I RACCONTI DI MALIA

Parte Terza

Parte Terza

L’ultimo giorno il torneo non si svolgeva sulla piana fuori le mura come le fasi iniziali, ma nell’antico Teatro della città che si ergeva a metà strada fra il paese e l’Acropoli, scavato nel fianco della collina rocciosa di Ertapietra. Mi avevano riferito che il Teatro risaliva agli antichi Isolani che avevano colonizzato Tiria molto secoli or sono. Lo usavano per mettere in scena le loro tragedie. Poi con i Mitoien le gradinate più basse erano state rimosse e il Teatro era stato adibito anche ai giochi gladiatori e alle venazioni di belve feroci.

Galeazzo e io ci eravamo accodati ai Gallessani, così risalimmo le ripide vie della cittadella e ci arrampicammo sul sentiero sassoso che conduceva al Teatro, sempre seguendo la tetra testa di lupo in campo rosso dei Maravoy. Dietro di noi avanzavano gli alfieri dei Campofiorito, drappeggiati nelle loro vesti e bandiere bianche e rosse.

Poi mentre i contendenti entravano dalla porta principale che dava sulla scena con i loro paggi e scudieri, noi e tutti gli altri accompagnatori salimmo gli scalini sulla destra e prendemmo posto sulle gradinate.

Le enormi colonne della scena da lassù parevano svelte e snelle; fra l’una e l’altra si intravedeva il mare d’un blu scurissimo. Là galleggiavano alla rada le galee dei nobili convenuti, circondate dalle barche dei pescatori quasi come imponenti cigni attorno a cui si accalchino degli anatroccoli. Dall’altro lato si poteva ammirare l’alto vulcano innevato che si innalzava a non troppa distanza, e che alcuni dei signori presenti al torneo avevano visitato a cavallo nei giorni precedenti la disfida, accompagnando le loro dame.

“Si dice in giro” mi informò Galeazzo “che in quell’occasione Lyonel Maravoy abbia potuto parlare a lungo con Demetra di Mykenes, e che sia lì che è scattato qualcosa fra i due. Qualcosa che però, a quanto pare, il padre della damigella Isolana non approva del tutto. Lyonel è un magnifico signore, un ottimo partito anche per una Principessa delle Isole. Però fra gli Isolani la distinzione fra nobili e popolani è molto più sfumata che da noi, figurarsi in confronto a quegli altezzosi Gallessani. Forse l’Autarca teme che la figlia possa essere considerata di rango inferiore dai nobilastri di Gallesse, e quindi disprezzata.”

Lo spazio disponibile per i cavalieri in lizza non era tanto vasto quanto nella piana, quindi avrebbero dovuto partire subito lanciati alla massima velocità: non c’era tempo per accelerare gradualmente, né per rimediare a un errore.

Per primo gareggiò Lyonel Maravoy contro un Principe Isolano: il figlio dell’Autocrate di Zakinthos. Si colpirono a vicenda sullo scudo, spezzando entrambe le lance, ma nessuno dei due cadde. Allora sguainarono le spade e presero a tempestarsi di colpi girandosi intorno. Ognuno tentava di mettersi in posizione di vantaggio, cercando il lato sinistro dell’avversario. Gli zoccoli dei destrieri tormentavano l’arena del campo, gli scudi si riempivano di ammaccature. A un certo punto Lyonel colpì l’Isolano al petto con lo scudo, precipitandolo giù di sella. Cavallerescamente l’Erede di Castelbrun scese anche lui, attese che l’altro si alzasse e si affrontarono a piedi. La lotta non fu breve: entrambi erano giovani, abili e forti, e nessuno voleva cedere. Ma, preso dalla foga, il nobile di Zakinthos scoprì la mano tirando un mandritto. Maravoy fece scattare la sua lama, e gli inchiodò il palmo della destra. L’Isolano lasciò cadere la spada e alzò le braccia in segno di resa. Lyonel rinfoderò la sua lama e fu il primo a soccorrerlo. Non c’era sangue, ma l’Isolano faceva fatica a chiudere le dita per il dolore della botta. Prima che il ferito fosse portato via il Gallessano andò ad abbracciarlo. Nessun rancore, erano entrambi gentiluomini e ognuno aveva potuto avere un assaggio del valore dell’altro.

