ma Kratos gli spiegò chiaramente che non c’era niente da fare, e il bizzarro gruppetto scomparve come era arrivato.

Il vecchio non si degnò nemmeno di ringraziare.

“Ma che bravi, questi, che non si guadagnano il pane col sudore della fronte o affrontando i pericoli del mare, e però non si vergognano di chiederlo in dono ai peccatori.” mugugnò Orione, improvvisamente di mal umore.

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Era notte fonda quando Orione raggiunse la Pinna Azzurra, ma a bordo pareva esserci una grande animazione. Incuriosito, allungò il passo e ben presto poté vedere che al centro di un chiassoso gruppo di marinai stava il suo giovane nostromo Andrea. Ridevano.

“Cosa diamine sta succedendo qui?” esclamò percorrendo veloce la passerella.

Il vociare si spense in un basso mormorio.

La piccola folla si aprì al passaggio di Orione, che in due falcate si trovò di fronte a un sorridente Andrea.

“Niente, capitano, stavamo solo parlando di una piccola avventura che ci è capitata questa sera.”

Orione si piantò a gambe larghe, con i pugni sui fianchi, e grugnì: “Spero solo che non vi siate cacciati in qualche guaio.”

“Nessun guaio, capitano, è già tutto finito.”

“Questo lo dici tu, Andrea, invece potrebbero esserci conseguenze piacevoli, per te!” esclamò qualcuno dal fondo. Tutti risero.

Orione era sempre irritato quando si trovava a essere all’oscuro di qualcosa.

“Allora?”

Andrea, un giovane snello dalla chioma bionda che gli arrivava alle spalle, raccontò che, trovandosi la ciurma in una taverna, avevano assistito a uno strano episodio: un vecchio, accompagnato da un bambino e due ragazze, era entrato ed aveva cominciato a predicare nella taverna. Le sue parole avevano incantato quasi tutti, ma alcuni avevano invece reagito male, e un bruto aveva addirittura molestato una delle ragazze. La povera fanciulla, per inciso molto avvenente, aveva cercato di difendersi e le molestie si erano trasformate in una vera e propria aggressione. A quel punto Andrea era intervenuto in sua difesa e si era scatenata una breve rissa tra la ciurma e gli amici dell’assalitore, terminata con la fuga precipitosa di questi ultimi. Nella confusione anche il predicatore e i suoi accompagnatori erano spariti. In seguito si era bevuto molto, e si era parlato per tutta la sera del discorso del vecchio, e delle sue affascinanti accolite.

Tutto qui.

Orione assentì. Congedò Andrea e la ciurma, pensieroso.

Rimase appoggiato alla balaustra, a guardare la pioggia che cadeva dal telone cerato al di sopra del ponte giù nell’acqua scura del porto, e si avvolse nel suo scuro mantello per proteggersi dal vento.

La luce dell’aurora iniziava già a rischiarare il cielo di Levante tra le nuvole oscure quando si decise a concedersi qualche ora di sonno.

____________________________________

Orione era in piedi vicino alla passerella della sua nave e stava trattando per vendere un’altra parte del carico della nave a un mercante locale quando la fanciulla apparve.

Si avvicinava facendosi strada tra la folla del porto, avvolta in pesanti veli candidi, gli occhi bassi e l’aria sperduta.

Il capitano la osservò chiedere informazioni a un passante, e poi dirigersi verso di lui.

Tardò un momento a capire che stava venendo proprio alla sua nave.

La ragazza si fermò davanti a lui e, sempre tenendo gli occhi bassi ed evitando di guardarlo negli occhi, gli chiese:

“Per favore, signore, potete dirmi se questa sia la nave su cui serve il nostromo Andrea Capoferro? Mi chiamo Elena, e vorrei parlargli, se per voi sta bene.”

“Sì, è questa.” rispose seccamente Orione, “Puoi salire a cercarlo, se vuoi.”

Poi tornò a concentrarsi sul mercante davanti a lui, che ora lo fissava con aria interrogativa.

La ragazza salì e in seguito Orione la vide parlare con Andrea, a lungo, sempre con voce sottile e a malapena udibile.

Solo più tardi ebbe occasione di chiedere al suo nostromo cosa fosse venuta a fare la giovane.

“Voleva solo ringraziarmi per averla difesa.” rispose Andrea, senza aggiungere altro. Pareva seccato dalla domanda del suo capitano.

Poi si girò e prese ad allontanarsi.

“Chissà perché diamine tengono sempre gli occhi bassi, quelle persone. Forse hanno fatto qualcosa di cui devono vergognarsi?” sbottò Orione.

Vide che Andrea si bloccava, esitando, con la schiena irrigidita come se quella non fosse stata una frase ma una freccia. Il giovane proseguì.

