Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
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LA RIVA DELLE SIRTI

marzo 15, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

 

“La riva delle Sirti” è un romanzo di disperata bellezza, un “sogno a occhi aperti” come definito dall’autore stesso, magistralmente scritto da Julien Gracq nel 1951 e narra di eventi che porteranno alla distruzione della Repubblica di Orsenna. Non si tratta di uno spoiler da parte mia: il lettore viene informato quasi subito di questo esito infausto, che lancia un’ombra inquietante su tutto quanto segue. Orsenna è un’antica repubblica la cui capitale omonima sorge sull’acqua, percorsa da infiniti canali, una città di antica gloria immersa in un placido sonno di agiata decadenza. Le sue terre si estendono a Sud fino alla città di Maremma che ricorda tanto la nostra Ravenna, caratterizzata dalle acque paludose e da una splendida basilica intestata a San Vitale, e ancora oltre, nella riva delle Sirti che dà il nome al romanzo: terre aride e salmastre tipicamente adriatiche. Di fronte, il mare, e oltre il mare l’antico nemico: il Farghestan. Tutta la storia di Orsenna è marchiata dallo scontro con il Farghestan: le antiche battaglie navali appese ai muri di ogni dimora della Repubblica non raffigurano altro che la guerra fra le due antiche potenze. Ma, da secoli, ogni contatto è stato interrotto: a Orsenna nessuno conosce molto della situazione attuale del Farghestan.

Aldo, giovane rampollo di una famiglia patrizia, viene inviato di stanza a una base semiabbandonata della marina militare nella riva delle Sirti. Una trappola, un posto dove seppellirsi pigramente senza uno scopo nella vita, rinunciando a ogni ambizione, a suo modo di vedere. In effetti, di una trappola si tratta, ma di un tipo ben diverso da quel che lui crede. Spinto da un’inquietudine degna di Odisseo e da un desiderio quasi dannunziano di dimostrare il proprio valore, Aldo cerca la presenza del nemico della sua patria, ne scopre le mappe in archivi polverosi e abbandonati della base, e durante le sue perlustrazioni il suo sguardo corre oltre la linea dell’orizzonte in cerca dell’ignoto e dell’avventura al di là di esso. Viene istigato in modo molto sottile dall’affascinante Vanessa Aldobrandi, erede della famiglia un tempo più importante di Orsenna il cui capofamiglia in passato per arrivare al potere assoluto era arrivato al punto di levare le armi contro la Repubblica al comando della flotta del Farghestan, ottenendo solo di essere esiliato e maledetto per sempre.

Il richiamo del mare e delle terre al di là di esso non è casuale, ma Aldo scoprirà di essere stato accuratamente prescelto da un potere dagli scopi reconditi, che ha piazzato lui e Vanessa come pedine al posto giusto per raggiungere i propri scopi.

Scritto in uno stile raffinato, estetizzante, questo testo ci mostra un protagonista affascinato dalla bellezza e dall’amore della patria che contribuirà ad abbattere, estatico davanti all’arte della preziosa e decadente città di Orsenna come davanti alla bellezza ieratica di San Vitale a Maremma, dagli antichi palazzi nobiliari come dalla vastità del mare e del cielo, dalle isole sperdute e dagli scogli che trova nelle sue perlustrazioni navali, dalle lande salmastre quasi disabitate delle Sirti, che rimandano a certe rive abruzzesi o al lago di Lesina.

Ma Orsenna finisce con l’essere una metafora non solo e non tanto di un’immaginaria Serenissima o dell’Italia, quanto dell’Europa intera e del suo sonno che la isola da quanto avviene dal resto del mondo e dalle minacce che vi possono albergare. Non c’è scampo da questa amara situazione: ignorarla e nascondere la testa sotto la sabbia porta solo a un domani ancora più fragile, mentre affrontarla può condurci al disastro.

Julien Gracq con questo romanzo si colloca nella tradizione di realtà immaginarie tese fra creazione secondaria e metafora, che alberga nella grande letteratura come un fiume carsico: dallo stesso Gracq ed Ernst Junger (“Sulle scogliere di marmo”) a Buzzati (“Il deserto dei tratari”) fino a Coetzee in “Aspettando i barbari”, tutti testi legati da temi ed atmosfere simili, pure con temi e stili diversi. Forse per questo si tratta di un’opera così misconosciuta in Italia: purtroppo la critica letteraria egemone (oggi un po’ meno, ma comunque egemone) nel nostro paese, mal tollerava testi di questo tipo, cristallizzata nell’idolatria del romanzo “realistico” e “impegnato” (ovvero a mio modo di vedere ipocrita, sia nella ricerca di un’oggettività impossibile sia nel suo intento di propaganda). Jacq stesso era uomo di sinistra, ma in modo ferocemente eretico, tanto da coltivare una profonda amicizia con intellettuali di destra come Ernst Junger e avversare fieramente scrittori del suo stesso bando politico come Sartre, al di là di ogni steccato ideologico.

