Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
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Assedio a Gransequoia: il campo di Re Tiberio

aprile 19, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

“Fabrizio stava ancora guardando fuori. Il pomeriggio era già diventato una notte d’ebano, nuvolosa e senza luna, e continuava a piovere a dirotto.

«L’accampamento è un mare di fango. Arriva quasi alle ginocchia, guarda.»

«Ci credo. È una nottata favorevole alla guerriglia di Ariete di Gransequoia: fossi in lui non me la lascerei sfuggire.»

Fabrizio si girò verso il compagno con gli occhi che brillavano di ammirazione. «È proprio in gamba, quel dannato. Questa mattina Temistokles ha detto che dovrebbe regnare lui, o qualcosa del genere. Sono in pochi a pensarla così, ma sono in molti a rispettarlo e a temerlo. E sono anche di più quelli che pensano che dovremmo lasciare in pace lui e i Gransequoia.»

Fabrizio si arrabattò nella tenda e alla fine riuscì a versare due coppe di vino caldo con pepe e chiodi di garofano.

«Contro i pensieri, niente di meglio dei bicchieri» disse, porgendo una coppa all’amico.

Vindice bevve un lungo sorso, poi poggiò la coppa, rigirò ancora una volta la spada tra le mani e la fece scivolare nel suo vecchio fodero di cuoio consunto.

…

«Fabrizio, io vado. Tu, in coscienza, puoi testimoniare che io questa notte non ho mai lasciato la tenda, vero?»

Fabrizio si strinse nelle spalle. «Se vuoi. Però dimmi dove vai.»

Vindice cominciò a spogliarsi, e indossò calze a brache nere e una giubba di lana dello stesso colore. Non tornò a indossare gli stivali ma rimase scalzo. Prese un pugnale.“

 

Illustrazione di Teresa Consalici

 

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L’ORDA DEL RE DELLA NOTTE

maggio 23, 2019 by Marco Rubboli 1 commento

di Marco Rubboli

LE CRONACHE DEI PRETORIANI NERI

VOLUMEN I

“Dopo la vittoria di Teutoburgo l’espansione dell’Impero non ebbe più limiti: con Germanico e gli Imperatori successivi il “limes” raggiunse gradualmente i monti Urali. Usammo poi i cavalieri germani per conquistare il regno dei Parti e ci spingemmo fino all’Arabia Felix e a Sud dell’Egitto. La guerra più dura che dovemmo affrontare tuttavia venne dall’interno: ai tempi dell’Insurrezione le Tenebre si sollevarono e reclamarono il dominio del mondo. I figli delle Tenebre non prevalsero, ma il prezzo da pagare fu alto. Oggi l’Impero si estende dall’India all’Hibernia, dagli altopiani d’Etiopia fino ai fiordi dell’Ultima Thule, però oltre i confini della sacra Italia il potere dell’Imperatore è limitato. A Lui restano poche armi per influenzare i Re che governano in suo nome: il denaro delle decime, le parole alate del Culto Imperiale, le coorti dei Pretoriani Aurei pronte a soccorrere i Regni minacciati. E noi, i Pretoriani Neri. Noi siamo l’Inquisizione, la mano sinistra dell’Imperatore, la lama nascosta degli Dei, la sentinella all’erta nel buio. Siamo i guardiani dei cancelli degli Inferi.”

Aurelius, XI Console Nero.

 

Vallo di Adriano, Regno di Britannia, Impero Romano

Anno 2243 ad Urbe Condita

Il drago nero atterrò sulla sommità della torre più alta. Il vento sollevato dalle grandi ali funeree mi costrinse a stringere gli occhi. Il possente animale poggiò le zampe a terra e il Legato si lasciò scivolare giù lungo il collo gigante della bestia. Mi sorrise mentre mi raggiungeva, rughe attorno agli occhi chiari.

“Benvenuto a Caer Flammarum, Legato.” gli dissi, porgendogli la destra.

“Non credevo che ci rivedessimo così presto, Lucrezio.” mi rispose “Dopo l’ultima avventura speravo di essermi liberato di te e dei tuoi compari, almeno per un po’.”