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LA GIOSTRA DI FLORA – I

novembre 29, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Prima

I destrieri da guerra lanciati uno contro l’altro sudavano copiosamente sotto il sole spietato dell’isola di Tiria. I loro manti erano lucidi per lo sforzo. Anch’io ero madido. Mi asciugai la fronte col dorso della mano. Il cavaliere a sinistra era un Gallessano, sullo scudo una testa di lupo nera in campo rosso. Da destra si precipitava contro di lui il figlio di un ricchissimo mercante locale, un tale Salvatore Ranieri originario proprio di lì, di Ertapietra. Sulla sua rotella la testa feroce di una Furia dai lunghi canini. Il Gallessano all’ultimo si spostò di lato, e si scontrarono con un gran fragore. Avevo visto quello spettacolo parecchie volte, ma non cessavo di stupirmi della violenza degli urti che i contendenti si scambiavano. Solo l’abilità dei migliori armaioli poteva impedire che questi cavalieri morissero come mosche quando praticavano la loro attività preferita. Io, dal canto mio, avrei preferito affrontare dieci sgherri armati in un vicolo che fare una roba del genere. La lancia del mercante strisciò sullo scudo del Gallessano e aprì una sorta di cicatrice color acciaio sul muso del lupo che vi era raffigurato. Ma l’arma di quel Lyonel Maravoy invece colse il suo avversario in pieno petto, appena sopra al bordo della rotella. Per un istante l’asta di legno di frassino arrivò a curvarsi, mentre il pubblico tratteneva il fiato. Poi la cinghia sottopancia del cavallo del contendente locale cedette, e lui fu proiettato indietro. Salvatore Ranieri cadde nella polvere con tutta la sella. Maravoy si ritrovò lanciato avanti, ma subito tirò le redini di lato, fece girare il destriero su se stesso e balzò giù. Non si curò di armarsi ma accorse presso il suo avversario, per controllare se fosse ancora vivo. Quello era scosso, ma stava già cercando di liberarsi delle staffe e rialzarsi. Il Gallessano gli porse una mano però l’uomo di Tiria lo scacciò via, quasi in malo modo. Ranieri non aveva intenzione di arrendersi, anche se sul suo pettorale era evidente una grande ammaccatura centrale. Strano che non si fosse rotto delle costole, pensai, era stato fortunato. Mentre il giovane arrancava per rialzarsi Maravoy tornò al suo destriero ed estrasse la spada, il cui fodero era fissato alla sella. Fece un paio di molinelli per sgranchirsi il polso, che doveva aver subito il contraccolpo della botta di lancia, e si mise in guardia protendendo lo scudo. Aspettò con calma che il suo avversario fosse pronto. Intanto intorno a loro si andavano radunando giudici di gara, sergenti e araldi. I duellanti iniziarono a studiarsi, scambiandosi qualche colpo cauto. Il giovane mercante fece una finta sopra lo scudo e tagliò un mandritto alle gambe, ma Lyonel Maravoy balzò indietro sottraendosi al colpo. Poi fu lui ad attaccare: tentò di girare prima a sinistra e poi a destra dell’avversario rifilandogli al contempo ben quattro botte, che però il contendente locale riuscì sempre a parare o a schivare. Dopo aver ripreso fiato il ricco mercante si lanciò avanti con un roverso alto. Scelta infelice, osservai fra me e me. Il Gallessano ne approfittò subito: parò di spada, spinse l’arma di Salvatore Ranieri alla propria destra senza lasciarla andare, fece un passo avanti col piede sinistro e colpì di punta all’interno del braccio destro del mercante. La lama, pur smussata, si infisse nel bicipite. Il pubblico poté vedere la giubba imbottita del cavaliere di Ertapietra intridersi di sangue, che poi stillò a terra in grosse gocce. Due sergenti si gettarono in mezzo impugnando le partigiane e li separarono. Era finita. Maravoy alzò le braccia in segno di trionfo. Il perdente si tolse l’elmo rivelando un’espressione di dispetto, poi fu costretto a stringere la mano al vincitore, sia pure con una stizza che non tentò affatto di celare. Anche se lo sconfitto era un mio compatriota, o quasi, la sua scortesia mi aveva spinto a parteggiare per lo straniero. Così, pur senza esultare troppo, mi concessi un sorriso di soddisfazione. Ad ogni modo Maravoy si era dimostrato superiore sia a cavallo che a piedi, aveva meritato la vittoria e i festeggiamenti che i suoi vassalli gli stavano tributando in quel momento. In realtà per un popolano era già molto essere arrivato fino a quel punto della giostra: quel giovane mercante poteva essere contento della propria abilità con le armi. Un po’ meno della mancanza di gentilezza che lo aveva contraddistinto. A lui sarebbero state riservate adesso le cure del cerusico.

Messer Maravoy fece allora qualcosa di inaspettato: estrasse da una borsa della sella un drappo di tessuto prezioso con il blasone dei Conti di Castlebrun e camminò verso il palco dove stavano gli spettatori della nobiltà.

Poi lo baciò, e lo lanciò a una giovane dama. Era un gesto molto impegnativo. Mi sforzai di vedere chi fosse, ma era troppo lontano. Però ero curioso, quindi mi feci largo tra la folla.

La damigella che stringeva il drappo era una bellezza, aveva lunghi capelli castani e grandi occhi azzurri. Aveva le guance un po’ arrossate. Comprensibile. Il padre della fanciulla, al suo fianco, era rigido come una statua di pietra. A giudicare dalle vesti dovevano essere originari di Tiria oppure Isolani. Ma perché stare a fare illazioni? C’era un araldo proprio lì alla mia portata.

“Scusate, signore, sapete dirmi per caso chi sia quella damigella a cui il nobile Maravoy ha porto omaggio?”

L’araldo, secco e rugoso come una vecchia tartaruga, mi squadrò come se fossi uno straccione.

“Ma certo. E’ Demetra di Mykenes, figlia dell’Autarca. Non vedete le loro insegne?”

Come no, certo che le vedo. Ma non sono un araldo. Vengo dall’Altopiano Centrale e non sono mica tenuto a conoscere tutte le stirpi delle infinite Isole che costellano il mare, no?

A volte quelli di Tiria erano fastidiosi: tendevano a considerare la loro isola il centro del mondo e loro stessi gli unici esseri umani perfetti. Chi si ritiene perfetto non potrà mai migliorare, l’avevo imparato a mie spese molto tempo prima, all’accademia di scherma a Novafortia. Gli uomini di Tiria non si ritenevano né Maliani né Isolani ma in qualche modo credevano di stare al di sopra di entrambi. Erano in realtà semplicemente una via di mezzo tra i due.

Comunque mi tenni per me la rispostaccia che avrei potuto dare e tornai a girarmi verso la lizza.

Mentre scudieri e paggi portavano via cavalieri, armi e cavalli da guerra si iniziò a preparare il campo per l’ultimo scontro della giornata, che vedeva ancora in lizza un cavaliere di Castelbrun. Era il giovanissimo Barone Claudi de Naute-riu, l’ultimo straniero ancora rimasto in gioco oltre al suo signore che aveva appena vinto lo scontro, e a un Principe Isolano. I cavalieri di Castelbrun si erano fatti valere al di là di ogni aspettativa. Altri Gallessani, Dosthan, Isolani e uomini dell’Ovest erano stati riportati alle loro tende con fratture e lesioni. Quelli feriti in modo più lieve si assiepavano dall’altra parte dello steccato, per assistere agli scontri di chi era stato più fortunato di loro. La giostra dedicata alla Dea Flora, che si teneva ogni tre anni a Ertapietra, aveva sempre avuto fama di essere tra le più dure. Oltre ai migliori campioni delle giostre dell’intero Continente, alcuni dei quali vivevano vagando di continuo di torneo in torneo, di giostra in giostra, si presentava un gran numero di cavalieri da tutte le Terre Meridionali di Malia, dalle altre Isole e, com’era naturale, da Tiria stessa.