Adesso la mia copia de “La riva delle Sirti” è passata a mio figlio, che se ne è giustamente appropriato. Per quanto mi riguarda, sono davvero contento di aver contribuito a tramandare un libro come questo: difficile, problematico, di una bellezza tragica piena di tensione verso un’eredità di pienezza che ci appartiene e al tempo stesso inevitabilmente ci sfugge.

 

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Di Guerra, Uomini e Orchi

ottobre 24, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

Quando si combatteva faccia a faccia con una spada in mano, le battaglie e le guerre non erano certo più piacevoli e umane che ai nostri giorni: immaginate orde di gente che si fa a pezzi a vicenda, con armi non dissimili a quei machete con cui ancora di recente ci si è trucidati nelle guerre civili di alcuni paesi africani. In battaglia poi si colpisce alle spalle, ai fianchi, ci si accanisce in due o più contro un avversario isolato: non è come in duello, dove almeno accanto al sangue c’è l’onore.

In “Il ritorno di Beorhtnoth”, poemetto di Tolkien sulla battaglia di Maldon fra Sassoni e Norreni, quando lo stolto cantore Totta, osservando il macello che vede attorno a sé commenta “Un tristo massacro davver questo scontro”, l’indurito veterano Tída risponde “È questa la guerra. Peggior non è oggi, di quelle che canti…”.

La distruzione, la morte e l’orrore caratterizzano la guerra dall’alba dei tempi (perfino gli scimpanzé combattono spietate guerre tribali) fino alla fine della storia, qualunque essa possa essere.

Però fino a che si combatteva a breve distanza con armi da taglio e da botta, ognuno aveva la scelta se calare la mano o no: ogni guerriero poteva scegliere liberamente se graziare o uccidere un prigioniero inerme o, in particolare, i civili della parte avversa. Si poteva decidere consapevolmente, con tutte le conseguenze del caso, se essere Uomini oppure Orchi.

La tecnologia però ha portato a qualcosa di diverso: la possibilità di uccidere e distruggere su vasta scala e a grandi distanze mediante artiglieria, bombe, missili e quant’altro.

Tolkien in una lettera scritta durante la Seconda Guerra Mondiale dice che l’Occidente ha scelto di combattere l’Oscuro Signore usando l’Anello, facendo riferimento alla tecnologia e in particolare all’aviazione militare in cui pure all’epoca combatteva suo figlio. Forse non c’era molta scelta, ma dato che si è usato l’Anello sarà meglio porre sempre molta attenzione all’Ombra che rischia di trasformare il portatore in ciò che ha combattuto. Non a caso perfino il Presidente “Ike” Eisenhower se ne uscì con quella famosa frase in cui dichiarava che, una volta sconfitto il fascismo (e poi il comunismo, possiamo aggiungere oggi), occorreva fare attenzione al “fascismo interno”, e in particolare all’apparato militare-industriale.

Sotto il punto di vista delle stragi di civili, il periodo peggiore è stato proprio il XX secolo, coi suoi bombardamenti a tappeto in cui, magari per distruggere una fabbrica di armi o un’acciaieria, si radeva al suolo un’intera città. In seguito l’uso di armi sempre più precise, chirurgiche e “intelligenti”, in mano a potenze a volte dotate di una certa vergogna davanti alla propria opinione pubblica, ha limitato sempre più – ma non eliminato – i numeri dei “danni collaterali” (in realtà bisogna tenere presente che si tratta sempre di persone reali, con una vita, affetti ecc.).

Purtroppo i civili continuano a morire ancora oggi, sotto missili imprecisi o deviati dalla contraerea, perché si trovano a vivere troppo vicino a obiettivi militari o ancora perché gente senza scrupoli li usa come “scudi umani” e l’altra parte non ha scrupoli sufficienti per rinunciare a infliggere il colpo.

In realtà se guardiamo al passato, anche in tempi remoti c’erano “danni collaterali”: Giuseppe Flavio per esempio nella Guerra Giudaica parla delle terribili macchine da guerra dei Romani, che spargevano il terrore coi loro sibili e rombi ed erano capaci di abbattere interi edifici all’interno delle città assediate con un colpo solo… edifici pieni di civili inermi, naturalmente.

Eppure allora il fenomeno era molto più limitato: in quelle epoche quando un civile moriva di solito era perché qualcuno aveva deciso che così doveva essere e qualcuno aveva calato una spada sul suo capo. Non c’era possibilità di errore, ma tutta intera la macchia cadeva sui colpevoli.

La possibilità di scelta fa una differenza abissale nella responsabilità, nel far ricadere il sangue delle vittime sulla testa degli assassini.

E’ pur vero che chi sferra un colpo a un bersaglio militare pur sopportando la possibilità che periscano anche degli innocenti si assume una responsabilità tremenda, che fa rabbrividire gli Uomini degni di questo nome. E nessuno sa che effetto possa fare un gesto simile agli occhi degli Dei.

Ma c’è di peggio: la guerra può sconvolgere la mente, una spirale di violenza subita e inflitta, la perdita dei compagni, tutto ciò può accecare i soldati facendo sì che sfoghino la loro frustrazione sui civili in un impulso cieco, come si è visto per esempio nei famigerati rastrellamenti dei villaggi nella guerra del Vietnam.

