Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
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TRENTA MONETE PER MARIO

aprile 12, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

Mario era solo, senza soldi, in una città di cui a volte stentava a capire il dialetto. Aveva appena finito il suo ultimo tozzo di pane e si trascinava per i vicoli bui cercando un angolo dove poter gettare lo zaino e accoccolarsi a dormire. All’indomani avrebbe dovuto assolutamente andarsene. Contava di fare a piedi la strada per le Colline Occidentali attraverso i boschi, procurandosi il cibo giorno per giorno con l’arco e un po’ di fortuna. Una volta arrivato là, in una regione più prospera rispetto a quell’Altopiano dimenticato dagli Dei e dagli uomini, avrebbe trovato qualcosa da fare. Se non come mercenario… qualsiasi cosa. Dal facchino al marinaio all’apprendista in qualche bottega: gli sarebbe andato bene tutto pur di riuscire a sfamarsi. Dopo essere giunto a Poggiomerlato con Valerio, il mercante di smeraldi, aveva incassato la paga che gli spettava e si era congedato, in attesa che scoppiasse la guerra tra il Ducato e Biancacava. Si era proposto alla milizia del Duca, e là un sergente aveva segnato il suo nome promettendogli che in caso di conflitto sarebbe stato arruolato senz’altro. Invece che dichiararsi subito guerra, però, il Duca di Poggiomerlato e il Senato di Biancacava avevano intavolato lunghe trattative, durante le quali Mario era rimasto in trepida attesa e aveva consumato tutte le sue risorse. Alla fine il Duca e la Città avevano trovato un accomodamento pacifico. E lui era rimasto fregato. Perfino le sue vecchie scarpe da città aveva dovuto vendere, tenendosi solo gli stivali.
Si stese sotto un portico, con solo la sua coperta a separarlo dalla fredda pietra, e tentò di addormentarsi. C’era quasi riuscito quando fu risvegliato dallo sferragliare di una carrozza nobiliare, che si fermò a poca distanza dal suo giaciglio improvvisato. Un servo basso e grassottello saltò giù, con un’aria piuttosto intimorita. Un uomo si sporse verso di lui senza scendere. Era un giovane gentiluomo dalla veste elegante. Mario sporse la testa da sotto la coperta che lo ricopriva interamente, per osservare meglio.
“Queste sono trenta monete d’oro per madonna Altera. Portaglieli tu e torna subito indietro. Io ti aspetterò qui.” ordinò il cicisbeo.

Il povero servitore non sembrava troppo contento di doversi avventurare da solo di notte in quelle viuzze dove le carrozze non riuscivano a passare, ma si cacciò il sacchetto di monete sotto il mantello e si avviò comunque, scrutando nel buio con apprensione.
Mario ci pensò su un momento.
“Trenta monete!”
Mal guadagnate da una qualche avvenente donzella, pareva.
Si alzò in silenzio, per non farsi scorgere dalla carrozza, cacciò la coperta nello zaino e seguì l’ometto nascondendosi nell’ombra.
Guadagnava terreno a poco a poco, e intanto si stupiva di se stesso.
“Davvero ho intenzione di rapinarlo?”
Non aveva ancora deciso. Rammentò il ladro che lo aveva rincorso e spaventato non troppo tempo fa, la notte prima della sua partenza da Selenia. Adesso poteva essersi trasformato lui stesso in un inquietante predatore notturno, proprio come quell’uomo. Il pensiero non era piacevole, ma sentiva anche i brontolii imperiosi del proprio stomaco.
Mentre camminava spedito e indugiava in questi dubbi, dalla tenebra più nera emerse uno straccione alto e magro che saltò addosso al servo, nella mano un lampeggiare di coltello.
Il rapinatore punzecchiò il malcapitato attraverso le vesti e senza profferir verbo gli strappò di mano il sacchetto coi soldi. Senza perdere d’occhio il terrorizzato omiciattolo indietreggiò e, sempre tenendo puntato il coltello verso di lui, sparì.
Mario gli scivolò dietro mentre la vittima della rapina rimaneva immobile, tremante.
Ora il giovane avventuriero non doveva più combattere coi suoi scrupoli, doveva solo stare attento a non perdere di vista lo spilungone.
Era una notte senza luna, e il cielo sereno era tanto scuro che si faceva fatica a vedere le pozzanghere davanti ai propri piedi prima di caderci dentro.
Mario sguainò la spada e si avvicinò al ladro, però quello se ne accorse e si girò a fronteggiarlo brandendo il coltello, mentre stringeva il malloppo con la sinistra.