Tamburi e chiarine iniziarono a suonare, annunciando il combattimento. Il diciassettenne Barone di Naute-riu affrontava un cavaliere di Rocciarossa, un Feudo sulla Costa del Tramonto. Era costui un certo Marco Sarti, un veterano che aveva giostrato in giro per tutta Malia. Io avevo visto entrambi tirare di spada: Claudi in addestramento presso la sua tenda, un paio di giorni prima, e Marco Sarti in un torneo ad Altarocca tre anni fa. Perciò ero certo che se fossero giunti alle spade l’esperto uomo di Rocciarossa avrebbe potuto battere senza troppi problemi il sia pur valoro Gallessano. Riconobbi il blasone rosso e oro del signore di Rocciarossa, che il cavaliere suo vassallo portava in campo con onore anche quel giorno.

Dall’altra parte veniva avanti Naute-riu, con la visiera dell’elmo alzata a mostrare i tratti piacevoli e regolari del volto. Ognuno dei due aveva già eliminato cinque avversari, a quel punto. Il vincitore dello scontro sarebbe entrato fra gli otto migliori del torneo, e all’indomani avrebbe avuto l’occasione di battersi ancora per il primo posto. I destrieri sbuffavano, inquieti. Il sole aveva preso ad abbassarsi sull’orizzonte ma il caldo era ancora asfissiante.

Al segnale degli araldi il Gallessano abbassò la visiera ed entrambi i cavalieri diedero di sprone. Quando furono vicini Sarti abbassò la lancia spostandola a sinistra e si piegò. In quel modo, alzando l’arma all’ultimo momento avrebbe scostato l’arma del Gallessano alla propria destra mandandola fuori bersaglio, mentre la sua avrebbe centrato l’avversario in pieno. Una manovra ardita. Ma quando il Maliano alzò la lancia Claudi de Naute-riu abbassò la sua, la passò sotto a quella di Sarti e tornò a rialzarla all’interno, trasportandogli l’arma nemica fuori dalla linea. Colse il Maliano alla spalla sinistra, rovesciandolo a terra. Sarti cadde di sella fra il rumoreggiare della folla. Quando il giovanissimo Claudi frenò il suo bianco destriero e gli applausi cessarono, si udirono le grida di dolore del cavaliere di Rocciarossa. Lo soccorsero. Non c’era sangue, ma lui si rotolava per terra e non smetteva di gridare. Anche il Gallessano scese di sella e si tolse l’elmo, preoccupato.

I medici liberarono Sarti dello spallaccio, che aveva una bella ammaccatura, e poi di tutta la parte superiore dell’armatura. Dovettero togliergli anche la giubba imbottita e la camicia, e a quel punto si vide che, sotto a un vasto livido nerastro, la spalla era lussata. Aiutarono Marco Sarti a mettersi in ginocchio, poi uno dei medici gli tirò forte un braccio e l’altro operò sul deltoide ricollocando l’osso nella sua sede.

Il cavaliere respirò forte. Il suo corpo muscoloso e cosparso di cicatrici era tutto sudato e lucido, per la gioia delle dame presenti.

Quando riuscì ad alzarsi si prese anche lui un applauso dal pubblico.

Claudi gli sorrise, rassicurato:

“Spada?”

Quello fece cenno di no e scosse la testa.

“Non oggi, mio signore. Un altro giorno sarò felice di accontentarvi, ma per oggi ho già ricevuto la mia lezione. Siete stato incredibile con la lancia, complimenti.”

“Grazie a voi, è stato un onore incontrarvi sul campo.”

Si strinsero la mano.

Era finita.

La gente iniziò ad allontanarsi a piccoli gruppi, in attesa che calasse il sole e l’aria rinfrescasse. Allora sarebbero iniziate le danze, le bevute e i corteggiamenti. Io bighellonai un po’ in giro, fino a che mi parve di vedere tra la folla il cappuccio di una cappa che mi parve di riconoscere. Non era possibile. Non potevano avermi seguito fino a lì, così lontano dalla mia terra. Eppure, se non proprio lui, ero sicuro che fosse uno di loro.