Scherzava, naturalmente. Musonio Rufo era quasi un secondo padre ormai per me.

Gli risposi a tono, strizzandogli un occhio.

“Il sentimento è reciproco, Legato.”

“Dimmi: com’è la situazione?”

“Dire critica sarebbe un eufemismo, Signore. Disperata forse sarebbe più adeguato.”

L’alto ufficiale dell’Inquisizione ignorò miei compagni, schierati a qualche distanza, e si voltò verso le altre personalità che lo attendevano sulla torre.

C’era il comandante della fortezza e gli ufficiali dei pochi contingenti che era stato possibile radunare in tutta fretta per la difesa.

E poi c’era lei, la Regina spodestata di Caledonia, una matura bellezza locale dalla lunga chioma nera a striature bianche, lo sguardo deciso e la mascella serrata. Aggrappato alle sue vesti, lo spaesato erede al trono di quelle terre gelide e inospitali. Un bambino qualunque, dallo sguardo tenero e spaventato. In pochi giorni aveva perso il padre, la corona e quasi la vita. Tutto per colpa di suo zio, il Re della Notte. Che nome pretenzioso, quasi ridicolo! Più adatto a un istrione dedito alla vita notturna che a un pericoloso necromante.

L’orda con la quale costui stava per spazzarci via tutti, d’altro canto, non era per niente ridicola né divertente. Non odio i non-morti camminatori quanto i vampiri – e di sicuro non come i bambini vampiro – ma per gli Dei se non ne avete mai incontrati non potete sapere quanto sia spiacevole combatterli. Puzzano come la morte (letteralmente) e per abbatterli bisogna spaccare loro il cranio. Quindi sperate di non trovarvi davanti un camminatore che sia stato rianimato quando indossava un elmo bello robusto, perché vi assicuro che è una situazione davvero difficile. Lo dico per esperienza.

Il Legato salutò la Regina e la rassicurò: l’Imperatore non avrebbe mai riconosciuto come legittimo Re il fratello di suo marito. Rianimando quell’esercito di morti l’usurpatore si era legato da solo mani e piedi e si era consegnato all’Inquisizione. Belle parole. L’unico problema era che il Re della Notte non era nelle nostre mani, ma era lui che stava venendo a prenderci, alla testa di migliaia di schiavi puzzolenti e quasi invulnerabili.

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“PER LA CORONA D’ACCIAIO” E “LA COMPAGNIA DELL’ANELLO”

settembre 13, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

In occasione della recente “pre-presentazione” del romanzo nella convention “Sentieri Tolkieniani”, ho avuto occasione di riflettere sulla relazione tra l’opera del grande Tolkien e la saga iniziata dal sottoscritto, e più in particolare fra “Per la Corona d’Acciaio” e “La Compagnia dell’Anello”.


Non mi si tacci per questo di arroganza nel paragonare la mia opera a quella del Professore di Oxford, quel che desidero è semplicemente ringraziare per qualche mio debito e far notare alcune somiglianze e differenze.

A parte il fatto ovvio che entrambi rappresentano l’apertura di saghe più ampie, il lettore potrebbe pensare che siano molto, molto lontani.

In “Per la Corona d’Acciaio” non troverete elfi, nani, orchi, magie: l’ambientazione è molto simile a un’Italia del “MilleQuattro, quasi MilleCinque”.

Quindi un “tempo storico” realistico, anche se alternativo al nostro, lontano da quel “tempo del mito” a cui Tolkien si rifà, pur nella precisione e profondità della sua “creazione secondaria”.

In “Per la Corona d’Acciaio” ci sono dei nani, a dire la verità, ma non hanno né asce né lunghe barbe: sono quei nani di corte di cui pare che anche i veri signori europei dei secoli fra Basso Medioevo e Rinascimento non potessero fare a meno. La magia: a meno che non vogliate considerare magia l’abilità di Vindice nel muoversi nel buio, non ne troverete traccia. Certo, ci sono a volte dei sogni “particolari” ma è difficile dire da dove vengano i sogni: se dalla porta di marmo o da quella di avorio… o dalla mente stessa di chi li sogna.