Ancora una volta Lyonel prima di lasciare il campo camminò fino alla zona dove stavano i signori di Mykenes e rese omaggio alla damigella del suo cuore.

“Bello!” disse Galeazzo, quasi stendendosi sul marmo del sedile “Hai visto che ha imitato quello che hai fatto tu prima a Claudi? Sarà un ottimo allievo.”

“Io non ho tirato una punta, ma un colpo di filo falso.” puntualizzai.

“Bah, cambia poco, l’azione era quella.” rispose il mio amico con un gesto come a scacciare delle mosche fastidiose.

Fu la volta di altri combattenti, e poi toccò a Claudi de Naute-riu.

“Se vince, poi dovrà combattere col suo signore.” osservò Galeazzo.

Alzai un sopracciglio.

“Davvero? Non mi sembra una bella cosa. Non potevano smistarli in modo diverso?”

Lui fece spallucce.

“La scelta degli scontri è casuale: un sacerdote estrae a caso le sorti di ognuno.”

“I sacerdoti sono dei vecchi marpioni abili di occhio e di mano, e per lo più corrotti.” risposi, insinuando un dubbio sulla correttezza della scelta. Ne sapevo qualcosa, io, dei trucchi di Stregoni e sacerdoti.

Claudi, che affrontava un cavaliere di Tiria venuto da Scoglioaspro, lo gettò subito a terra con la lancia come aveva fatto in precedenza con il povero Marco Sarti. Quello in qualche modo si rialzò, ma era parecchio malconcio. Claudi saltò giù di sella e diede mano alla spada. Il suo avversario zoppicava visibilmente e stava curvo. Il Gallessano gli si avvicinò tenendo le armi basse, e si scambiarono qualche parola. Conoscendolo, il Barone di Naute-riu doveva avergli chiesto se davvero se la sentiva di proseguire, immaginai. L’uomo però gesticolò e si mise in guardia come le sue condizioni gli consentivano. Dopo qualche scambio di colpi Claudi gli impegnò la spada con la propria e gli rifilò un calcio nel ventre, mandandolo lungo disteso per terra. Poi gli mise un piede sulla spada e gli puntò la lama alla gola. Il malcapitato non poté che arrendersi. Aveva dimostrato coraggio, più di così non poteva fare. Claudi gli porse una mano e lo aiutò ad alzarsi. Il pubblico applaudì, compreso il signore del posto.

Seguirono altri scontri. Il sole scottava e perle di sudore colavano lungo la pelle degli spettatori. Richiamai l’attenzione di un venditore ambulante e mi procurai vino e acqua per allungarlo, per me e per Galeazzo. Certo non era il caso di berlo schietto, con quel caldo, ma dovevamo mandar giù qualcosa di liquido o ci saremmo presi un’insolazione.

Finalmente si arrivò allo scontro fra i due combattenti di Castelbrun. Oltre a Lyonel e Claudi erano ancora in lizza un Patrizio di Amasia e il Duca di Campofiorito, che si sarebbero affrontati fra loro subito dopo.

“Se il giovane Barone di Naute-riu fa un altro miracolo con la lancia come quelli a cui abbiamo assistito finora il suo signore si ritroverà col culo per terra, te lo dico io. Vuoi scommettere qualche moneta con me?”

Io mi concessi una smorfia poco convinta.

“Sono d’accordo, ma se si arriva alle spade vincerà Lyonel. Claudi è bravo ma oltre a dover perfezionare la tecnica gli manca la malizia dell’età.”

“Finora non ci è arrivato nessuno con lui, alle spade. Non in condizioni di battersi seriamente, per lo meno.”