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LA GIOSTRA DI FLORA – II

dicembre 27, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Seconda

Mi chiusi alle spalle la porta della mia camera. Mi girai e feci un salto sul posto, la mia mano corse all’impugnatura della spada. Un’alta figura incappucciata sedeva accanto al giaciglio. Solo la vista delle cioce che portava alle gambe, tipiche della mia terra, mi trattenne dall’infilzarlo sul posto, su due piedi.
“Buona serata, Publio.”
“Ma che ti possano ammazzare, sarà il modo di presentarsi? A quest’ora, poi…”
Un ghigno da sotto il cappuccio mi irritò ancora di più.
“Uno Stregone si presenta come e quando crede, Messer Maestro.”
“Già, voialtri non coltivate l’esotica arte dell’educazione. Questo l’ho capito tempo fa. Cosa ti porta fin qui?”
“Non lo immagini? Ti ho spinto io a venire al torneo. E dovrei rinunciare ad assistere di persona a quel che ho messo in moto?”
Alzai le spalle.
“Fai un po’ come vuoi, ma non starmi fra i piedi. Io lavoro di lama, e quelli che mi stanno attorno è facile che si taglino. Voi Stregoni non sanguinate in modo diverso dalle altre persone. O sbaglio?”
L’uomo rise e si portò alle labbra un bicchiere di vino che si era servito dalla mia bottiglia, ovviamente senza prima chiederlo. Poi si pulì la lunga barba castana con il dorso della mano.
“Molti di noi Stregoni hanno fatto sogni che riguardano Casa Maravoy. Sogni confusi, ma probabilmente importanti. Si tratta di una famiglia che custodisce cose del passato, che oggi forse non hanno più molta importanza ma un tempo hanno cambiato il mondo. E però c’è anche dell’altro, che non riusciamo a vedere bene. Ci vuole qualcuno accanto a loro, qualcuno che provenga dalle parti nostre e che tenga gli occhi aperti. Tu devi proteggere quella Casata per conto nostro, Publio. Lo devi fare e lo farai, iniziando da ora. Poi ci faremo vivi noi, se qualcosa dovesse cambiare.”
Io ero ancora accanto alla porta, con la destra ancora sulla spada. Non mi sentivo comodo nella mia stessa stanza, non abbastanza da addentrarmici. Quello era un uomo pericoloso, probabilmente più pericoloso di me. E molto più infido.
Come non avevo osato trasgredire al suo consiglio di venire a Ertapietra, ugualmente ora non osavo sedermi vicino a lui. Era vero che dovevo cambiare aria e lasciare l’Altopiano a causa dei miei errori passati, però la meta del mio viaggio non l’avevo decisa io ma lui, loro. Avevo fatto dei sogni, a cui avevo cercato di non fare caso. Allora avevo ricevuto la prima visita dello Stregone. Consideravo gli Stregoni una vera e propria piaga per la mia terra, dei ciarlatani e degli approfittatori che sfruttavano la superstizione degli ignoranti. Ma, come tutti sull’Altopiano, ne avevo una paura fottuta.
Da giovane ero stato per un po’ l’apprendista di uno di loro, che mi aveva insegnato diversi trucchi e “incantesimi”. Dopo un po’ mi ero reso conto che quell’uomo mi stava rovinando la vita e sconvolgendo la mente, con le sue dannate illusioni. Così l’avevo mandato a quel paese ed ero andato a Novafortia a studiare scherma. Più tardi avevo scoperto che il mio Stregone aveva una fama dubbia perfino presso i suoi colleghi.
Invece si diceva che il mio interlocutore attuale fosse ben diverso: una persona degna, per quanto uno Stregone possa esserlo. Ne avevo sentito parlare tempo prima ma l’avevo visto una volta sola e da lontano, dalle mie parti: aveva curato un malato e se stava andando. Invece un maledetto giorno era venuto a trovare proprio me. Mi aveva ordinato senza mezzi termini di andare a rifugiarmi a Ertapietra, e di arrivare in città in tempo per il torneo. Avevo cercato di oppormi ma il suo sguardo fisso da rapace mi aveva messo seduto, e non avevo potuto fare altro che accettare. Tanto da qualche parte dovevo pur andare, quindi tanto valeva accontentarlo.
E adesso me lo vedevo sbucare in casa dal nulla ed ero ancora una volta ai suoi ordini. Dannazione. Di nuovo, come da giovane, non mi sentivo padrone della mia vita.
“Nessuno è padrone della sua vita.” disse lui con tranquillità, come se fosse normale leggere nella testa della gente. Al mio sguardo sorpreso alzò un sopracciglio e disse:
“Non è difficile immaginare cosa pensi, Publio Marsi. Sei prevedibile, quando non tiri di spada.”
Sospirai.
“Allora, cosa vuoi che faccia per te adesso?”
“Per me niente. Fai qualcosa per te stesso, e per Malia. Fai quello che tu stesso già stavi per fare. Entra al servizio di Casa Maravoy. Sii il loro spirito guardiano. E veglia su di loro. C’è un oscuro pericolo che incombe sul futuro di quella famiglia, cose che devono e cose che non devono accadere.”
Maledetto. Come faceva a sapere sempre tutto, quello?
“Io sto per entrare al servizio di Casa Naute-riu, se gli Dei lo vorranno. Sono Baroni vassalli dei Maravoy, non è la famiglia del Conte.”
“Allora devi metterti in mostra un po’ di più.” mi disse lo Stregone sfoderando il suo più bel sorriso.

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LA GIOSTRA DI FLORA – III

gennaio 27, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Terza

Parte Terza

L’ultimo giorno la giostra non si svolgeva sulla piana fuori le mura come le fasi iniziali, ma nell’antico Teatro della città che si ergeva a metà strada fra il paese e l’Acropoli, scavato nel fianco della collina rocciosa di Ertapietra. Mi avevano riferito che il Teatro risaliva agli antichi Isolani che avevano colonizzato Tiria molto secoli or sono. Lo usavano per mettere in scena le loro tragedie. Poi con i Mitoien le gradinate più basse erano state rimosse e il Teatro era stato adibito anche ai giochi gladiatori e alle venazioni di belve feroci.

Galeazzo e io ci eravamo accodati ai Gallessani, così risalimmo le ripide vie della cittadella e ci arrampicammo sul sentiero sassoso che conduceva al Teatro, sempre seguendo la tetra testa di lupo in campo rosso dei Maravoy. Dietro di noi avanzavano gli alfieri dei Campofiorito, drappeggiati nelle loro vesti e bandiere bianche e rosse.

Poi mentre i contendenti entravano dalla porta principale che dava sulla scena con i loro paggi e scudieri, noi e tutti gli altri accompagnatori salimmo gli scalini sulla destra e prendemmo posto sulle gradinate.

Le enormi colonne della scena da lassù parevano svelte e snelle; fra l’una e l’altra si intravedeva il mare d’un blu scurissimo. Laggiù galleggiavano alla rada le galee dei nobili convenuti, circondate dalle barche dei pescatori quasi come imponenti cigni attorno a cui si accalchino degli anatroccoli. Dall’altro lato si poteva ammirare l’alto vulcano innevato che si innalzava a non troppa distanza, e che alcuni dei signori presenti al torneo avevano visitato a cavallo nei giorni precedenti la disfida, accompagnando le loro dame.

“Si dice in giro” mi informò Galeazzo “che in quell’occasione Lyonel Maravoy abbia potuto parlare a lungo con Demetra di Mykenes, e che sia lì che è scattato qualcosa fra i due. Qualcosa che però, a quanto pare, il padre della damigella Isolana non approva del tutto. Lyonel è un magnifico signore, un ottimo partito anche per una Principessa delle Isole. Però fra gli Isolani la distinzione fra nobili e popolani è molto più sfumata che da noi, figurarsi in confronto a quegli altezzosi Gallessani. Forse l’Autarca teme che la figlia possa essere considerata di rango inferiore dai nobilastri di Gallesse, e quindi disprezzata.”

Lo spazio disponibile per i cavalieri in lizza non era tanto vasto quanto nella piana, quindi avrebbero dovuto partire subito lanciati alla massima velocità: non c’era tempo per accelerare gradualmente, né per rimediare a un errore.