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GORGOVERDE

settembre 26, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

 

 

I RACCONTI DI MALIA

Mario era partito tre giorni fa da Poggio

merlato. Solo, povero, affamato e con la testa ancora dolorante dopo la sua ultima disavventura. Durante il primo giorno di marcia aveva riempito la pancia solo con delle minuscole fragoline di bosco e dei mirtilli, che aveva colto lungo la pista. C’erano anche funghi ma, nel dubbio, non aveva osato prenderli. Nonostante viaggiasse con l’arco in mano e una freccia incoccata non aveva mai avuto selvaggina a portata di tiro. Inoltre viaggiare in quel modo sulla strada poteva spaventare gli altri viandanti, con il rischio di prendersi lui stesso un dardo in corpo. Così, dopo una notte in cui l’unica cosa a fargli compagnia era stato il rumore sordo del suo proprio stomaco, aveva deciso di procedere nel bosco. Si sarebbe mosso a una distanza tale dal sentiero che gli permettesse di non perdere di vista la via ma che al tempo stesso gli consentisse di provare a cacciare.

Una decisione giusta, perché a metà pomeriggio si vide sbucare davanti una fagiana. Tirò, e la freccia le trafisse un’ala. Però quando Mario, già con l’acquolina in bocca, corse a prenderla, la fagiana volò via con un volo tutto storto. Cadde a poca distanza in mezzo a una macchia molto fitta. Mario si mise a cercarla lì intorno. Dopo un po’ l’animale spiccò un altro breve volo. Lui si lanciò dietro alla preda: non aveva la minima intenzione di lasciarsi sfuggire quel pennuto. Già lo vedeva sfrigolante sullo spiedo, figurarsi! Ma durante il terzo o quarto volo la fagiana sbandò e finì contro il tronco di un pino. Cadde giù in verticale. Già il giovane cacciatore sperava che quella che ormai considerava la sua cena si fosse rotto il cranio contro quel legno duro e nodoso. Ciò che trovò invece fu la freccia, che era caduta. La fagiana invece la vide con la coda dell’occhio, mentre quella tentava di squagliarsela correndo.

“Eh, no, bella mia, il tuo posto stasera è nella mia pancia!”

La rincorse, ma quella filava via come uno stallone lanciato al galoppo, anche se perdeva qualche goccia di sangue. Mario saltò cespugli, si lanciò in mezzo ad arbusti, scese dirupi a rotta di collo e si sbucciò le ginocchia su una pietraia. La fagiana era sempre un passo avanti a lui, starnazzante. Alla fine la ebbe a tiro, sguainò la spada e con un ampio roverso le staccò la testa di netto. L’uccello decapitato fece ancora alcuni passi, poi stramazzò in terra. Mentre Mario si chinava a raccogliere il suo premio, affannato, ebbe a pensare che quella era la sua prima vittima, la prima uccisione della sua carriera di avventuriero.

“Bah, meglio far finta di niente, facciamo che non conta. Non è epico. Direi quasi che non è nemmeno dignitoso.”

Aveva tirato un bel roverso, però, pulito e preciso. Tenne la fagiana per un po’ per le zampe a testa in giù, per far scolare il sangue, poi la legò allo zaino. A quel punto si guardò intorno e si rese conto di non avere più la minima idea di dove si trovasse la pista… e nemmeno di dove si trovasse lui stesso!