Quanto agli elfi, sappiate che esistono sul lato Nord dei Monti Bianchi alcuni picchi rocciosi che in lingua Dosthan sono chiamati “Elvengipfelen”, le “Vette degli Elfi”, e questo è tutto.

Per ciò che riguarda gli Orchi, lo stesso Tolkien asseriva che in tutti gli esseri umani c’è sempre una componente orchesca, e in alcuni più che in altri. Temo che più volte si assisterà in “Per la Corona d’Acciaio” al manifestarsi di queste pulsioni orchesche coi loro orribili effetti, e ciò avverrà non solo e non sempre fra le forze degli antagonisti.

Per il resto, quel che si vedrà in questa storia sono uomini che si affrontano con lame, intrighi e veleni, oppure che trovano difficili compromessi per collaborare in vista di un obiettivo comune… ma, un momento: quest’ultima frase non ricorda un po’ il Concilio di Elrond?

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“PER LA CORONA D’ACCIAIO” E “SULLE SCOGLIERE DI MARMO”

dicembre 3, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

Il famoso romanzo breve di Ernst Junger “Sulle scogliere di marmo” si svolge in un paese immaginario sito nel centro di un continente che ricorda l’Europa. Le scogliere di marmo che danno il titolo all’opera si affacciano su un mare freddo e tempestoso a Nord del paese, che è uscito pochi anni prima da una grande guerra contro i suoi potenti vicini e rivali dell’Ovest. Non è difficile capire quanto tale paese “immaginario” abbia a che fare con la Germania, la patria di Junger. E in particolare con la Germania fra le due guerre.

Un sinistro personaggio, il Forestaro, spadroneggia su una vasta zona boschiva a Est e suscita segretamente dei disordini servendosi di bande prezzolate, al fine di impadronirsi del potere e stabilire una dittatura. Il protagonista, che appartiene a un misterioso e colto ordine cavalleresco, dapprima osserva con preoccupazione gli eventi e alla fine giunge perfino a prendere le armi contro l’aspirante tiranno, in una lunga notte di sangue e scontri. Userà il fucile da caccia per scontrarsi con le bande di facinorosi e i loro mastini, disdegnando di usare contro di loro la spada che lo ha servito in battaglia anni prima contro i “nobili cavalieri dell’Ovest”.

Non dirò qui come la vicenda termina, ma svelerò solo (a chi non ha avuto ancora la fortuna di leggere il romanzo) che non si avrà né un lieto fine né un’apocalisse totale, ma si rimane alla fine con in bocca un sapore dolce-amaro e con la premonizione che la vicenda non sia finita.

Il Forestaro può avere il volto di Hitler come di Stalin (i due che furono tirati in ballo allora), o di qualunque altro personaggio che aspiri alla dittatura e agisca nell’ombra per creare le condizioni utili ai suoi scopi. In qualunque epoca e luogo. Si noti però che il romanzo uscì nel periodo in cui era al potere il regime nazista e se Junger non fosse stato un noto eroe di guerra avrebbe potuto avere seri problemi (in seguito, durante la seconda guerra mondiale, il generale Ernst Junger rischiò la vita “scordandosi” di far esplodere i monumenti di Parigi che erano stati minati, prima della ritirata, e partecipò poi alla congiura di Rommel).

Naturalmente questo articoletto non può aspirare a costituire una disamina né tanto meno una critica di una novella complessa e importante come “Sulle scogliere di marmo”, e ancora meno dell’opera di Ernst Junger in generale. Mi propongo solamente di omaggiare il romanzo e lo scrittore e chiarire la loro influenza sul mio romanzo.

Junger non è stato certo il primo che ha collocato una vicenda in parte immaginaria (ma realistica) in un luogo immaginario (ma realistico) per poter dire cose importanti sul potere, sulla politica, sul destino e le caratteristiche di un popolo e sugli esseri umani in generale. Altri scrittori “non di genere” lo hanno seguito su questa linea, cito qui solo “La riva delle Sirti” di Julien Gracq, per nominare uno scrittore che apprezzava Junger pur essendone politicamente distante (il primo era un conservatore, il secondo militava a sinistra), o ancora si potrebbe citare “Il deserto dei tartari” del “nostro” Dino Buzzati o “Aspettando i barbari” di J. M. Coetzee.