Per primo gareggiò Lyonel Maravoy contro un Principe Isolano: il figlio dell’Autocrate di Zakinthos. Si colpirono a vicenda sullo scudo, spezzando entrambe le lance, ma nessuno dei due cadde. Allora sguainarono le spade e presero a tempestarsi di colpi girandosi intorno. Ognuno tentava di mettersi in posizione di vantaggio, cercando il lato sinistro dell’avversario. Gli zoccoli dei destrieri tormentavano l’arena del campo, gli scudi si riempivano di ammaccature. A un certo punto Lyonel colpì l’Isolano al petto con lo scudo, precipitandolo giù di sella. Cavallerescamente l’Erede di Castelbrun scese anche lui e attese che l’altro si alzasse. Si affrontarono a piedi. La lotta non fu breve: entrambi erano giovani, abili e forti, e nessuno voleva cedere. Ma, preso dalla foga, il nobile di Zakinthos scoprì la mano tirando un mandritto. Maravoy fece scattare la sua lama, e gli inchiodò il palmo della destra. L’Isolano lasciò cadere la spada e alzò le braccia in segno di resa. Lyonel rinfoderò la sua lama e fu il primo a soccorrerlo. Non c’era sangue, ma il Principe di Zakinthos faceva fatica a chiudere le dita per il dolore della botta. Prima che il ferito fosse portato via il Gallessano andò ad abbracciarlo. Nessun rancore, erano entrambi gentiluomini e ognuno aveva potuto avere un assaggio del valore dell’altro.

Ancora una volta Lyonel prima di lasciare il campo camminò fino alla zona dove stavano i signori di Mykenes e rese omaggio alla damigella del suo cuore.

“Bello!” disse Galeazzo, quasi stendendosi sul marmo del sedile “Hai visto che ha imitato quello che hai fatto tu prima a Claudi? Sarà un ottimo allievo.”

“Io non ho tirato una punta, ma un colpo di filo falso.” puntualizzai.

“Bah, cambia poco, l’azione era quella.” rispose il mio amico con un gesto come a scacciare delle mosche fastidiose.

Fu la volta di altri combattenti, e poi toccò a Claudi de Naute-riu.

“Se vince, poi dovrà combattere col suo signore.” osservò Galeazzo.

Alzai un sopracciglio.

“Davvero? Non mi sembra una bella cosa. Non potevano smistarli in modo diverso?”

Lui fece spallucce.

“La scelta degli scontri è casuale: un sacerdote estrae a caso le sorti di ognuno.”

“I sacerdoti sono dei vecchi marpioni abili di occhio e di mano, e per lo più corrotti.” risposi, insinuando un dubbio sulla correttezza della scelta. Ne sapevo qualcosa, io, dei trucchi di Stregoni e sacerdoti.

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LA TERZA VOCE

maggio 22, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

di Jari Lanzoni

I RACCONTI DI MALIA

I

La terza casa oltre i magazzini dei Manzini, sul lato est del porto di Alesia, era completamente bianca. L’edificio appariva alto e curiosamente stretto, dotato di una sola stanza per ognuno dei tre piani. Non c’era alcuna insegna, non serviva, bastava attendere un poco dopo l’alba e si poteva vedere la porticina in legno schiudersi, poi una figura alta a magra che legava sullo stipite due frasche di ulivo, per poi rientrare con passo leggero.

A quel punto, in ordine, tutta la piccola fila di popolani che era in attesa faceva capolino sull’uscio. Spesso si trattava di marmaglia che era rimasta seduta per ore, respirando rabbiosamente fino all’acidosi e tamponandosi una ferita, altre volte una madre con un bambino pallido, o un neonato magrissimo. Vagabondi, disperati, bravacci, prostitute, contadini senza un soldo. Tutti loro potevano entrare nella casa dei Fratelli Giano, se con ordine, silenzio e pazienza. Lo sapevano tutti.

“Valeria di Pozzo” disse uno dei Fratelli, Polluce, mentre una ragazza giovanissima entrava nella stanza color latte, stringendo al seno una bambinetta di nemmeno due anni. “Di Pozzo come il marito, Varrone di Pozzo. Alto, barba scura. Maniscalco.”

“La piccola Vegelia” disse l’altro, Castore ovviamente, senza nemmeno guardarla, ma indicandole uno sgabello di legno su cui sedersi. “Ha i capelli del padre ma si schiariranno dopo il terzo anno.”

Valeria si era fatta sfilare la bambina tra le braccia e ora si stringeva le braccia al petto. Le dita intrecciate non riuscivano a nascondere un certo tremore.

“Non è malata” disse con la voce rotta dall’umiliazione. “Ho sentito che qui aiutate…”

“Ti sembriamo forse dei filantropi?” chiosò Polluce.

Lei scosse il capo. Guardando le loro schiene. Mai il viso o gli occhi. La stanza in cui sedeva aveva le pareti scaffalate, piene di vasi, vasetti, cartocci ingialliti, tazze di peltro colme di lunghi aghi, piccole fiasche, fogli di carta tenuti fermi da una sfera di metallo bianco, ninnoli, rotoli di erbe disseccate e pressate.

Castore e Polluce non guardavano mai i loro ospiti improvvisati, lo sapevano tutti. Ma questo non rendeva più sopportabile l’angoscia di Valeria. I due fratelli erano alti e magri, pelle candida come il latte, e lo stesso per le le tuniche immacolate che si tenevano addosso, mani lunghe, dita sottili con falangi molto pronunciate, una spolverata di radi capelli bianchi alla sommità del capo. I loro occhi azzurrissimi vagavano continuamente sul soffitto, sui medicinali, sulla scarsa mobilia, sulla lettiga, ma mai, mai sul volto di un paziente. Nemmeno si guardavano tra loro. Mai. Alcuni avevano pensato che fossero ciechi, ma semplicemente vedevano diversamente, sentivano diversamente.

“Troppo magra” mormorò Polluce sfiorando il petto della bambina. “Le ossa non si formeranno bene. E’ sfinita, poco grasso, i muscoli sono deboli.”

Valeria tirò su con il naso. Gli occhi trattenevano a stento le lacrime. “Mio marito non è tornato quattro sere fa… ho chiesto a Marcello della Valle, ho sentito il sacer…”

“Carne, ma non subito” Castore sembrava leggere un elenco e non parlare con un altro essere umano. “Una pappa di miglio. Molta acqua.”