“Ma porca…”

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LO STREGONE DI BOSCO TETRO

ottobre 23, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Sul sentiero che portava dal villaggio di Bellagioia, che aveva trovato nei pressi della cascata di Gorgoverde, alla pista principale per Biancacava, Mario procedeva sempre con l’arco in mano e una freccia incoccata, sperando di mettere le mani su qualche animale per riempirsi lo stomaco. Aveva sempre fame, anche se qualcosina ogni tanto riusciva a met

ter sotto i denti, sia che fosse un piccolo animale che coglieva con una freccia sia che si trattasse di frutti di bosco che si fermava a raccogliere, quando ne trovava. Quel giorno si era trovato davanti sul sentiero una bella lepre. Una preda ambita. Per lo meno, ambita da lui. Per fortuna aveva avuto i riflessi pronti e la sua freccia aveva trafitto l’animale a metà di un balzo. La lepre era caduta e lui le era stato subito addosso. La freccia passava quel piccolo corpo snello da parte a parte: la preda non gli poteva più scappare. Mario non poté evitare di incrociare lo sguardo terrorizzato dell’animale, e una fitta di dispiacere lo colse. Ma la fame era troppa, e comunque ormai era fatta.

“Mi dispiace, bella, o io o te.” mormorò, poi le spezzò il collo. Anche se avrebbe voluto fermarsi a mangiarla subito si costrinse a legare la sua preda allo zaino e proseguire. Non riuscì a prendere altro. Al contrario, perse una freccia quando tentò di tirare a un uccello su un ramo, forse una quaglia. Cercò quella dannata freccia in lungo e in largo, ma chissà in mezzo a quale cespuglio poteva essere finita. Alla fine dovette rassegnarsi a riprendere il cammino. Man mano che avanzava la foresta diventava sempre più fitta e il verde si faceva sempre più scuro, la luce che riusciva a filtrare tra le fronde, già di per sé calante per l’avanzare del meriggio, divenne sempre più scarsa. Era quasi il tramonto quando si concesse di fermarsi. Raccolse e tagliò un po’ di legna per il fuoco, che dopo qualche tentativo riuscì ad accendere con l’acciarino. Poi si mise a scuoiare la lepre. Dopo aver eseguito i pochi tagli necessari strappò la pelle, che venne via quasi intera. Era stato un fattore a insegnargli a farlo, quando era in campagna dai suoi genitori. Al tempo aveva trovato la cosa piuttosto disgustosa, a dire la verità, ma l’uomo aveva insistito e lui aveva eseguito quell’operazione diverse volte, fino a diventare abbastanza abile da poter dire di aver imparato. Solo allora il fattore lo aveva lasciato in pace. Adesso, tuttavia, gli tornava utile.

Tagliò la testa alla lepre con un paio di colpi di accetta: gli dava fastidio cuocerla mentre pareva ancora guardarlo con quegli occhi ormai spenti.

Pulì un rametto e ci infilò la lepre, che ora era nuda come un verme. Poi fece la punta a un’estremità del ramo e lo piantò profondamente nel terreno, lasciando la sua cena a pendere a una certa distanza sopra il fuoco.

Ben presto la lepre iniziò a sfrigolare e a emanare un profumo succulento, che gli fece subito venire l’acquolina in bocca. Santi Dei, da quanto tempo non mangiava sul serio? Quasi non se lo ricordava più. Avrebbe addentato volentieri quella carne ancora mezzo cruda, ma riuscì a rimanere abbastanza civilizzato da aspettare che fosse cotta a puntino.

A quel punto però ci si gettò sopra e non si fermò fino a quando, oltre a spolpare tutto il divorabile, non ebbe succhiato anche il midollo delle ossa.