Eppure, ancora non abbiamo toccato, con queste azioni esecrabili e terrificanti, il fondo dell’abisso.

Infatti c’è chi pianifica e decide freddamente, scientemente e in piena consapevolezza di uccidere appositamente vecchi e bambini e madri, non importa per quale “nobile causa” o per quale rancore o a causa di quale presunta oppressione. Questo oggi avviene ancora, più raramente nelle guerre convenzionali (eppure ne abbiamo avuto ancora di recente testimonianze orrifiche, nella pulizia etnica e nell’intento deliberato di terrorizzare la popolazione mediante omicidi di massa), ma più di sovente nel terrorismo, in cui i carnefici ammazzano le loro inermi vittime civili a sangue freddo, in piena consapevolezza, faccia a faccia con pugnali o fucili d’assalto oppure lasciando accanto a loro uno zaino esplosivo.

Se, tornando alle idee di Tolkien (con cui concordo), si ha il diritto di difendersi non solo con la guerra aperta ma anche con la guerriglia contro le forze avversarie, facendo uso di imboscate, travestimenti, tranelli e altre azioni furtive, rivolgere le armi contro i civili invece non è moralmente giustificabile in nessun caso. Questo è un comportamento che non ha remissione, tantomeno se si parla di un’intera, deliberata strategia.

Se, come diceva il Professore, dentro ognuno di noi c’è sempre anche una parte di Orco, di certo chi si macchia di tali delitti rinuncia alla propria umanità e abbraccia per intero l’appartenenza alle schiere dannate degli Orchi.

 

 

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Di cattiva scrittura e cattivi eroi

settembre 5, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
Molti hanno criticato nella serie TV “The Rings of Power”, Prima Stagione, che Galadriel fosse dipinta come una guerriera. Con altre critiche alla serie (che ho recensito puntata per puntata su FB) posso essere d’accordo ma non con questa: Galadriel nei libri di Tolkien è un personaggio alquanto bellicoso, una comandante militare di prima importanza almeno fino a tutta la Seconda Era. I lettori possono approfondire questo aspetto dell’Elfa sui testi del Professore, o nel mio saggio “Guerra nella Terra di Mezzo” in cui si trattano estesamente questi temi. Purtroppo però nella serie quel che si vede non è una grande regina guerriera plurimillenaria nel pieno della sua esperienza e abilità, ma un’adolescente in armatura prepotente e sconsiderata, priva della più elementare diplomazia e di tutte le qualità che Tolkien stimava in un comandante: prudenza, audacia quando serve davvero e non per mettersi in mostra, cura per la vita dei propri soldati (!) ecc. Da parte della produzione si accampano scuse tirando in campo a sproposito l’arco di sviluppo del personaggio, che però dovrebbe essere bello che concluso e da parecchio, in un personaggio che ha già vissuto il paradiso e l’inferno, la disobbedienza agli Dei e la guerra civile fratricida, l’esodo fra i ghiacci, l’assedio posto all’Oscuro Signore, trionfi e sconfitte devastanti, e anche solo in termini di anni di vita trascorsi sulla terra ha l’esperienza di decine di vegliardi umani messi insieme uno dopo l’altro: un nostro ottuagenario in confronto a lei non sarebbe altro che un ingenuo ragazzino!
Qualcuno potrebbe chiedersi da dove venga una deriva così assurda per un personaggio tanto importante. Se avete questo dubbio vi consiglio il video qui sotto, che secondo me spiega molto bene tante cose sulla pessima scrittura di questo e tanti altri personaggi femminili, e sulla buona scrittura invece di altrettante eroine dello schermo, una distinzione che anche il pubblico ha saputo fare.
Due frasi importanti nel video, da ricordare:
– “You are not enough but you still can do great things”: gli eroi non dovrebbero essere in grado di risolvere la situazione da soli, “trovando la loro forza in loro stessi” ossia facendo appello a un potere che hanno già dentro (ma quando mai?), ma attraverso la collaborazione con gli altri, il duro apprendimento tramite l’esercizio dell’umiltà e della volontà, la sofferenza e, almeno nel caso degli eroi di Tolkien, un pizzico di aiuto da parte del grande disegno di Iluvatar.
– “Create characters to tell a story, not to prove a point”. Parlando di Tolkien, il Professore non voleva assolutamente che i suoi scritti venissero presi come allegorie, bensì come “creazione secondaria”, col fine ultimo della sua stessa bellezza. Non è un caso che le sue storie siano ancora così vive. Quindi personaggi “simbolo” non sono compatibili con la sua visione artistica e il suo mondo. In generale, personaggi di questo tipo sono sempre superficiali, poco credibili, poco empatici e poco appassionanti. Sono, appunto, allegorie, e non esseri umani (o elfici) a tutto tondo. Ma non tutti sono saggi come Tolkien, e molti autori ancora pensano di dover impartire al pubblico la lezioncina ideologica. Specialmente se parliamo di idee a loro volta superficiali e poco credibili, come un presunto “girl power”, o un misterioso “self empowerment” che dovrebbe permettere al personaggio di trovare la propria forza interiore e risolvere così ogni situazione, abbattere ogni ostacolo.
A questo punto ho fatto un esame di coscienza sui miei, di personaggi, dalla saga della Corona d’Acciaio ai Pretoriani Neri, e sapete cosa? Non credo di avere nessuno nelle mie pagine, uomini o donne che siano, le cui vittorie siano dovute al “trovare la propria forza interiore”: tutti nonostante le loro capacità hanno debolezze, incertezze, devono sudare e soffrire e sanguinare, e comunque tutti i loro sforzi non basterebbero se non avessero amici e alleati fidati al loro fianco, che non si ottengono “trovando se stessi” e “perseguendo la propria realizzazione” ma proprio al contrario: avendo attenzione per gli altri e ponendosi fini condivisibili dagli altri.
Solo così, nonostante i loro limiti, gli eroi prevalgono e si distinguono da quelli che cercano solo “empowerment” per se stessi, e che potete indovinare chi possano essere.
https://youtu.be/YmWgp4K9XuU
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Di bambole, “empowerment” e umanità