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“PER LA CORONA D’ACCIAIO”: UN ROMANZO STORICO?

maggio 2, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Ringrazio di cuore un lettore che ha recensito il mio romanzo, manifestando una certa delusione per la mancanza di magia, e per una scarsità di azione nei capitoli centrali. Se si aspettava, come pare, un tipico romanzo “di genere” tutto e solo azione, fantasia e magia, questo lettore non ha trovato ovviamente quel che cercava. Intendiamoci, io adoro l’azione, ma essa non è il “cuore” di questo romanzo, che pure ne è pieno. Essa è piuttosto una gradita ancella di temi più profondi, e un’esca per convincere il lettore a specchiarsi nella vicenda. In altre storie, come quelle dei Pretoriani Neri, mi diverto a giocare con l’azione, e anche con la magia, con draghi e grifoni e navi volanti. Tuttavia non ritengo la magia un fattore indispensabile della letteratura fantastica. Un nume del Fantasy come Joe Abercrombie, pare pensarla come me su questo tema: indicatemi che magia si possa mai trovare, per esempio, nella “Trilogia del Mare Infranto”, di cui di recente ho consigliato la lettura.

“Per la Corona d’Acciaio” è qualcosa di diverso. Essere qualificato come “una sorta di Bernand Cornwell in un un contesto inventato”, come scrive questo lettore, è per me un grande complimento. In questa saga in effetti mi rifaccio non tanto al genere Fantasy, ma piuttosto a scrittori di avventura classica e di romanzi storici come appunto Cornwell, Perez Reverte, fino ai classici di Dumas, Salgari, London, Kipling, Conrad. Ma anche a scrittori “alti” (e forse più “noiosi”, da un punto di vista “di genere”) come Ernst Junger e Julien Gracq. Prosegue il lettore “non dovendo essere fedele alla storia reale, poteva evitare certe parti noiose, spesso necessarie in romanzi storici per essere fedeli, ma che qui potevano essere sostituite…” In effetti, come il lettore ha in parte intuito, “Per la Corona d’Acciaio” è assolutamente un romanzo storico, in essenza. Con tutte le esigenze di analisi storica e realismo che ciò comporta, e con l’unica differenza che tratta di una storia che avviene non nel nostro mondo ma in uno simile e parallelo. Come in Junger e Gracq, il contesto inventato è una scusa per poter variare gli avvenimenti liberamente servendo a uno scopo, nel mio caso parlare di fatti dell’anima e di leggi storiche che riguardano noi, il nostro mondo e la nostra condizione di esseri umani. La vicenda segue tutte le regole politiche, sociologiche ed economiche che condizionano la Storia, le dinamiche del potere e forse anche quelle del Fato, che i lettori scopriranno un po’ alla volta e che sono poi le stesse del mondo reale, non meno stringenti. Ecco perché era necessario un “rallentamento” dell’azione nella parte centrale, per poter dedicare spazio a un’analisi della situazione del regno di Malia e alle soluzioni (anche legislative e perfino fiscali) che i protagonisti adottano. Essi devono, infatti rimediare ai fattori che hanno portato alla caduta che essi si sono trovati a dover vivere, e porre in alto la “svolta” che la situazione politica richiede. Ugualmente c’era bisogno, in precedenza, di lasciare un po’ di spazio al sorgere nelle loro menti delle soluzioni che poi adotteranno: proprio come deve avvenire in un romanzo storico che funziona bene, se i protagonisti sono personaggi reali dotati di poteri decisionali, e realizzano appunto una svolta storica. La parte centrale del romanzo che tratta questi temi è stata particolarmente apprezzata da altri lettori, per aver affrontato il tema di come, una volta conquistato il potere, lo si vada a gestire, cosa che molti Fantasy (a volte con una visione un po’ più superficiale) trascurano. Quel che mi frustra nel romanzo storico vero e proprio è invece che il lettore possa già conoscere come la vicenda finirà, mentre a Malia le praterie del futuro sono aperte e la tensione è maggiore: qualunque cosa può accadere… e ne accadranno di ogni tipo! Tornando a noi, quindi, una critica dettata da aspettative “di genere” è “iuxta sua propria principia”, per me invece essa costituisce un grande complimento: con questa saga non voglio fare “letteratura di genere”, voglio fare letteratura! E credo che il genere Fantasy si presti a questo alto scopo (perdonatemi l’ambizione), quanto e più di altri.