Poi si appoggiò con la schiena a un tronco, si buttò la coperta sulle gambe e rimase tutto soddisfatto a fissare la danza delle fiamme. All’indomani, pensò con un sorriso idiota stampato in viso, avrebbe di certo trovato un’altra preda. Aveva tutto il giorno per farlo, durante la strada: di certo qualche animale gli sarebbe passato non troppo lontano, e lui non se lo sarebbe lasciato sfuggire. La pancia piena e il tepore del fuoco iniziarono a poco a poco a fargli pesare le palpebre.

Non si sdraiò del tutto ma rimase a sonnecchiare così, mezzo seduto.

Ebbe l’impressione di aprire gli occhi e che ci fosse una figura accoccolata dall’altra parte del fuoco da campo. Non gli era chiaro se si trattasse di un uomo o un animale… sì doveva essere un uomo, ma era peloso come una bestia. O forse era vestito di pellicce. O forse, semplicemente, tutto non era altro che un sogno. Sì, ma certo, doveva trattarsi di un sogno: da dove poteva saltar fuori, sennò, uno strano personaggio del genere, lì in mezzo al bosco? Gli sembrò, nel dormiveglia, che l’uomo si avvicinasse a lui, girando stretto attorno al fuoco con movimenti fluidi e lenti, come se si muovesse in una specie di melassa.

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IL PONTE E LA SCALA

marzo 30, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

“Saranno almeno trecento passi, forse di più. Una caduta in verticale bella lunga, non credi?”

Mario si trasse indietro dallo strapiombo e il Griso sogghignò.

“Lascialo stare, Griso! Lui fa la discesa per la prima volta, tu invece l’avrai già affrontata in trenta viaggi.” disse Piero.

“Trentadue.” puntualizzò il Griso.

“Vuoi che racconti come te la sei fatta nelle brache la prima volta?”

Il bravo lanciò uno sguardo di fuoco a Piero. Ma il mercante era il suo padrone. Così, nonostante il cattivo latte che doveva aver succhiato da sua madre, il bravo si morse la lingua e se ne stette zitto. Alberto, il vecchio capo mulattiere, rise di gusto.

“Anch’io mi ricordo!”

“Fottiti, Alberto! A te posso dirlo.”

Il bravaccio era risentito perché quei due gli avevano rovinato il gioco.

Mario, dal canto suo, era pronto a difendersi da solo e non fu grato più di tanto dell’aiuto che gli era venuto dal suo capo.

La carovana di muli di Piero Briganti stava affacciata proprio sul bordo settentrionale dell’Altopiano Centrale. Quelle che vedevano laggiù in basso, invece, erano le terre del Ducato di Campofiorito. Pareva quasi di vederle disegnate su una mappa, da lì, mentre il vento soffiava tra i capelli di quelli che si avvicinavano al precipizio.

“Uh, senti come ulula!” commentò a voce alta uno dei mulattieri più giovani.

“Fa sempre così, qui, sempre. Non smette mai. E’ l’aria che viene da sotto e quando urta il fianco dell’Altopiano viene su gridando e prende velocità. Senti come tira: pare quasi che se uno si tirasse di sotto potrebbe andare in su invece che cadere, da quanto è forte. Questa parte del tragitto ti fa cacare sotto ma è uno spettacolo.” Alberto sorrideva, sornione.

Mario deglutì, ma poi cercò di mostrarsi all’altezza.

“E noi da dove passiamo, per scendere? O dobbiamo davvero buttarci e il vento ci depositerà di sotto senza farci alcun danno?”

Alberto gli fece un occhiolino: “Sì, magari. A dire la verità c’è una vecchia leggenda…”

Piero, il mercante che pagava il soldo di tutti, lo zittì:

“E basta con tutte le tue leggende, vecchio. Non c’è tempo adesso, sennò facciamo notte a metà della scalinata e siamo fritti.”