settembre 5, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
Anch’io alla fine ieri ho visto il film “Barbie”. Mi sono divertito parecchio: il mondo rosa fintissimo e plasticoso è realizzato davvero bene, le battute sono spassose, le citazioni gustose, i personaggi simpatici… tranne la figlia della tipa che lavora alla Mattel e le sue amiche, assolutamente odiose. Il personaggio più simpatico invece è di gran lunga quel cretino di Ken. Cretino lo è sempre stato, anche prima di apparire sullo schermo, fin da quando era solo un bambolotto di plastica con un sorriso beota stampato in faccia. Non potrebbe essere diverso, perché è un uomo-accessorio in un mondo femminile ideale, e se Barbie è un’idealizzazione estrema e irreale della donna, sia fisicamente che a livello di vita sociale e realizzazione professionale, Ken invece è la parodia di un uomo. Incarna infatti il tizio che Barbie deve avere accanto da esporre alle feste, o come cavalier servente. A scelta della bambina di turno può essere il fidanzato perfetto e adorante oppure un vero e proprio “servo della gleba” eternamente “friendzonato” come nel film. La sua cifra è il glamour, professione: “spiaggia”. Qualcuno dei miei lettori maschi ha mai giocato con Ken, si è mai identificato con lui? Non credo. I Ken di mia sorella nei nostri giochi facevano la figura del salame proprio come nel film. Il glamour da “ragazzo dorato” da spiaggia non attira per niente i ragazzini veri, che cercano altro, e precisamente cercano azione. Barbie può essere tutto ciò che vuole, quindi può essere anche una donna d’azione, ma l’uomo d’azione non è Ken, è (era) invece Big Jim, che infatti la Mattel proponeva ai maschietti in divisa militare, in tenuta da karate, o come spia-killer in stile James Bond. Nel suo ridicolo tentativo di portare a Barbieland il patriarcato, Ken prova a reinventarsi uomo d’azione, diventandone ovviamente solo una parodia, dato che parodia era e parodia rimane, e la cosa risulta esilarante.
Parentesi seria, andando a guardare al di là della cortina di faceto: l’oppressione matriarcale che si vede all’inizio esercitata sui poveri Ken trova il suo uguale e contrario nel decerebrato patriarcato che Ken tenta di imporre. Ovviamente viene gabbato e battuto (no spoiler, era evidente fin dal primo minuto). Barbie però non pensa mai che ci fosse qualcosa di sbagliato nel suo mondo, ha in mente sempre solo se stessa, chiede scusa a Ken solo tardivamente e molto parzialmente, lasciandolo peraltro nella sua condizione servile e di “homeless”. D’altra parte nemmeno Ken pensa per un solo istante di chiedere giustizia e uguaglianza, ma vuole solo insediarsi come nuovo oppressore. Non a caso Ken alla fine indossa una maglietta rivendicativa con la scritta “I am K-enough”, così come Barbie basta a se stessa.
Si tratta di comportamenti figli della filosofia, o filo-follia, vigente da quelle parti e contraria a quella delle “grandi storie”: un sogno di autorealizzazione egoistica, di empowerment solipsistico. Una ricerca del proprio potere, quando il potere è essenzialmente in se stesso sempre un male (“il Male”, se vogliamo), sebbene a volte sia un male necessario, ed è abbastanza chiaro che tipo di personaggi lo bramino, mentre i personaggi positivi lo vedono piuttosto come un pericoloso e doloroso fardello (vedi per esempio Aragorn in “Il Signore degli Anelli”).
Ma la specie umana, tanto per le donne quanto per gli uomini, è una specie politica, che vive in tribù nelle quali ognuno pensa anche agli altri, ama gli altri, addirittura a volte si sacrifica per gli altri, scende a compromessi cedendo un po’ dei propri sogni per far posto ai sogni degli altri. Le bambine e pure i bambini maschi per fortuna giocano non solo con Barbie e Big Jim, cosa che fanno da molti millenni prima di Barbie come si vede da questa immagine di una Barbie romana, ma qualche volta anche coi bambolotti neonati (io lo facevo piuttosto spesso giocando con mia sorella, magari “difendendoli dai cattivi”).
E nessuno, mai, è “enough” da solo, ma ognuno per vivere ha bisogno degli altri esseri umani mille volte al giorno, se vogliamo guardare in faccia la realtà invece che raccontarci scempiaggini.
Per fortuna, infatti, non esiste Barbieland come non esiste Kendom, e questo nostro mondo così imperfetto è molto migliore di entrambi, a dispetto di tutte le ideologie di plastica.
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I Principi del mare