“Carne, non pensi ad altro” lo rimbeccò Polluce. “Verdure cotte, molto meglio.”

Castore si voltò verso una serie di scaffali. “Valeria hai due stanze nel vicolo del Gallo Rosso, tornaci in fretta” si umettò con la lingua la punta dell’indice sinistro. “Passerà una donna grassa tra due ore. Avrai verdura, olio, miglio, legna, tre pani. Raccontale chi passa sul pontile sopra di te e delle facce che vedi più spesso.”

“C’è un uomo che viene ogni due giorni e incontra una fantesca magra, prima scende da una carrozza e sarebbe utile sapere chi l’aspetta dentro la vettura” Polluce era dall’altra parte della stanza e trasse da una sacca squadrata di vimini un’ampolla piena di liquido verdastro. “Un cucchiaio di questo al giorno. Niente carne prima di tre giorni. Prendi l’acqua dal pozzo vicino ai verdurai, sono centosette passi in più per te ma è migliore rispetto alla fontana in fondo alla tua strada.

“Non capisco…” balbettò la donna, sfinita dopo giorni di fame. Attendeva il ritorno del marito dopo un lungo digiuno. La sua assenza le aveva fatte sprofondare nella fame. Alesia non era la loro città, nessuno le aiutava. Aveva usato le ultime risorse per nutrire la piccola Vegelia.

“La fontana è troppo vicino all’orinatoio e la usano per pulire le sozzure durante i giorni di mercato. Usi troppo quell’acqua.”

I due gemelli non badarono alla sua confusione. “La carne la porterà il Vecchio Gioacchino, non il figlio che ha lo stesso nome. Pollame. Il brodo aiuterà Vegelia. Avrai solo tre parti di carne alla settimana. Usala bene.”

Parole di ringraziamento stavano per sgorgare dalla bocca della giovane madre, le lacrime le stavano già rigando il viso. Non potè dire una sola parola. Castore la zittì con un gesto. Polluce le restituì Vegelia tra le braccia. Avrebbe fatto di tutto per loro. Ascoltato, visto e riferito di tutto, sempre.

Dopo che la ragazza fu uscita Polluce passò davanti alla porta andando a spostare un pesante vaso da cui provenivano sentori pungenti.

“Giovane con spalle robuste, quarto in fila, rigonfiamento del pugnale nello stivale destro” disse al fratello ruotando la testa verso un punto indistinto del soffitto. “Ottone di Castro, ventidue anni. Si copre l’arma secondaria con una mantelletta inutile. Una sorella artigiana sopra Altoborgo e un fratellastro ormai vecchio che si spacca la schiena al porto. Ottimi riflessi. Leggermente sbilanciato negli scarti laterali. Cercherà di aprirti la gola da sinistra a destra, alle spalle.”

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MARIO L’AVVENTURIERO

gennaio 19, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

 

“Gli oceani si abbattono sulle lunghe coste frastagliate, dimora di draghi,

Esplodendo sotto la luna cremisi con spruzzi ardenti,

E castelli di ferro aprono le loro porte,

E donne serpente mi allettano con l’arpa, e con me giacciono,

Le onde vaporose vibrano sotto i rami spettrali.

Non mi cercate: navigo incontro al giorno.”

(R. E. Howard)

 

 

Mario uscì infuriato dal vecchio portone di legno che lo aveva visto passare centinaia di volte.

“Stronzi.” pensò, mentre si avviava di buon passo.

Non c’era niente da fare, non poteva continuare più così. Percorse a gran velocità gli antichi portici anneriti di Selenia, scese e salì gradini consunti senza badare alle variopinte botteghe che attiravano l’attenzione dell’altra gente. Ormai aveva deciso, avrebbe mandato tutto alla malora. S’immise in una delle vie principali e finalmente poté vedere una fetta di cielo. Grigio, e c’era anche la nebbia. Cercò di sgusciare nel lento flusso della folla ma non riuscì ad avanzare più rapidamente degli altri. Dall’alto della sua statura maledisse le malferme vecchiette di gamba corta che intralciavano la strada. Finalmente svoltò in una viuzza. Lì c’era l’edificio in cui viveva. Salì a due a due le scale che, evitando il piano nobile in cui viveva il proprietario, portavano alla sua dimessa stanza. Si chiuse la porta alle spalle e si guardò intorno. Camera fredda e poco confortevole, arredata in modo umile a basso costo. Il porto di partenza di tanti viaggi immaginari, tutto colmo dell’energia dei momenti di esaltazione e dell’amaro aroma dell’insoddisfazione. Salì su una sedia e rimosse un pezzo di asse dal soffitto, tirando giù la bisaccia dal suo nascondiglio. Subito si sentì in colpa: lì dentro c’erano i soldi che i suoi genitori gli avevano inviato per vivere ancora otto mesi in città e terminare gli studi. Come ogni anno avevano fatto dei sacrifici per raccoglierli. Esitò e rimase fermo come un allocco, in piedi sopra la sedia con la bisaccia in mano, perso nei suoi pensieri. Intanto la luce già scarsa calò ancora, tingendo di grigio le pareti chiare della camera. In fondo non erano tanto i suoi genitori ad aver stretto la cinghia per raccogliere quei soldi, ma i contadini del loro podere. Al diavolo i contadini! I suoi avrebbero sofferto… ma quanto aveva sofferto lui durante tutti quegli anni? L’avevano fatto studiare, avevano sognato un futuro per lui, erano perfino riusciti a convincerlo che quel sogno fosse anche il suo. Ci erano quasi riusciti. Anni, passati a riverire professoroni barbosi, a chinare il capo davanti ad acide zitelle, a sforzare la mente su formule legali e a imparare a memoria leggi emanate da antichi tiranni come se fossero state l’essenza della giustizia. Basta! Prese una parte dei soldi, nascose il resto sotto il pagliericcio e uscì chiudendo a chiave la porta.

“Tempo di spese!” si disse sogghignando. Poi si rituffò nella fiumana di gente. In breve fu davanti a una delle botteghe che fino a quel momento aveva ammirato senza speranza dall’esterno. Entrò senza esitare.