Fu la volta del carrettiere di abbozzare.

“D’accordo, hai ragione Piero. Te la racconto un’altra volta, Mario. Magari stasera, quando saremo giù.”

Poi Piero si rivolse a Mario:

“Comunque da qui non si vede ma c’è un passaggio, anche se non è certo agevole. Vedrai. Dobbiamo proseguire mezzo miglio verso Est. Andiamo.”

“Vedrai.” gli ripeté il Griso all’orecchio mentre gli passava accanto.

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FREYA – PRESAGI DI SVENTURA

novembre 13, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

di

Caterina Franciosi

Freya sollevò il capo, sfidando la brezza fredda che conosceva fin troppo bene, e sorrise. Si avvicinò al parapetto della nave-drago e serrò le mani attorno al legno, vecchio ma ancora fermo e robusto.

Era a casa.

Riconobbe ogni angolo del fiordo, con le pietre che parevano essere state intagliate dal dio Thorr in persona, e poi, più oltre, il punto di attracco e il villaggio. Si sporse appena, inspirando l’aria che già sapeva un poco di neve, e ammirò i flutti che si infrangevano contro i fianchi dell’imbarcazione.

«Impaziente di rientrare?»

Freya si voltò. Suo padre, il massiccio Re Thorstein di Snorrisheim, era dietro di lei, le braccia incrociate sul petto.

«È stato un viaggio più lungo del solito» rispose Freya, lasciando che il vento dispettoso le si infilasse sotto i baveri del mantello e giocasse con le ciocche dei suoi capelli.

«Ma anche molto più redditizio» replicò Thorstein, esplodendo in una risata soddisfatta.

Freya non poté fare a meno di annuire. Suo padre non aveva torto: grazie a quel viaggio, alle loro ultime razzie, il villaggio avrebbe potuto affrontare l’inverno senza problemi e senza preoccupazioni. Erano stati fortunati: le terre Dosthan e quelle delle Isole delle Brine si erano rivelate più ricche degli anni precedenti e loro, i figli dei Popoli del Mare, erano riusciti a stivare più di quanto avessero mai fatto in seguito a qualsiasi altra incursione.

Razziatori, li chiamavano.

Ladri e assassini erano gli appellativi più frequenti con i quali venivano riconosciuti.

Eppure nessuno eccetto loro aveva sperimentato sulla propria pelle cosa volesse dire vivere a Nord delle terre conosciute, dove le estati erano magnanime ma sempre troppo brevi rispetto ai gelidi inverni, dove la morsa del ghiaccio si stringeva impietosa ovunque e non esitava a gettare nel regno dei morti chiunque non fosse abbastanza forte da resistergli.

«Questa sera ringrazieremo gli Dei per la loro benevolenza e per essere stati al nostro fianco in ogni battaglia» continuò Thorstein vedendo che la figlia continuava a rimanere assorta nella contemplazione del fiordo. «Faremo scorrere coppe di idromele in onore di Odhinn e innalzeremo preghiere per la sua generosità, affinché abbia cura dei nostri compagni caduti.»

«Il Valhalla li avrà certamente accolti» annuì Freya.

«Senza dubbio!»

Thorstein coprì la spalla della figlia con la mano e la strinse, poi si allontanò per tornare a parlare con i suoi uomini. Tutti avevano lo stesso sguardo esultante negli occhi. Freya gioì del loro entusiasmo poiché era lo stesso che provava nel proprio cuore, unito al desiderio di rivedere i cari che erano rimasti ad attenderla al villaggio. Eppure… Freya tornò a fissare il mare che tanto amava e ben conosceva. Qualcosa si celava nel profondo del suo animo, una strana sensazione di attesa che le si era insinuata dentro non appena i fiordi di Snorrisheim avevano cominciato a prendere forma in lontananza. Non avrebbe saputo descriverla, tuttavia sentiva che non era piacevole. L’agitava, la rendeva vagamente inquieta, come se, in qualche modo, la stesse avvisando di stare pronta per l’arrivo di qualcuno o qualcosa di inaspettato. Ma lei avrebbe saputo come gestire ogni pericolo: suo padre le permetteva di maneggiare le armi fin da quando era bambina e, non appena i tempi erano stati maturi, le aveva anche concesso di seguirlo nei viaggi per mare con gli altri uomini. Nessuno aveva osato contestare il volere del Re, soprattutto dopo aver visto la giovanissima Principessa in azione sui campi di battaglia: ferro e sangue erano stati fin da subito i suoi alleati più fidati. Avevano intimorito i nemici e le avevano fatto guadagnare il rispetto incondizionato degli uomini di suo padre.