gennaio 10, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
“I principi del mare” di Andrea Gualchierotti, pubblicato da Edizioni Il Ciliegio vi trascina nel mondo dei poemi epici omerici, seguendo la vicenda del principe Alkas, fratello di uno dei Proci massacrati da Ulisse al suo ritorno a Itaca. La storia di Alkas non è solo piena di avventure, viaggi per mare, intrighi, azione e meraviglie, ma è anche portatrice del sapore di quelle terre ed epoche arcaiche: vi dona il gusto salmastro degli spruzzi d’acqua marina sul volto di marinai diretti verso l’ignoto, sponde selvagge e sconoscute e soprattutto personaggi e vicende degne del mito e della tragedia greca, come l’affascinante regina-strega Calliroe. Questa coprotagonisa in particolare ha la forza oscura, sensuale e dannata di una Medea o una Circe, e sovrasta con la sua nera stregoneria e le sue trame su ogni altro personaggio, Alkas compreso.
Ma parliamo dello stile di scrittura: coerentemente con l’ambientazione spesso si ha addirittura la sensazione di leggere in realtà non un romanzo scritto in lingua italiana, ma la traduzione di un testo originale in greco antico, tanto gli stilemi e le costruzioni dell’epica sono entrati nel sangue dello scrittore. Non che manchi la scorrevolezza, tutt’altro: il lettore non si annoierà nemmeno per un secondo, ma pur procedendo speditamente nello svolgimento dei fatti si può godere di tutta l’atmosfera del mondo antico. Ho pensato spesso, mentre assaporavo questa particolare scrittura, alle considerazioni di Borges sulle pseudo-traduzioni: il grande maestro argentino parlava infatti del fascino aggiuntivo che le traduzioni traggono dai modi di dire, le frasi idiomatiche e anche i proverbi di una lingua straniera, che – al contrario di quelli tipici della nostra lingua, a cui siamo abituati – appaiono originali, inusitati e pieni di fascino. Pensiamo per esempio a quanto scontata suoni la frase “era fra l’incudine e il martello” in italiano, e quanto invece fascinosa ed evocativa la traduzione letterale dallo spagnolo “era fra la spada e la parete”. Ugualmente, da uno spagnolo sarebbe giudicata molto espressiva e colorita la traduzione dall’italiano “estaba entre el yunque y el martillo”, mai sentita nella sua lingua. Per la saga di “Per la Corona d’Acciaio” infatti ho preso in prestito frasi idiomatiche e proverbi da varie lingue neolatine e dialetti, o ne ho inventati di sana pianta, per dare un’impronta originale alla lingua del Regno di Malia. Invece in questo caso è l’attrazione del greco antico sulla scrittura di questo romanzo che ci dona tutto il fascino di un’altruità tanto lontana da noi nel tempo quanto familiare, almeno per chi come me si sia dovuto cimentare in gioventù con la traduzione da quella antica e splendida lingua.
Dopo avervi consigliato calorosamente questa lettura, chiudo con un’ultima notazione, c’è infatti un altro aspetto che voglio segnalare: la presenza costante della religione di quei tempi, che nasce dalla mescolanza di riti e credenze di popoli diversi, sia ellenici arcaici che barbari, dove la magia, il sacrificio di sangue, divinità spesso feroci marcano la vita e la morte con una forza e una vitalità assolute. Nel più profondo di selve oscure e antri ctonii intravediamo con terrore quel che è nascosto e pure fa parte della religione antica: l’orrore metafisico di un universo dominato in origine non dalla luce di Apollo nè dalla giustizia di Zeus ma da belve immortali assetate di sangue, orrore rinnovato in epoche più recenti da un geniale visionario come Lovecraft. Ci viene così svelato il nostro stesso cuore di tenebra, che i secoli hanno tramutato in miti erroneamente creduti familiari e gentili quando invece, a ben guardare, la tenebra domina e il sangue gronda copioso in ognuno di essi. Nè, quando ci si lascia alle spalle la soglia di casa, è possibile ai mortali tornarvi: dopo lunghe peregrinazioni se si ha la fortuna di sopravvivere si scopre sempre che il posto che chiamavamo casa non è più lì ad attenderci, come anche noi non siamo più le stesse persone che un giorno si sono avventurate in mare. Eppure con un po’ di aiuto da parte del caso o del Fato, la forza di un eroe può provare a contrapporsi a mostri e avversari, perfino alle truculente macchinazioni di potenti streghe e alla fame di divinità oscure. Se non altro, sarà allora possibile, forse, accompagnarsi ad altri raminghi per intraprendere nuove imprese. Sottrarsi al fango primordiale da cui proveniamo non è cosa da poco ma nemmeno un’impresa del tutto impossibile, e non è un caso se proprio dal mondo ellenico ha preso l’avvio quel processo che oggi ancora alcuni di noi osano chiamare “civilizzazione”.
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NONAROTH

luglio 15, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

 