“Vedremo.”

I cavalieri si salutarono, spronarono i loro cavalli e si lanciarono l’uno contro l’altro. Potevo immaginare i loro sentimenti contrastanti, le loro sensazioni, potevo quasi vedere attraverso le visiere dei loro elmi, sentire il loro respiro metallico. Provai uno strano senso di vertigine. Forse le lezioni dello Stregone… no, doveva essere solo la mia immaginazione. L’Erede di Castelbrun colse il suo giovane vassallo sullo scudo ma venne colpito a sua volta sul petto. Entrambe le lance si spezzarono, Lyonel faticò a restare in sella ma in qualche modo ci riuscì. Claudi estrasse la spada, attese che anche il suo avversario facesse lo stesso e poi gli si lanciò addosso. Rotearono scambiandosi colpi potenti. Chi non li conosceva avrebbe potuto persino pensare che ci fosse dell’astio fra loro. Invece c’erano solo stima e affetto. Si conoscevano bene, e ognuno dei due si sarebbe offeso se l’altro non avesse dato tutto se stesso in combattimento. Lyonel riuscì a cogliere Claudi con un potente mandritto in testa. Il cavaliere diciassettenne rimase rintronato per un istante e il suo signore ne approfittò per avvolgergli il braccio destro attorno al collo e tirarlo giù di sella. Claudi atterrò di pancia. Si rialzò. Al contempo anche Lyonel era saltato giù dal proprio destriero. Si affrontarono a piedi con spada e scudo. Claudi balzò addosso all’Erede di Casa Maravoy e finirono a spingere scudo contro scudo. Lyonel portò indietro il piede sinistro, cedendo di punto in bianco. Claudi si sbilanciò in avanti, allora lui passò verso destra e lo colpì alla schiena mentre ancora cercava di recuperare l’equilibrio. Il giovane cavaliere ruggì, si girò e gli fu di nuovo addosso. Lyonel gli bloccò la spada, lo spinse indietro e gli fece uno sgambetto, ma il Barone di Naute-riu levò la gamba e si mantenne in piedi. A quel punto fu lui ad attaccare, e Lyonel fu costretto sulla difensiva. Quando però Claudi sferrò una punta troppo decisa, il signore di Castelbrun parò con lo scudo verso la propria sinistra, roteò il braccio armato sopra la testa e lo colpì con violenza sull’elmo. Poi gli saltò addosso, lo spinse mentre gli toglieva l’appoggio dei piedi agendo con le gambe e caddero entrambi: Claudi sotto, di spalle, e Lyonel addosso a lui. Maravoy gli strisciò sopra, gli bloccò le braccia con le ginocchia, alzò la spada e con la sinistra gli sollevò la visiera. Si bloccò così, somigliante a Giove quando sta per lanciare una folgore.

Il giovane Claudi trattenne il respiro, poi scoppiò a ridere:

“Bene, che potrei fare ancora? Mi arrendo a voi, mio signore!”

Lyonel alzò anche lui la visiera e gli sorrise, lo lasciò libero e lo aiutò a rialzarsi, fra gli applausi. Era stato un bello spettacolo, dovevo ammetterlo. Roba che senza indossare un’armatura non avrei fatto mai al mondo, ma ugualmente un bello spettacolo.

Nell’altro scontro fu un tale Traiano Onesti, un Patrizio della città di Amasia, a prevalere sul Duca di Campofiorito. A fatica riuscì ad aggiudicarsi la vittoria combattendo a piedi con la spada. Il Duca da parte sua ne uscì un po’ ammaccato ma senza gravi danni. Si era così giunti alla sfida finale, che avrebbe decretato il vincitore assoluto del torneo.

