Avrebbero seguito per un lungo tratto l’antica Via degli Dei costruita dagli antichi Mitoien, lastricata di grandi pietre piatte con l’erba che cresceva selvaggia negli spazi tra l’una e l’altra. Poi tra un paio di giorni la strada avrebbe piegato verso Sud e l’avrebbero lasciata per prendere la pista in terra battuta che portava a Poggiomerlato. Il mercante di smeraldi Valerio Bruni, i suoi due bravacci e Mario, tutti e quattro a cavallo, erano partiti di buon mattino da Grottapuledro e non si erano fermati che per un pranzo frugale, freddo, verso mezzogiorno. La preziosa mercanzia che trasportavano era tanto piccola che doveva stare da qualche parte in un sacchetto nascosto addosso a Valerio, anche se nessuno tranne il mercante di gemme lo sapeva per certo. Quindi chi li avesse visti avrebbe anche potuto scambiarli per un gruppo di cacciatori… o di tagliagole, dato che erano tutti arrmati fino ai denti. Oltre a Mario e Valerio c’erano i due sgherri di quest’ultimo: Gino e Marziale. Il primo era un ceffo azzimato di mezza età dai folti baffi neri, il secondo un tipo basso e tarchiato, sbrigativo, che non parlava quasi affatto ma in compenso sorrideva spesso. Chissà perché, faceva venire in mente a Mario certi centurioni Mitoien tozzi e robusti che si vedevano in antichi bassorilievi. Per esempio quelli raffigurati sull’arco di trionfo a Selenia: gente solida, che aveva conquistato il mondo a furia di addestramento pesante e urlacci. Valerio aveva detto che c’erano stati anche altri due uomini d’arme con lui, prima, ma poi costoro avevano ricevuto un’offerta migliore e lo avevano mollato di punto in bianco.

“Per mia fortuna”, rifletté Mario, che aveva rimediato in quel modo un bell’ingaggio.

La via si snodava sul fondovalle in mezzo a colline rocciose coperte di boschi, tra forre ombrose e polverosi calanchi.

Mario, in sella a un ronzino fornitogli dal mercante, aspirava a pieni polmoni l’aria fresca, odorosa. E il mondo gli pareva vasto e meraviglioso come mai l’aveva visto prima.

Ma intanto il sole calava lento sul profilo dei monti e le ombre si allungavano.

Mario notò che Valerio iniziava a guardarsi intorno, e dopo un po’ il mercante di pietre indicò una radura poco discosta dalla via, appena più in alto.

“Ci accamperemo là, per la notte.”

Valerio spinse il cavallo su per la salita attraverso i pochi alberelli che separavano la via dallo spiazzo, subito seguito dai tre della scorta.

Effettivamente lì l’erba era morbida e dall’altra parte, subito a valle della Via degli Dei, correva un ruscello a cui si poteva attingere acqua.

Valerio gettò a terra la prima delle due tende in cui avrebbero dormito e iniziò a montarla senza por tempo in mezzo.

A un tratto si fermò e si voltò verso i suoi bravi:

“E voi non rimanete lì impalati! Marziale, tu vai ad attingere acqua, invece voi due andate a fare legna. E se vedete qualche animale a portata di freccia tirategli.”

Mario prese l’arco e la faretra, poi frugò nello zaino e tutto orgoglioso tirò fuori la sua accetta. Era ben equipaggiato, lui. Invece quel bellimbusto di Gino dovette chiedere un’accetta a Valerio.

Andarono a monte, Mario e Gino, sperando di trovare legna più asciutta.

Mario dopo pochi passi inizò a raccogliere degli arbusti, ma Gino lo spintonò:

“Non stare a perdere tempo con ‘sti ramoscelli da niente: andiamo lassù e tagliamo qualche bel tronchetto che duri per un po’, a fare fuoco. Forza, ragazzo!”

Mario sbuffò, un po’ risentito, ma fece finta di nulla e seguì il bravaccio in una macchia più folta a qualche distanza.

Camminarono ancora per un po’, e Mario cominciò a chiedersi dove mai volesse andare a finire quel bel tipo, e perché si stessero allontanando così tanto quando non serviva affatto.

Qualche sospetto iniziò a serpeggiare nella sua mente. Poteva fidarsi di quello lì?