Marco Rubboli

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LA RIVA DELLE SIRTI

marzo 15, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

 

“La riva delle Sirti” è un romanzo di disperata bellezza, un “sogno a occhi aperti” come definito dall’autore stesso, magistralmente scritto da Julien Gracq nel 1951 e narra di eventi che porteranno alla distruzione della Repubblica di Orsenna. Non si tratta di uno spoiler da parte mia: il lettore viene informato quasi subito di questo esito infausto, che lancia un’ombra inquietante su tutto quanto segue. Orsenna è un’antica repubblica la cui capitale omonima sorge sull’acqua, percorsa da infiniti canali, una città di antica gloria immersa in un placido sonno di agiata decadenza. Le sue terre si estendono a Sud fino alla città di Maremma che ricorda tanto la nostra Ravenna, caratterizzata dalle acque paludose e da una splendida basilica intestata a San Vitale, e ancora oltre, nella riva delle Sirti che dà il nome al romanzo: terre aride e salmastre tipicamente adriatiche. Di fronte, il mare, e oltre il mare l’antico nemico: il Farghestan. Tutta la storia di Orsenna è marchiata dallo scontro con il Farghestan: le antiche battaglie navali appese ai muri di ogni dimora della Repubblica non raffigurano altro che la guerra fra le due antiche potenze. Ma, da secoli, ogni contatto è stato interrotto: a Orsenna nessuno conosce molto della situazione attuale del Farghestan.

Aldo, giovane rampollo di una famiglia patrizia, viene inviato di stanza a una base semiabbandonata della marina militare nella riva delle Sirti. Una trappola, un posto dove seppellirsi pigramente senza uno scopo nella vita, rinunciando a ogni ambizione, a suo modo di vedere. In effetti, di una trappola si tratta, ma di un tipo ben diverso da quel che lui crede. Spinto da un’inquietudine degna di Odisseo e da un desiderio quasi dannunziano di dimostrare il proprio valore, Aldo cerca la presenza del nemico della sua patria, ne scopre le mappe in archivi polverosi e abbandonati della base, e durante le sue perlustrazioni il suo sguardo corre oltre la linea dell’orizzonte in cerca dell’ignoto e dell’avventura al di là di esso. Viene istigato in modo molto sottile dall’affascinante Vanessa Aldobrandi, erede della famiglia un tempo più importante di Orsenna il cui capofamiglia in passato per arrivare al potere assoluto era arrivato al punto di levare le armi contro la Repubblica al comando della flotta del Farghestan, ottenendo solo di essere esiliato e maledetto per sempre.

Il richiamo del mare e delle terre al di là di esso non è casuale, ma Aldo scoprirà di essere stato accuratamente prescelto da un potere dagli scopi reconditi, che ha piazzato lui e Vanessa come pedine al posto giusto per raggiungere i propri scopi.

Scritto in uno stile raffinato, estetizzante, questo testo ci mostra un protagonista affascinato dalla bellezza e dall’amore della patria che contribuirà ad abbattere, estatico davanti all’arte della preziosa e decadente città di Orsenna come davanti alla bellezza ieratica di San Vitale a Maremma, dagli antichi palazzi nobiliari come dalla vastità del mare e del cielo, dalle isole sperdute e dagli scogli che trova nelle sue perlustrazioni navali, dalle lande salmastre quasi disabitate delle Sirti, che rimandano a certe rive abruzzesi o al lago di Lesina.

Ma Orsenna finisce con l’essere una metafora non solo e non tanto di un’immaginaria Serenissima o dell’Italia, quanto dell’Europa intera e del suo sonno che la isola da quanto avviene dal resto del mondo e dalle minacce che vi possono albergare. Non c’è scampo da questa amara situazione: ignorarla e nascondere la testa sotto la sabbia porta solo a un domani ancora più fragile, mentre affrontarla può condurci al disastro.