 

 

 

 

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“LA PIOGGIA RICORDA”

marzo 14, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

In “La pioggia ricorda” (Delos Passport) Caterina Franciosi non ci conduce in mondi fantastici come in altri suoi racconti (“Corvi di guerra”, “L’isola delle sirene” ecc.) ma ci trasporta invece al di là dell’Atlantico.

New Orleans, i giorni del disastroso uragano Katrina. Marito e moglie, entrambi medici, trovano la morte mentre cercano di portare soccorso a chi ne ha bisogno. Nel frattempo la loro bambina, Melanie, è in vacanza a Roma con la nonna materna Eveline. Caterina Franciosi scrive magistralmente di Melanie ed Eveline, due sopravvissute, e di come nonna e nipote hanno dovuto andare avanti con questo evento traumatico alle spalle, che ha lasciato segni profondi su entrambe. Gli anni pesano su nonna Eveline, e Melanie dopo la scuola è incerta sul suo futuro, divisa fra il poco soddisfacente lavoro di commessa e la voglia di iscriversi all’Università, a Medicina, per seguire le orme dei suoi sfortunati genitori. L’incontro con un ragazzo porterà un piccolo sconvolgimento nella vita della ragazza, mentre la nonna fa i conti con un mistero che avvolge la sua vita, un evento se possibile ancora più traumatico che precede la morte di sua figlia. L’autrice svela davanti ai nostri occhi con naturalezza e senza alcuna artificiosità la mentalità dei tempi della giovinezza di nonna Eveline, in cui il razzismo nel Sud degli USA era diffuso a tutti i livelli e la condizione femminile non aveva conosciuto emancipazione, quando ancora la sudditanza delle mogli nei confronti dei loro uomini era vista come naturale. Ci troviamo a condividere spontaneamente sia gli scrupoli e le domande che si fa Eveline da giovane sia il punto di vista più moderno di Melanie.

Siamo davanti a una storia di coraggio al femminile che scava sia nella difficoltà di andare avanti e superare le grandi tragedie della vita, sia nella forza interiore che permette alle donne, e agli esseri umani in generale, di stringere i denti e riprendere la propria strada. Il tutto nello stile di scrittura scorrevole e al tempo stesso colto, suggestivo e mai banale, di Caterina Franciosi. Consigliato caldamente, e non solo alle donne!

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I33 VALPERG

aprile 23, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

 

“I33. Valperg” dell’amico Michele Gonnella, primo esempio del genere “Sword & Apecar”, è il romanzo che mi ha accompagnato negli ultimi giorni di “arresti domiciliari pandemici”… e con grande divertimento! Assolutamente da non perdere per i praticanti di HEMA (“Historical European Martial Arts”, secocdo la denomiazione della famigerata Coalizione Nordeuropea, che nella regia lingua del nuovo regno d’Italia diventa “Scherma Storica”), ma non solo. Il romanzo prende le mosse in un retrogrado 2035 post-bellico da un paio di “sfigati” studiosi di archeologia sperimentale della Regia Università di Lucca che, per approfondire lo studio di un antico manuale di scherma e capire perché questo tratti solo dell’atipica (per tempi così remoti) disciplina di spada e brocchiero, iniziano a prendere lezioni di scherma storica da una maestra di arti marziali, Iride Santini detta “Santa”. L’I33 è un manoscritto realmente esistente, ad oggi il più antico disponibile, pubblicato in Italia da A. Morini e R. Rudilosso della Sala d’Arme Achille Marozzo per la casa editrice Il Cerchio. Le vicende dei nostri eroi si intrecciano con quelle degli antichi autori del manoscritto, in particolare la “Santa” Valperg, figlia di un crociato e di una strega convertita ma non pentita (nel ms reale effettivamente il maestro monaco guerriero viene raffigurato anche mentre insegna a una donna, chiamata “Valpurgis”). Per esigenze di trama il vero manoscritto viene retrodatato di qualche secolo, artificio necessario per situare la vicenda ai tempi in cui il cristianesimo lottava contro gli ultimi pagani (e soprattutto contro i loro Dei… o demoni che fossero) nelle terre del centro e nord Europa. L’autore ci narra, nel suo stile sempre ironico, pieno di brio e vivacità, come la strana famiglia di Valperg sia riuscita a prevalere nella sua lotta senza quartiere contro un’entità feroce e guerriera proveniente da un’altra dimensione, dai molti nomi (alcuni dei quali corrispondono a ben note divinità celtiche e germaniche). Parallelamente, il trio dei protagonisti del 2035 si trova ad affrontare una minaccia che è simile in modo inquietante a quella contro cui si è battuta l’antica suora guerriera. Lo scontro li condurrà in fuga su per i greppi abbandonati della Lucchesia collinare, frequentati solo da anziani relegati in ospizi e pochissimi abitanti. Per lo meno pochissimi abitanti umani. Al lettore scoprire se la moderna Iride “Santa” Santini saprà uguagliare le imprese di Santa Valperg, monaca, strega e guerriera. Fra botte da orbi, lame, brocchieri, demoni guerrieri, folletti schizzinosi e antichi manoscritti, il divertimento è assicurato.