“Buonasera. Vorrei quelli.” disse al commesso indicando il paio di stivali più belli e robusti. Tra i più costosi, ovvio. Erano splendidi, alti fino al polpaccio, di solida pelle lucida, suole adatte tanto alle staffe quanto a percorrere a piedi i sentieri più ripidi. Per gli Dei se ci aveva sbavato dietro! Mario se li provò dopo aver dismesso le sue scarpe basse da città. Si alzò e fece qualche passo. La misura era perfetta. Si guardò in uno specchio e si girò di fianco, ammirandosi. “Addio, Mario lo studente di legge, e salve a te, Mario l’avventuriero!”

Si girò verso il commesso con aria soddisfatta.

“Molto bene, li prendo.”

Ora bisognava armarlo, questo avventuriero.

Sapeva cosa gli serviva, e dove trovarlo.

 

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LA PRIMA NOTTE DI MARIO L’AVVENTURIERO

febbraio 18, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

La notte risplendeva silenziosa sopra i monti ricoperti di foreste. La luna era bassa sugli alberi e i crepacci, lupi ululavano nel profondo della tenebra.
La diligenza rallentò.
“Siamo a Grottapuledro! Ci fermiamo per la notte!” gridò il conducente.
Grottapuledro. Un villaggio un tempo misero e che prima aveva un nome diverso, ormai dimenticato. Fino a che due ragazzi non avevano avvistato un bianco puledro impennarsi sulla soglia di una grotta, e poi precipitarsi all’interno. I ragazzi erano entrati sperando di catturarlo, ma l’animale era sparito. Al suo posto trovarono ciò che sarebbe diventato la fortuna di quel postaccio: smeraldi. Almeno, così recitava la leggenda locale, che Mario aveva sentito raccontare una sera in un’osteria di Selenia. A tarda notte, con un paio di bottiglie ormai vuote davanti. Comunque fosse andata, da allora il villaggio era cresciuto e i suoi abitanti avevano trascurato l’agricoltura per diventare minatori.
Il paese era ammassato sul fondo della valle, a lato del fiumiciattolo in cui a poco a poco il Saggiorivo si era trasformato. Una luce eterea si diffondeva sulla strada e tra le ombre delle case di legno. Solo i due ormai assonnati mercanti e il servo erano rimasti a bordo, oltre a Mario. Dopo i passeggeri scesero anche il conducente e il postiglione. Mario si rese conto di essere l’unico forestiero, e mentre il terzetto dei suoi compagni di viaggio si avviava verso casa lui rimase lì, vicino al carro con lo zaino in mano, senza sapere bene cosa fare di se stesso. Il conducente gli si avvicinò:

“C’è una piccola locanda che deve essere ancora aperta, amico. E’ da quella parte.”
Mario lo ringraziò e si allontanò.
Alla scarsa luce della luna che giocava a nascondersi fra i tetti il vicolo pareva stretto e ostile, minaccioso.
Un ululato e un rumore alle spalle. Mario rabbrividì e si girò, tentando di penetrare con lo sguardo la fitta oscurità. Niente. Si strinse nelle spalle, portò la mano all’impugnatura della spada e proseguì. Ecco l’insegna della locanda e le finestre ancora illuminate. Sbirciò dentro. Solo pochi clienti mezzo ubriachi e mezzo addormentati, l’oste e l’ostessa che contavano i soldi.
Entrò con un cenno di saluto ai proprietari, scelse un tavolo libero e vi si sedette, buttandosi ai piedi lo zaino. Finalmente, dopo tutto il giorno, poteva allungare le gambe doloranti. Le stirò con voluttà, lasciandosi scaldare dal camino ancora non del tutto spento.
L’ostessa venne a informarlo che da mangiare, a quell’ora, era rimasto solo del minestrone di verdure.
“Va bene, e un bicchiere di vino rosso. Una camera per la notte ce l’avete?”
“Sì, certo.”
Appena la donna si allontanò Mario sentì una lama fredda sfiorargli la gola, e un brivido di terrore corrergli lungo la schiena.