No di certo.

Strinse più saldamente l’impugnatura dell’accetta. Non aveva idea di che cosa avesse in testa Gino, ma sarebbe stato pronto ad aprirgli il cranio a mezzo senza esitare, se necessario. Con chi credeva di avere a che fare ‘sto tizio? Se aveva qualche intenzione strana avrebbe fatto i conti con lui, non aveva certo paura.

Gino pareva esaminare i tronchi delle querce, dei castagni e dei noccioli, ma tutto a un tratto si fermò e si girò verso di lui piazzandosi a gambe larghe.

“Bene, bando alle ciancie, che non abbiamo molto tempo.”

Mario alzò un sopracciglio. Che diamine intendeva dire Gino, che bisognava mettersi al lavoro o che altro?

“Di quali ciancie vai sragionando, Gino? Qui nessuno ha aperto bocca.”

Quello fece una smorfia. Non aveva capito.

Ciance vuol dire chiacchere, no? Hai detto bando alle ciancie come se qualcuno stesse ciarlando senza senso, ma stavamo zitti tutti e due.”

Gino sbuffò e si riavviò i capelli, poi palleggiò la sua accetta.

“Lascia stare le tue pignolerie da erudito, Mario. Volevo dire solo non perdiamo tempo, ecco!”

“Bene, all’opera allora!” lo esortò Mario. Si avvicinò subito a un grosso ramo e alzò l’accetta.

“Ma no, volevo dire che dobbiamo parlare, io e te. Sei proprio un pollo, ragazzo. Ma, comunque, mi puoi essere utile, e puoi ottenere un bel bottino anche tu da questa situazione, se ti fai furbo.”

Mario rimase a metà del movimento, con l’accetta alzata e la bocca aperta.

“Cosa intendi dire?”

Gino gli strizzò un occhio:

“Voglio dire che il Bruni, lì, deve avere un vero patrimonio in pietre verdi nascosto da qualche parte, e non mi sembra saggio lasciarle a lui. Noi ne abbiamo molto più bisogno. Tu in particolare, mi pare. Ma anche io, lasciatelo pur dire. E anche quegli altri due.”

Mario aggrottò le sopracciglia.

Quei discorsi iniziavano a piacergli davvero molto poco, e la situazione si faceva antipatica.

Assomigliava sempre di più a un complotto per derubare il mercante, e forse anche assassinarlo. Ma chi diamine potevano essere quei “due” a cui Gino si riferiva? Uno doveva essere Marziale, ma l’altro?

“Di quali altri due parli, Gino? Non sono sicuro di capirti.”

Quello svelò i canini in un sorriso da carogna.

“I due che se ne sono andati. E che invece non se ne sono andati affatti e ora ci seguono a poca distanza attraverso i boschi. Siamo in tre, pronti a tutto per prendere gli smeraldi. Ora, Marziale è con Valerio da molto tempo e non c’è modo che si unisca a noi. Non gli abbiamo nemmeno parlato perché siamo sicuri che ci avrebbe denunciato senza nemmeno pensarci. E tu? Cosa intendi fare, tu? Perché quattro contro due è una cosa, invece tre contro tre, anche con il vantaggio della sorpresa, è tutt’altra cosa. Devo saperlo. Adesso. Allora, li vuoi, quegli smeraldi? Sei disposto a fare quanto è necessario per prenderli?”

Le dita di Gino, mentre parlava, stringevano l’impugnatura dell’accetta. Si vedeva dal colore biancastro che avevano assunto le sue nocche.

Mario deglutì. Una mossa sbagliata adesso e si sarebbe giocato la vita. Fottuto. Gettò una rapida occhiata intorno, tra gli alberi. I due tagliagole dovevano essere lì in giro nascosti, altro che storie. Gino non poteva permettersi che lui andasse a spifferare tutto a Valerio, quindi se Mario avesse rifiutato lo avrebbero ammazzato sul posto. Poi Gino avrebbe dato la colpa a un orso o qualcosa del genere. Mario poteva giocarsi il tutto per tutto lottando per la propria vita e forse morire oggi, fra quegli alberi. Oppure poteva tentare di ingannare Gino, e prendere tempo. Tradire Valerio era fuori questione. Quel che Mario voleva era una vita avventurosa alla ricerca di fortuna e gloria, mica diventare un lurido brigante assassino.