Tutti, dal primo all’ultimo, nessuno escluso.

E lei era stata consacrata al rango di skjaldmær senza esitazione alcuna.

Dunque, chiunque fosse stato così pazzo e sconsiderato da mettersi sulla sua strada avrebbe trovato la giusta punizione.

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Una parodia balneare “Per la Corona d’Acciaio”

agosto 15, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

In questo giorno in cui ancora oggi come ogni 15 agosto si celebra il compleanno del primo Imperatore Mitoien… pardon, Imperatore romano Augusto, abbiamo il piacere di proporre ai nostri lettori la seconda incursione di un amico scrittore nella nostra saga.

Se Caterina Franciosi ci aveva permesso di dissipare qualche ombra sull’adolescenza dell’assassina Luce Selenides in “Fiat Lux”, questa volta è lo scrittore e istruttore di scherma storica Jari Lanzoni a entrare a gamba tesa (come in una partita di calcetto sulla sabbia!) nel mondo di “Per la Corona d’Acciaio”.

Si tratta di un’affettuosa parodia, un sogno comico di un giorno di mezza estate.

Siamo particolarmente lieti di annunciare quindi la prima parodia del mondo dei Maravoy e di Malia. Attenzione però: è una lettura riservata a chi già ha letto il romanzo… e non solo perché  una parodia non avrebbe senso se non avete ancora letto ciò che si vuole parodiare, ma anche in quanto prendendo di mira personaggi, fazioni e intrighi che appaiono anche molto avanti nella narrazione vi si trovano parecchi spoiler! Quindi se dovete ancora iniziare “Per la Corona d’Acciaio” o  lo state leggendo e non lo avete finito fermatevi qui. Ribadiamo per i più sbadati:

ATTENZIONE – ALLARME SPOILER: CHI NON HA TERMINATO LA LETTURA DI “PER LA CORONA D’ACCIAIO” NON ARDISCA ATTRAVERSARE QUESTA SOGLIA!

Per gli altri invece, per coloro che già portano con sé sottobraccio una copia del libro macchiata  di crema solare al cocco, si spalanchino le porte del Bagno 32 “Da Maravoy” sulla rinomata spiaggia di Alesia! Elelai! Anzi… hip hip hurrà! Andiamo a scoprire “Cosa accade quando si legge Per la Corona d’Acciaio in tre giorni, mentre si è in un camping assediato dagli animatori”…

 

 