Durante la pausa mi guardai intorno. Lo Stregone era là, a non più di venti passi da me, con la sua lunga barba color del legno antico e il cappuccio in testa. Se non voleva farsi notare aveva sbagliato tutto: con quel sole spaccapietre c’era molta gente che portava il cappello, magari di paglia all’uso antico, ma con il cappuccio tirato fin sulla testa c’era solo lui. Vide che lo fissavo e mi rivolse un segno di saluto appena accennato e un’occhiata complice. Ma vai in malora, vai…

Ormai si era fatta l’ora sesta, cioè mezzogiorno. Galeazzo comprò per entrambi della focaccia e del prosciutto, che mandammo giù con quel che restava del vino che avevo acquistato prima. Non eravamo certo gli unici fra il pubblico ad approfittare di quel tempo morto per spezzare il digiuno, e gli araldi che avevano organizzato il torneo per conto del Duca lo sapevano bene.

Lasciarono quindi passare del tempo prima che le chiarine suonassero per richiamare alla tenzone gli ultimi due campioni. Sia Lyonel Maravoy che Traiano Onesti si presentarono già in armatura e con l’elmo in testa ma con la visiera alzata, conducendo per le briglie i loro destrieri. Il Duca stesso scese a incontrarli, e volle stringere la mano a entrambi. A quel punto entrarono damigelle e paggetti che conducevano i premi in palio: sette pertiche di lunghezza di seta verde e sette pertiche di seta nera, i colori del Ducato. Poi una corona che ne riproduceva una di foglie d’alloro come quelle donate ai campioni antichi, ma tutta in oro. Infine un diadema d’oro bianco con incastonati alcuni smeraldi scavati nelle miniere di Grottapuledro, nelle terre di Selenia. Sulla parte posteriore del diadema il Duca indicò una piccola figura colorata a smalto: era il blasone di Ertapietra, un Cerbero nero a tre teste in campo verde.

“Ma” annunciò il Feudatario a gran voce “non è certo per questi pochi beni materiali che i nostri campioni si sono sfidati fino ad ora, e che si sfideranno adesso ancora una volta davanti ai vostri occhi, bensì per la gloria! E’ il desiderio per la gloria a spingerli a compiere imprese immortali, che verranno iscritte a lettere d’oro negli annali del valore. I loro nomi saranno ricordati dalle generazioni a venire. E’ mio privilegio e mio onore dare campo franco a questa contesa fraterna e donare al più valoroso un guiderdone consono ad ornare le sue imprese d’oro e d’oggetti preziosi terreni, così come fecero i miei padri prima di me. Ma ora mi taccio, e vi lascio alle azioni che il braccio e il cuore di questi prodi potranno compiere. In onore della Dea! Per Flora!”

La folla esplose in un grido di acclamazione, molti spettatori si alzarono e gettarono fiori.

I due sfidanti si portarono ai lati della scena e montarono a cavallo, assistiti dai rispettivi scudieri.

Abbassarono le visiere e parvero quasi pietrificarsi in attesa del segnale convenuto. Tutti trattennero il respiro. Notai che la giovane Demetra di Mikenes artigliava il braccio della madre. La matura dama Isolana la guardava con tenerezza, mentre il padre faceva finta di niente e teneva gli occhi fissi sul dramma che si svolgeva nell’arena. Laggiù per lunghe ere avevano recitato i migliori attori del mondo che fu e sparso sangue i più grandi gladiatori. Oggi vi si sfidavano i migliori cavalieri del mondo. Forse l’Autarca Isolano si augurava in cuor suo che trionfasse il Patrizio di Amasia, e gettasse nella polvere quello spasimante così impegnativo e pericoloso. Anche in quel caso, riflettei, non sarebbe cambiato un granché. Di certo la giovane Demetra non si sarebbe schifata del suo pretendente perché era arrivato solo secondo in un torneo dove gareggiavano molte decine di cavalieri. Nè Lyonel sarebbe stato così umiliato da non osare più avvicinarla. Ma se avesse vinto, invece, e fosse diventato l’eroe della giornata, allora come avrebbe potuto l’Autarca negargli la mano della figlia?

Il grido delle chiarine pose fine a quei pensieri, subito seguito dal galoppo frenetico dei destrieri.