Lo sguardo di Gino si indurì alla sua esitazione, e Mario si rese conto che quello non se la sarebbe mai bevuta, una bugia. Oltretutto lui non era mai stato bravo a mentire. Quel che era fatto era fatto.

Lentamente, Mario allargò la misura che lo divideva dal bandito, passando l’accetta nella mano sinistra ed estraendo la spada. Intanto i suoi occhi spalancati, grandi come quelli di un cavallo terrorizzato, scrutavano tra le fronde in cerca della forma dei due malviventi. Senza fortuna: non si vedeva un bel niente. Si fece coraggio.

“Mi dispiace, Gino, non se ne parla. Ora hai tu una scelta: puoi fuggire nel bosco adesso e sparire dalla mia vista insieme agli altri due. Se sei fortunato raggiungerai in tempo qualche porto e potrai imbarcarti per la terra più lontana che puoi trovare, prima che ti trovino e ti impicchino. Oppure affrontami. Comunque sia, il tuo piano è fallito.”

Mario sapeva che una freccia o un quadrello avrebbero potuto coglierlo alle spalle in qualunque momento, e che quella era la fine più probabile per lui. Ma era pronto a balzare di lato, e comunque se la sarebbe giocata al meglio. Poi che fosse quel che doveva essere. In ogni caso, meglio chiuderla così che rimanere a Selenia a studiare legge. Anche se adesso non gli sembrava più così chiara, adesso che una goccia di sudore freddo gli colava sul lato della fronte e che le gambe non volevano saperne di restare ferme.

Gino in tutta risposta si mise a ridere e abbassò l’accetta. Altre risate si unirono alla sua, provenienti dalla macchia alle spalle di Mario.

Il giovane si girò: Valerio e Marziale si avvicinavano applaudendo.

Mario divenne tutto rosso, le orecchie gli si fecero di fiamma.

“Bravo, ragazzo, bravo! Proprio quel che volevo sentire!” esclamò il mercante “E bravo anche tu, Gino, davvero ti meriteresti di stare sul palcoscenico di qualche commedia, giù al teatro di Selenia!”

“Ma cosa… cosa significa tutto ciò?” balbettò Mario offeso, preda al tempo stesso della rabbia e dell’imbarazzo.

Valerio gli strizzò un occhio.

“Credevi davvero che io potessi fare tutto il viaggio così, con un tizio appena incontrato e di cui non so se posso fidarmi? Considerala una prova, oppure un altro scherzo, se preferisci.”

“Io… io ne ho piene le tasche dei tuoi maledetti scherzi, Valerio! Adesso basta!”

L’uomo alzò le mani:

“Te lo prometto, Mario, basta scherzi. Questo era l’ultimo. E devo proprio farti i miei complimenti per la lealtà e per il coraggio. Non potevo scegliere una scorta migliore per questo viaggio, sono lieto di averti con me.”

“Siete dei veri stronzi, tutti e tre, per gli Dei!”

Mario era totalmente in confusione, non sapeva se infuriarsi, andarsene o essere lusingato. Preferiva non chiedersi cosa gli sarebbe accaduto se avesse accettato la proposta di Gino. Non gli diedero il tempo di rifletterci troppo, perché Valerio e Marziale lo raggiunsero e lo presero a pacche sulle spalle.

Gino si scompisciava ancora, le mani sulle ginocchia per non cadere in terra:

“Dovevi vedere che faccia che avevi, ragazzo! Mi hai fatto quasi paura. Che tetra risoluzione, che eroismo!”

Valerio gli porse un otre di vino.

“To’, bevi che ne hai bisogno. Non c’è niente di meglio di un rosso forte per riprendersi da un brutto spavento. Hai superato la prova, adesso sei dei nostri.”

 

 

Dopo un soggiorno inutile a Poggiomerlato in attesa di arruolarsi per una guerra che non scoppia mai contro, Mario arriva al punto di patire la fame e dormire in strada. Tentato da un apparente colpo di fortuna tenta un furto, con conseguenze dolorose. A quel punto si avvia a piedi, da solo, verso le Colline Occidentali. Il racconto che narra questi apparirà a breve in un’antologia. 

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GORGOVERDE

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