Julien Gracq con questo romanzo si colloca nella tradizione di realtà immaginarie tese fra creazione secondaria e metafora, che alberga nella grande letteratura come un fiume carsico: dallo stesso Gracq ed Ernst Junger (“Sulle scogliere di marmo”) a Buzzati (“Il deserto dei tratari”) fino a Coetzee in “Aspettando i barbari”, tutti testi legati da temi ed atmosfere simili, pure con temi e stili diversi. Forse per questo si tratta di un’opera così misconosciuta in Italia: purtroppo la critica letteraria egemone (oggi un po’ meno, ma comunque egemone) nel nostro paese, mal tollerava testi di questo tipo, cristallizzata nell’idolatria del romanzo “realistico” e “impegnato” (ovvero a mio modo di vedere ipocrita, sia nella ricerca di un’oggettività impossibile sia nel suo intento di propaganda). Jacq stesso era uomo di sinistra, ma in modo ferocemente eretico, tanto da coltivare una profonda amicizia con intellettuali di destra come Ernst Junger e avversare fieramente scrittori del suo stesso bando politico come Sartre, al di là di ogni steccato ideologico.

Adesso la mia copia de “La riva delle Sirti” è passata a mio figlio, che se ne è giustamente appropriato. Per quanto mi riguarda, sono davvero contento di aver contribuito a tramandare un libro come questo: difficile, problematico, di una bellezza tragica piena di tensione verso un’eredità di pienezza che ci appartiene e al tempo stesso inevitabilmente ci sfugge.

 

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Di Guerra, Uomini e Orchi

ottobre 24, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

Quando si combatteva faccia a faccia con una spada in mano, le battaglie e le guerre non erano certo più piacevoli e umane che ai nostri giorni: immaginate orde di gente che si fa a pezzi a vicenda, con armi non dissimili a quei machete con cui ancora di recente ci si è trucidati nelle guerre civili di alcuni paesi africani. In battaglia poi si colpisce alle spalle, ai fianchi, ci si accanisce in due o più contro un avversario isolato: non è come in duello, dove almeno accanto al sangue c’è l’onore.

In “Il ritorno di Beorhtnoth”, poemetto di Tolkien sulla battaglia di Maldon fra Sassoni e Norreni, quando lo stolto cantore Totta, osservando il macello che vede attorno a sé commenta “Un tristo massacro davver questo scontro”, l’indurito veterano Tída risponde “È questa la guerra. Peggior non è oggi, di quelle che canti…”.

La distruzione, la morte e l’orrore caratterizzano la guerra dall’alba dei tempi (perfino gli scimpanzé combattono spietate guerre tribali) fino alla fine della storia, qualunque essa possa essere.

Però fino a che si combatteva a breve distanza con armi da taglio e da botta, ognuno aveva la scelta se calare la mano o no: ogni guerriero poteva scegliere liberamente se graziare o uccidere un prigioniero inerme o, in particolare, i civili della parte avversa. Si poteva decidere consapevolmente, con tutte le conseguenze del caso, se essere Uomini oppure Orchi.

La tecnologia però ha portato a qualcosa di diverso: la possibilità di uccidere e distruggere su vasta scala e a grandi distanze mediante artiglieria, bombe, missili e quant’altro.

Tolkien in una lettera scritta durante la Seconda Guerra Mondiale dice che l’Occidente ha scelto di combattere l’Oscuro Signore usando l’Anello, facendo riferimento alla tecnologia e in particolare all’aviazione militare in cui pure all’epoca combatteva suo figlio. Forse non c’era molta scelta, ma dato che si è usato l’Anello sarà meglio porre sempre molta attenzione all’Ombra che rischia di trasformare il portatore in ciò che ha combattuto. Non a caso perfino il Presidente “Ike” Eisenhower se ne uscì con quella famosa frase in cui dichiarava che, una volta sconfitto il fascismo (e poi il comunismo, possiamo aggiungere oggi), occorreva fare attenzione al “fascismo interno”, e in particolare all’apparato militare-industriale.