Ora tutto si sarebbe deciso, in un attimo fatale.

Si colpirono a vicenda al petto, sopra lo scudo. Maravoy fu sbalzato via e fece una sorta di capriola all’indietro prima di cadere pesantemente al suolo. Per un attimo un brivido mi corse lungo la schiena. Così Lyonel poteva rompersi l’osso del collo… e io restare senza ingaggio. Anche Onesti era rovinato nella polvere, ma i miei occhi erano fissi sul campione Gallessano, orribilmente immobile. No, per gli Dei, si era mosso, era vivo! Doveva aver perso i sensi per un istante. Per fortuna si scosse e si rialzò, sguainando la spada. Gettò invece via lo scudo con la testa di lupo, perchè la cinghia dell’imbracciatura si era spezzata. Sospirai di sollievo, mentre Galeazzo si faceva una risatina.

“Salvo! E anche il tuo soldo dovrebbe esserlo.”

“Eh, vecchio mio, sai com’è…”

Non potei reprimere un sorriso alla vista di Demetra di Mykenes che saltellava sul posto ridendo, con gli occhi pieni di lacrime.

“Paura, vero ragazzina? Il bel Gallessano non ti è per niente indifferente, mi pare proprio di capire.” pensai. Era una scena molto tenera.

Nel frattempo il Patrizio di Amasia, che era atterrato in modo meno contundente, non aveva aspettato troppo a prendere il suo brando e precipitarsi sull’Erede di Castelbrun, senza rinunciare allo scudo. Nella foga di non lasciare che Maravoy si riprendesse, Traiano Onesti arrivò addosso al suo avversario in modo troppo impetuoso. Lyonel parò il suo colpo e si fece avanti. Afferrò il bordo sinistro dello scudo del Maliano e lo tirò a sé. Onesti fu costretto a dargli le spalle: era prigioniero del suo stesso scudo. Lyonel lo colpì alla schiena e alla testa, ma quello fidava nella sua buona armatura e non si dava per vinto. Allora Maravoy lo colpì con violenza nella parte scoperta dietro il ginocchio, più volte. Per fortuna del Patrizio la lama non era affilata: in caso contrario gli avrebbe tranciato i tendini rendendolo zoppo a vita. Invece così i lividi sarebbero guariti in fretta. Comunque lo sconfitto andò giù, crollando sulle ginocchia sopra l’arena. Lasciò cadere la spada e alzò il dito indice a chiedere mercede. Era finita.

Fra gli applausi e il rumoreggiare della folla lo sconfitto fu portato via dal suo scudiero e dai paggi. Il Duca di Ertapietra incoronò Lyonel Maravoy di foglie d’alloro dorate, con le sue stesse mani. Poi entrarono sulla scena i paggi e le damigelle portando gli altri premi. Il trionfatore della giornata fece loro segno di seguirlo e andò a porgerli in dono alla damigella del suo cuore. Demetra sorrideva e teneva le braccia ripiegate sul petto in segno di emozione e timidezza, gli occhi lucidi. Suo padre dovette accettare i doni e fare i complimenti al campione, volente o nolente. Almeno un po’, tuttavia, doveva pur covare un po’ d’orgoglio per quel futuro genero così valente e altolocato.

“Ah, vita da nobili!” sospirò Galeazzo.

“Invidioso?” lo sfottei.

“Perché, tu no?”

Alzai le spalle.

“Non so, sono cose che non mi riguardano, il loro è un mondo diverso dal mio. Io so stare a cavallo ma nulla di più. Se mi metto a fare queste pazzie mi rompo l’osso del collo all’istante. E poi le damigelle di rango non fanno per me. Però una cosa te la voglio dire: ammettiamo anche che lo scopo di tutto sia l’onore e non i beni materiali. Però io mi accontenterei di un pezzettino piccolo così di quella corona che Maravoy ha donato alla fanciulla e in questo modo potrei vivere di rendita per il resto della vita. Bah!”