“Ma che…”
Roteò gli occhi tentando di vedere chi lo minacciava in quel modo, mentre una goccia di sudore freddo gli correva sul lato della fronte.
“Fermo, non ti voltare.” intimò una voce dura alle sue spalle.
Poi la lama scomparve, e sonore risate risuonarono nella sala.
Mario, rosso per la vergogna, balzò in piedi si girò mettendo mano alla spada.
L’uomo alzò le braccia, aveva ancora in mano un lungo coltello e una specie di sorriso sul volto.
“Non farlo se non vuoi farti male, ragazzo! Era solo uno scherzo.”
Era un tipo massiccio, di mezza età, col volto segnato mezzo nascosto da una pesante cappa scolorita. Alle sue spalle c’erano due tipacci che chiunque avrebbe potuto qualificare come dei bravi.
L’uomo rinfoderò il coltello e porse la destra al giovane.
“Valerio Bruni, mercante.”
“Mario Boschi, avventuriero.”
“Ma non farmi ridere, ragazzo! Non basta tutto quell’armamentario per fare un avventuriero. Io ti ho avvertito in modo amichevole ma magari un altro lo avrebbe usato, quel coltello. Se giri il mondo così come un allocco non durerai a lungo, ragazzo.”
“Andiamo bene… se solleticare la gola di uno con il filo di una lama è un avvertimento amichevole meglio non pensare a cosa possa essere un avvertimento più serio!” pensò Mario.
“Ma cosa ho fatto di male?”
Il mercante sogghignò, subito imitato dai suoi sgherri.
“Ti sei seduto male. Siediti sempre con le spalle al muro, dovunque tu sia, e soprattutto se sei da solo. Altrimenti qualunque idiota potrà farti fuori senza alcuna fatica. Puoi venire a unirti a noi al nostro tavolo, se vuoi, oppure trovarne un altro vicino al muro. E non ti mettere con le spalle a una finestra, sennò è uguale o peggio.”
Mario esitò un attimo lì in piedi, immobile, con un gusto amaro in gola. Che figura essere stato colto in fallo come un bambino… scottava, altroché. Bene, almeno non si sarebbe più sbagliato. Si scosse, raccolse il suo zaino e andò a sedersi vicino a Valerio, con le spalle ben aderenti al muro e le guance arrossite.
“Ora non esagerare!” rise Valerio “Dove sei diretto?”
“Non so, pensavo di attraversare le montagne verso Poggiomerlato.”
“La conosci bene, questa zona?”
“No, mai stato.”
“Allora puoi venire con me, io l’attraverso spesso e una lama in più mi potrebbe far comodo, almeno fino a Poggiomerlato. Vendo merce oltre i monti. Potrei perfino allungarti qualche moneta per il disturbo. Un paio di ragazzi mi hanno mollato e questi due sono un po’ pochi.”
“Smeraldi?”
“Ssst! Abbassa la voce, fesso! Sì, smeraldi, ma non ti far venire strane idee in testa.”
A quelle parole i due figuri si guardarono intorno, anche se non c’era più nessun altro nella sala. Era il loro mestiere, dopotutto.
“Non ci penso neanche!” protestò Mario con espressione di scandalizzata innocenza.
“Ti sembra tanto strano farci un pensierino? Cavami una curiosità, ragazzo: sei scappato di casa?”
Mario gli lanciò un’occhiata accigliata.
“Be’, non proprio, no!”
“Ho capito, non vuoi parlare del tuo tormentato passato. Lasciamo perdere. Ma guarda, sta arrivando la tua cena. Noi invece ce ne andiamo a dormire. Domani sveglia all’alba, partiamo subito. D’accordo?”
“E la paga?”
Il mercante sbuffò.
“Sei alle prime armi…. a proposito di armi: le sai usare, quelle?”
“Certo, sennò cosa me le porterei dietro a fare? So tirare di spada e usare l’arco.”
“Mmmf. Vabbè. Facciamo vitto, alloggio, e una moneta d’oro al giorno. Ti sta bene?”
Mario finse di pensarci.
“Per questa volta…”
“D’accordo, allora.”
Si strinsero la mano. Quella di Valerio era dura e callosa. Ben più di quella dell’avventuriero.
Appena i tre furono scomparsi oltre la soglia Mario si chinò sul suo minestrone e lo mandò giù in fretta a gran cucchiaiate. Aveva una fame da lupo. Poi rimase a guardare il fuoco moribondo sorseggiando il vino rosso. Quando si decise a chiedere della sua camera l’oste gli indicò la via: oltre un cortiletto interno con al centro una fontanella. Mentre l’attraversava la luna gli sorrise ancora come una sfinge imperscrutabile, giocando con lo scroscio d’acqua. Si fermò un attimo a respirare l’aria della notte densa di freddi spettri, domandandosi che cosa lo aspettasse all’indomani con quei tre figuri. La camera era modesta, ma linda. Gettò in un angolo lo zaino, si slacciò la cintura con la spada poggiandola con delicatezza, lanciò in aria gli stivali, poi s’infilò nel letto bianco. Profumava di acqua montana e rozzo sapone. Mario incrociò le braccia sotto la testa e fissò il soffitto buio con soddisfazione. Che magra figura aveva fatto. Ma dopotutto era agli inizi.
“Bene, Mario, qui comincia il tuo apprendistato di avventuriero. Il primo viaggio come mercenario… bravaccio… scorta. O come diamine si dice, fa lo stesso.”
Non vedeva l’ora che giungesse l’alba.
Il rimpianto per quel che aveva lasciato era solo una punta di amarezza nel retrobottega della sua mente.

 

Nota al racconto: il nostro giovane eroe ancora non ha né le malizie né l’aspetto del veterano. Eppure nonostante ciò (e nonostante a causa di ciò lo abbiano canzonato per bene) ha trovato il suo primo ingaggio come uomo d’arme. Imbarazzo ed entusiasmo si alternano nella prima serata dopo essersi chiuso alle spalle la porta ed essersi messo in viaggio. Ma a volte le cose non sono come sembrano e, come diceva qualcuno, una volta lasciata la sicurezza di casa non si sa mai dove puoi finito spazzato via. Può anche capitare di dover maledire quella che a prima vista pareva una fortuna o (più raramente) il contrario.

 

Continua qui:

LA VIA DI MARIO L’AVVENTURIERO

 

Per l’inizio della saga di Mario:

MARIO L’AVVENTURIERO – Per la Corona d’Acciaio (lacoronadacciaio.it)

 

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LA VIA DI MARIO L’AVVENTURIERO

marzo 15, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Avrebbero seguito per un lungo tratto l’antica Via degli Dei costruita dagli antichi Mitoien, lastricata di grandi pietre piatte con l’erba che cresceva selvaggia negli spazi tra l’una e l’altra. Poi tra un paio di giorni la strada avrebbe piegato verso Sud e l’avrebbero lasciata per prendere la pista in terra battuta che portava a Poggiomerlato. Il mercante di smeraldi Valerio Bruni, i suoi due bravacci e Mario, tutti e quattro a cavallo, erano partiti di buon mattino da Grottapuledro e non si erano fermati che per un pranzo frugale, freddo, verso mezzogiorno. La preziosa mercanzia che trasportavano era tanto piccola che doveva stare da qualche parte in un sacchetto nascosto addosso a Valerio, anche se nessuno tranne il mercante di gemme lo sapeva per certo. Quindi chi li avesse visti avrebbe anche potuto scambiarli per un gruppo di cacciatori… o di tagliagole, dato che erano tutti arrmati fino ai denti. Oltre a Mario e Valerio c’erano i due sgherri di quest’ultimo: Gino e Marziale. Il primo era un ceffo azzimato di mezza età dai folti baffi neri, il secondo un tipo basso e tarchiato, sbrigativo, che non parlava quasi affatto ma in compenso sorrideva spesso. Chissà perché, faceva venire in mente a Mario certi centurioni Mitoien tozzi e robusti che si vedevano in antichi bassorilievi. Per esempio quelli raffigurati sull’arco di trionfo a Selenia: gente solida, che aveva conquistato il mondo a furia di addestramento pesante e urlacci. Valerio aveva detto che c’erano stati anche altri due uomini d’arme con lui, prima, ma poi costoro avevano ricevuto un’offerta migliore e lo avevano mollato di punto in bianco.

“Per mia fortuna”, rifletté Mario, che aveva rimediato in quel modo un bell’ingaggio.

La via si snodava sul fondovalle in mezzo a colline rocciose coperte di boschi, tra forre ombrose e polverosi calanchi.

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