 

Qui sotto: la copertina dell’edizione italiana del vero manoscritto I33, a cura di Andrea Morini e Riccardo Rudilosso per ed. Il Cerchio

 

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I TRE MOSCHETTIERI

novembre 18, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Non sarò certo io a fare una recensione de “I tre moschettieri” di Dumas: sinceramente mi pare abbastanza ridicolo che qualcuno si senta in diritto di mettere su Amazon o altri siti la sua personale recensione di classici come l’Iliade (magari “troppi combattimenti, eccessivamente violento”), l’Orlando Furioso (“storia confusa e con troppi personaggi”) o Moby Dick (“un eccesso di nomenclatura di navi e cetacei che spegne l’afflato epico”, e simili scempiaggini). C’è un divertente video del mio acuto concittadino Roberto Mercadini in proposito, guardatelo se avete voglia di farvi una risata.

Quindi, lungi dal voler “recensire” Dumas, volevo parlarvi brevemente del mio rapporto con questo romanzo fondamentale per l’avventura classica e la letteratura in genere, di cui sono stato sempre appassionato. Ciò più a livello personale che come studioso di scherma storica, giacché il mio interesse a livello marziale è più incentrato sulla scherma “di punta e taglio” dei secoli precedenti, e il 1625 è già oltre la soglia del mio periodo di studio preferito, sia pure non di molto. Dumas poi, che pure tirava di scherma, non ha mai approfondito lo studio di come si combattesse in quegli anni ed è sempre abbastanza vago sulla dinamica dei combattimenti. Ma tutto ciò, come dicevo, è marginale.

Come potete vedere dalla foto, fra l’altro, ho letto il libro anche in francese, anzi è stato il primo libro che ho letto in quella bella lingua, contemporaneamente a “La communication politique aujourd’hui” che era il testo previsto dall’esame di francese alla Facoltà di Scienze Politiche in quei tempi lontani. L’avevo già letto in italiano, ovviamente, molti anni prima di allora, nell’età in cui continuavo abusivamente fino a tarda notte all’insaputa dei genitori le mie letture di Salgari, Verne, Dumas appunto, e altri ancora.

Infine l’ho riletto ancora una volta con grande gusto al momento di accingermi alla scrittura di “Il contagio di Meung”, romanzo breve ora in uscita che inaugura una mia personale versione delle avventure dei moschettieri (che si tinge di fantasy e horror a causa di un episodio di “sliding doors” che ha a che fare con certe leggende mediterranee), senza tradire – spero – lo spirito dell’originale e soprattutto dei suoi immortali personaggi. Ho cercato di avvicinarmi al mondo di Dumas con tanto affetto e tanto rispetto, e quel pizzico di ironia e spensieratezza che non è affatto alieno ai romanzi originali.

D’altro canto cosa si può desiderare di più che lavorare su icone come D’Artagnan, il giovane provinciale povero, promettente e spericolato per eccellenza, in cerca di fortuna e che aspira a entrare nei moschettieri? Fra l’altro è per questo, per chi non lo sapesse, che il romanzo si chiama “I tre moschettieri” anche se i protagonisti sono quattro: D’Artagnan è solo una recluta! Anche gli altri tre, i veri moschettieri, sono splendidi archetipi. Porthos incarna alla perfezione il “guerriero orso” del mito indoeuropeo: grosso e forzuto, gran mangiatore, generoso e sempre allegro. Aramis è invece l’elegante seduttore nato, agile e sempre affascinante, nel suo caso l’archetipo è reso più interessante e contraddittorio da una fede religiosa combattuta ma profonda che lo farà aderire addirittura al sacerdozio. Infine Athos, il più esperto del gruppo, il più nobile e “adulto”: un’anima tormentata piena di dignità, dal passato misterioso, su cui gli altri si appoggiano e a cui si ispirano.

Dall’altra parte, troviamo degli antagonisti del tutto all’altezza: il mefistofelico Cardinale Richelieu, l’arrogante spadaccino Rochefort e soprattutto il personaggio più pieno di ambiguo fascino: l’incantatrice e insidiosa Milady, che accomuna in sé l’attrazione pure della bellezza e l’attrattiva repulsione del pericolo.