Quel tipaccio del mio amico se la rise di gusto, poi aggiunse:

“Quando tutta la banda dei nobili avrà finito sarà meglio che anche tu vada a congratularti col tuo nuovo signore, no? Mi pare il caso. E’ stato bravo, forse anche troppo bravo per te.”

“Nessuno è troppo bravo per me, se ci troviamo con una spada in mano e i piedi sulla Madre Terra. Nemmeno tu.”

Mi fece uno svogliato gestaccio a cui non volli rispondere. Mi avviai invece con calma giù per le gradinate.

Lyonel era girato di spalle, e aveva di fronte da una parte il Duca di Ertapietra e dall’altra la famiglia dell’Autarca di Mykenes. Parlava con loro, e da lì potevo già vedere il radioso sorriso che Demetra gli riservava. Molte altre persone li circondavano, una folla festante. Tra loro, però, c’era qualcuno che non avrebbe dovuto esserci. Tutto fu molto veloce. Salvatore Ranieri, il ricco mercante disarcionato il giorno prima da Maravoy, era alle sue spalle. Estrasse una daga e la fece calare su di lui. Nessuno poteva fermarlo… tranne Demetra di Mykenes! La giovane Isolana scattò frapponendosi fra l’assassino e la sua preda, e bloccò il colpo con gli avambracci incrociati. Ma Ranieri urlò, la spinse via e lei cadde a terra. Tutti erano paralizzati dalla sorpresa e dal terrore. Demetra però non aveva intenzione di darsi per vinta e si gettò contro le gambe dell’uomo. Salvatore Ranieri barcollò, Lyonel si girò caricando un pugno della mano guantata d’acciaio. Forse non avrebbe fatto in tempo a sferrarlo prima che il suo nemico calasse la lama. Forse. Non si saprà mai, perché fu la mia lama a entrare nella nuca di Ranieri e uscirgli fuori dalla bocca grondante sangue, simile a una seconda, orrida lingua. Si seppe in seguito che anche Ranieri si era proposto a Demetra giorni prima, ricevendone un rifiuto. Vedersi preferire il nobile Gallessano, e venire poi per giunta sconfitto da lui in torneo, lo aveva mandato fuori di testa. Mentre io lasciavo calare a terra il cadavere, Lyonel aiutò Demetra ad alzarsi e le baciò la mano.

“Vi devo la vita, mia signora: tutto quello che ho e che sono, è vostro. E la devo anche a voi, maestro.”

“Ho dato una mano.” ammisi.

“E c’era una buona spada in quella mano, per gli Dei! Dopo questa non potete rifiutarvi di entrare al mio servizio, non lo accetterei.”

Mi permisi un ghigno.

“Più tardi parleremo delle condizioni, allora.”

 

Entrando nella locanda vidi subito che Claudi de Naute-riu sedeva da solo al primo tavolo accanto all’ingresso. Proprio quello dove stavo io la sera prima, quando me ne ero uscito col mio commento sulle sue mancanze come schermitore. Non poteva essere un caso.

Mi accomodai di fronte a lui e il giovane Barone mi versò un bicchiere di vino. Sorrideva come al solito, ma in modo un po’ più sornione.

“Così ti sei unito alla nostra allegra compagnia. Dovremo fare amicizia, non credi, Messer Marsi? E soprattutto devo ringraziarti ancora per aver salvato il nostro signore.”

“Avrei fatto lo stesso per chiunque, e più di me ha fatto Demetra di Mykenes. Sono contento di essere intervenuto in tempo, comunque: Lyonel è un valoroso e non meritava di finire accoltellato alle spalle.”

“La dinastia dei Maravoy non gode di ottima salute, Publio: se Lyonel fosse rimasto ucciso si sarebbe estinta. Il Conte Vengeator non si è mai voluto risposare dopo la morte dell’amata moglie, e così non ha avuto altri figli. Lui poi, a sua volta, non ha fratelli. Sarebbe un vero peccato: la stirpe dei Maravoy di Castelbrun è antica e risale ai tempi dell’Impero Mitoien. ”

Alzai le spalle.