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L’ORDA DEL RE DELLA NOTTE

maggio 23, 2019 by Marco Rubboli 1 commento

di Marco Rubboli

LE CRONACHE DEI PRETORIANI NERI

VOLUMEN I

“Dopo la vittoria di Teutoburgo l’espansione dell’Impero non ebbe più limiti: con Germanico e gli Imperatori successivi il “limes” raggiunse gradualmente i monti Urali. Usammo poi i cavalieri germani per conquistare il regno dei Parti e ci spingemmo fino all’Arabia Felix e a Sud dell’Egitto. La guerra più dura che dovemmo affrontare tuttavia venne dall’interno: ai tempi dell’Insurrezione le Tenebre si sollevarono e reclamarono il dominio del mondo. I figli delle Tenebre non prevalsero, ma il prezzo da pagare fu alto. Oggi l’Impero si estende dall’India all’Hibernia, dagli altopiani d’Etiopia fino ai fiordi dell’Ultima Thule, però oltre i confini della sacra Italia il potere dell’Imperatore è limitato. A Lui restano poche armi per influenzare i Re che governano in suo nome: il denaro delle decime, le parole alate del Culto Imperiale, le coorti dei Pretoriani Aurei pronte a soccorrere i Regni minacciati. E noi, i Pretoriani Neri. Noi siamo l’Inquisizione, la mano sinistra dell’Imperatore, la lama nascosta degli Dei, la sentinella all’erta nel buio. Siamo i guardiani dei cancelli degli Inferi.”

Aurelius, XI Console Nero.

 

Vallo di Adriano, Regno di Britannia, Impero Romano

Anno 2243 ad Urbe Condita

Il drago nero atterrò sulla sommità della torre più alta. Il vento sollevato dalle grandi ali funeree mi costrinse a stringere gli occhi. Il possente animale poggiò le zampe a terra e il Legato si lasciò scivolare giù lungo il collo gigante della bestia. Mi sorrise mentre mi raggiungeva, rughe attorno agli occhi chiari.

“Benvenuto a Caer Flammarum, Legato.” gli dissi, porgendogli la destra.

“Non credevo che ci rivedessimo così presto, Lucrezio.” mi rispose “Dopo l’ultima avventura speravo di essermi liberato di te e dei tuoi compari, almeno per un po’.”

Scherzava, naturalmente. Musonio Rufo era quasi un secondo padre ormai per me.

Gli risposi a tono, strizzandogli un occhio.

“Il sentimento è reciproco, Legato.”

“Dimmi: com’è la situazione?”

“Dire critica sarebbe un eufemismo, Signore. Disperata forse sarebbe più adeguato.”

L’alto ufficiale dell’Inquisizione ignorò miei compagni, schierati a qualche distanza, e si voltò verso le altre personalità che lo attendevano sulla torre.

C’era il comandante della fortezza e gli ufficiali dei pochi contingenti che era stato possibile radunare in tutta fretta per la difesa.

E poi c’era lei, la Regina spodestata di Caledonia, una matura bellezza locale dalla lunga chioma nera a striature bianche, lo sguardo deciso e la mascella serrata. Aggrappato alle sue vesti, lo spaesato erede al trono di quelle terre gelide e inospitali. Un bambino qualunque, dallo sguardo tenero e spaventato. In pochi giorni aveva perso il padre, la corona e quasi la vita. Tutto per colpa di suo zio, il Re della Notte. Che nome pretenzioso, quasi ridicolo! Più adatto a un istrione dedito alla vita notturna che a un pericoloso necromante.

L’orda con la quale costui stava per spazzarci via tutti, d’altro canto, non era per niente ridicola né divertente. Non odio i non-morti camminatori quanto i vampiri – e di sicuro non come i bambini vampiro – ma per gli Dei se non ne avete mai incontrati non potete sapere quanto sia spiacevole combatterli. Puzzano come la morte (letteralmente) e per abbatterli bisogna spaccare loro il cranio. Quindi sperate di non trovarvi davanti un camminatore che sia stato rianimato quando indossava un elmo bello robusto, perché vi assicuro che è una situazione davvero difficile. Lo dico per esperienza.

Il Legato salutò la Regina e la rassicurò: l’Imperatore non avrebbe mai riconosciuto come legittimo Re il fratello di suo marito. Rianimando quell’esercito di morti l’usurpatore si era legato da solo mani e piedi e si era consegnato all’Inquisizione. Belle parole. L’unico problema era che il Re della Notte non era nelle nostre mani, ma era lui che stava venendo a prenderci, alla testa di migliaia di schiavi puzzolenti e quasi invulnerabili.

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