Al di là dei duelli, delle fughe mirabolanti, degli intrighi di corte, che forniscono il loro essenziale pizzico di pepe, quel che davvero resta a fine lettura è la nostalgia platonica per l’allegria incosciente dei quattro protagonisti (i moschettieri si trovano sempre a corto di denari ma se qualcuno di loro si trova a disporre di una qualsiasi somma subito si sente in dovere di spenderla in banchetti per tutto il gruppo), e ancora di più per l’amicizia e la fedeltà adamantina che li lega tra loro al di là di ogni causa per cui combattere, al di là di ogni contingenza della vita e del destino, e che è la gemma più preziosa che ha donato Dumas all’umanità con questo grande romanzo. Quindi, ancora una volta, che risuoni il grido di battaglia dei tre baldi moschettieri più un cadetto di Guascogna:

“Uno per tutti, tutti per uno!”

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EL CAPITAN ALATRISTE

ottobre 9, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

“El Capitán Alatriste”, è il primo romanzo di una lunga saga di Arturo Pérez Reverte, inizialmente affiancato dalla figlia Carlota per le ricerche storiche. Lo scrittore e giornalista spagnolo per lungo tempo è stato reporter di guerra, quindi è di certo uno che sa di cosa parla quando descrive situazioni di combattimento. Oltre a ciò è un grande uomo di cultura, che non ha mai avuto paura di dire in articoli e romanzi ciò che pensa anche quando è scomodo e controcorrente, che sia a proposito dei narcos messicani (su cui ha fatto una pericolosa inchiesta), di Napoleone, dei torturatori della dittatura militare argentina, della guerra civile spagnola, dei combattimenti clandestini fra cani o delle controverse vicende della politica iberica di questi giorni.

In questa saga, portata sul grande schermo con “Il destino di un guerriero” che condensa in un solo film parecchi romanzi, e in cui Viggo Mortensen (Aragorn) presta volto e fisico ad Alatriste, Perez Reverte rende omaggio ai grandi scrittori ottocenteschi di avventura classica, primo fra tutti Dumas e i suoi “Tre moschettieri”. Il periodo è all’incirca lo stesso in cui si muovono D’Artagnan e compagni, il XVII secolo, e Alatriste vive avventure di “cappa e spada” che nulla hanno da invidiare a quelle di Dumas, insieme al suo giovanissimo pupillo basco, figlio di un compagno d’armi caduto nelle Fiandre (il narratore in prima persona). Profondamente diverso dai suoi predecessori francesi è il carattere del protagonista: un silenzioso, riflessivo e puntiglioso veterano che non esita a vestire i panni di bravaccio e assassino pur di sbarcare il lunario e che non si piega davanti a nessuno, nemmeno al Re per cui, nonostante tutto, combatte con valore. Accanto a lui si muovono figure oscure dei bassifondi della Madrid seicentesca come anche Re, nobili e poeti, primo fra tutti il grande Quevedo che di Alatriste è amico intimo. Non c’è nulla in questo fosco eroe/antieroe del brio e dell’allegria rumorosa e spensierata dei moschettieri di Francia, al contrario egli è dolorosamente consapevole del declino della sua patria e di non poter fare nulla per porvi rimedio, se non opporvisi invano affrontando il pericolo e se necessario la morte con stoica rassegnazione e con quell’ostinazione (degna del toro che – ferito – continua ad assalire la rossa muleta), che è sempre stata il segno caratteristico delle armi spagnole. Non c’è nulla di meglio per far capire la differenza fra gli eroi dei due lati opposti dei Pirenei, Alatriste e D’Artagnan, che citare il nostro Baldassarre Castiglione che, un secolo prima, aveva ben conosciuto gli uomini d’arme di entrambe le nazioni: “quella gravità riposata peculiar dei Spagnoli mi par molto più conveniente a noi altri (italiani) che la pronta vivacità , la qual nella nazion franzese quasi in ogni movimento si conosce; il che in essi non disdice, anzi ha grazia, , perché loro è così naturale e propria , che non si vede in loro affettazione alcuna…”

Non posso certo tacere sul fatto che è stata una bella scommessa scrivere storie di questo tipo oggi, nel XXI secolo, quando Dumas come Salgari, Verne, Gautier hanno tutti scritto nell’Ottocento: ci vuole coraggio a riprendere un genere abbandonato da così tanto tempo, donandogli nuova vita e freschezza, e ci vuole genio e abilità per trasformare un coraggioso bravaccio dal cuore duro ma generoso, in un grande successo internazionale.

Personalmente ho letto l’intera saga – o almeno tutti i volumi usciti fino ad oggi in Spagna – in lingua originale; ne vale la pena non solo per godere del testo originale uscito dalla penna dell’autore ma anche per la veste grafica, che ricorda da vicino le edizioni dei classici a cui Alatriste vuole dare nuova vita, con illustrazioni interne in bianco e nero che hanno riportato alla mia mente quelle dei libri che leggevo a tempi delle elementari, fino a notte tarda, con la torcia elettrica e la testa sotto le coperte per non farmi “beccare” dai genitori ancora sveglio, quelle che mettevano sotto i miei occhi affascinati in carta e inchiostro le imprese del Corsaro Nero o di Sandokan e mi spingevano a sprofondare di nuovo in una lettura febbrile, invece che nel sonno ristoratore in cui tutti mi credevano immerso.

Le avventure di Alatriste però sono state tradotte anche in italiano, per cui non perdetevele!

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