“Non so, non mi intendo di araldica. Però per quanto mi riguarda un giovane innamorato non può morire a metà del corteggiamento.”

Claudi rise.

“E’ giusto. Comunque sia, la nostra Contea ti deve un grosso favore. Dovrai sempre essere lì a guardargli le spalle, ci conto. E sono lieto che sia tu, quello che avremo intorno con una spada in mano pronta a essere sguainata.”

Alzai il bicchiere.

“Bevi alla mia salute, allora, Barone.”

“Con piacere.”

Bevemmo.

Poi gli lanciai uno sguardo obliquo.

“Strano però che tu non abbia disarcionato Lyonel alla giostra d’incontro, con la lancia. E’ l’unico che è riuscito a rimanere in sella quando ti ha affrontato.”

Lui mi guardò con sospetto.

“Cosa intendi dire?”

“Ho visto che con la spada hai tentato di giocartela fino all’ultimo, tutti quanti lo hanno visto. Ma il tuo colpo di lancia invece è stato, come posso dire, il meno preciso fra quelli che hai tirato dall’inizio del torneo. E, vincendo su di te, a Lyonel rimaneva solo un avversario da abbattere per vincere il torneo.”

Claudi si dondolò all’indietro sulla sedia, meditabondo.

Poi si fece avanti, sporgendosi verso di me sopra il tavolo.

Sussurrò:

“Non intendo risponderti. Ma ti dico questo, in confidenza: si dà il caso che io sia giovane, e abbia molti tornei che mi attendono e in cui potrò mostrare il mio valore. Quella vittoria era più importante per lui che per me. Quindi… ho avuto sfortuna, ed è andata bene così.”

“Va bene così anche per me.”

Mi riempì di nuovo il bicchiere.

“E questa conversazione non è mai avvenuta.”

“Quale conversazione?” risposi, serio.

 

La trireme si allontanava dal molo scivolando sulle acque turchesi di Ertapietra. Mi appoggiai alla balaustra a guardare il paesaggio farsi a poco a poco più piccolo e remoto, oltre la scia di spuma bianca che la nave si lasciava dietro. L’alta rupe delle cittadella si stagliava contro il cielo color zaffiro, e si vedevano i templi in cima all’Acropoli. Aguzzando bene la vista si poteva anche intuire la spelonca verdeggiante con la cascata dedicata alla Dea Flora. Noi però adesso si andava a Mykenes, all’inseguimento della bella figlia dell’Autarca. Via, verso nuove terre e nuove avventure, col borsello pieno e la mia fida lama al fianco: cosa può volere di più un uomo mortale?

Ma eccolo lì, quel maledetto. Sul molo era apparsa una figura incappucciata, ciocie dell’Altopiano ai piedi e una lunga barba bruna. Mi fissava. Vederlo mi disturbò non poco. Mi rendevo conto che in fondo ero stato fino a quel momento una pedina del suo gioco misterioso. E lo sarei stato anche in futuro, nonostante ogni sforzo che potessi fare per sottrarmi a quella ragnatela. Anche oltre il mare, nelle Isole, perfino quando avrei seguito il mio signore nella sua lontana Castelbrun. Mi ero legato a Casa Maravoy ma nemmeno ciò avrebbe potuto spezzare del tutto i fili che mi univano all’antico Altopiano di Malia e ai suoi misteri.

Lo Stregone alzò una mano per salutarmi.

In tutta risposta alzai un bel dito medio rivolto verso di lui.

 

 

Se vuoi leggere un altro racconto che riguarda gli Stregoni dell’Altopiano Centrale di Malia:

LO STREGONE DI BOSCO TETRO

 

Oppure puoi approfondire:

Casa Maravoy, di Castelbrun (Gallesse)

Le Isole

Regno di Malia

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