Sotto il punto di vista delle stragi di civili, il periodo peggiore è stato proprio il XX secolo, coi suoi bombardamenti a tappeto in cui, magari per distruggere una fabbrica di armi o un’acciaieria, si radeva al suolo un’intera città. In seguito l’uso di armi sempre più precise, chirurgiche e “intelligenti”, in mano a potenze a volte dotate di una certa vergogna davanti alla propria opinione pubblica, ha limitato sempre più – ma non eliminato – i numeri dei “danni collaterali” (in realtà bisogna tenere presente che si tratta sempre di persone reali, con una vita, affetti ecc.).

Purtroppo i civili continuano a morire ancora oggi, sotto missili imprecisi o deviati dalla contraerea, perché si trovano a vivere troppo vicino a obiettivi militari o ancora perché gente senza scrupoli li usa come “scudi umani” e l’altra parte non ha scrupoli sufficienti per rinunciare a infliggere il colpo.

In realtà se guardiamo al passato, anche in tempi remoti c’erano “danni collaterali”: Giuseppe Flavio per esempio nella Guerra Giudaica parla delle terribili macchine da guerra dei Romani, che spargevano il terrore coi loro sibili e rombi ed erano capaci di abbattere interi edifici all’interno delle città assediate con un colpo solo… edifici pieni di civili inermi, naturalmente.

Eppure allora il fenomeno era molto più limitato: in quelle epoche quando un civile moriva di solito era perché qualcuno aveva deciso che così doveva essere e qualcuno aveva calato una spada sul suo capo. Non c’era possibilità di errore, ma tutta intera la macchia cadeva sui colpevoli.

La possibilità di scelta fa una differenza abissale nella responsabilità, nel far ricadere il sangue delle vittime sulla testa degli assassini.

E’ pur vero che chi sferra un colpo a un bersaglio militare pur sopportando la possibilità che periscano anche degli innocenti si assume una responsabilità tremenda, che fa rabbrividire gli Uomini degni di questo nome. E nessuno sa che effetto possa fare un gesto simile agli occhi degli Dei.

Ma c’è di peggio: la guerra può sconvolgere la mente, una spirale di violenza subita e inflitta, la perdita dei compagni, tutto ciò può accecare i soldati facendo sì che sfoghino la loro frustrazione sui civili in un impulso cieco, come si è visto per esempio nei famigerati rastrellamenti dei villaggi nella guerra del Vietnam.

Eppure, ancora non abbiamo toccato, con queste azioni esecrabili e terrificanti, il fondo dell’abisso.

Infatti c’è chi pianifica e decide freddamente, scientemente e in piena consapevolezza di uccidere appositamente vecchi e bambini e madri, non importa per quale “nobile causa” o per quale rancore o a causa di quale presunta oppressione. Questo oggi avviene ancora, più raramente nelle guerre convenzionali (eppure ne abbiamo avuto ancora di recente testimonianze orrifiche, nella pulizia etnica e nell’intento deliberato di terrorizzare la popolazione mediante omicidi di massa), ma più di sovente nel terrorismo, in cui i carnefici ammazzano le loro inermi vittime civili a sangue freddo, in piena consapevolezza, faccia a faccia con pugnali o fucili d’assalto oppure lasciando accanto a loro uno zaino esplosivo.

Se, tornando alle idee di Tolkien (con cui concordo), si ha il diritto di difendersi non solo con la guerra aperta ma anche con la guerriglia contro le forze avversarie, facendo uso di imboscate, travestimenti, tranelli e altre azioni furtive, rivolgere le armi contro i civili invece non è moralmente giustificabile in nessun caso. Questo è un comportamento che non ha remissione, tantomeno se si parla di un’intera, deliberata strategia.

Se, come diceva il Professore, dentro ognuno di noi c’è sempre anche una parte di Orco, di certo chi si macchia di tali delitti rinuncia alla propria umanità e abbraccia per intero l’appartenenza alle schiere dannate degli Orchi.

 

 

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Di cattiva scrittura e cattivi eroi

settembre 5, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
Molti hanno criticato nella serie TV “The Rings of Power”, Prima Stagione, che Galadriel fosse dipinta come una guerriera. Con altre critiche alla serie (che ho recensito puntata per puntata su FB) posso essere d’accordo ma non con questa: Galadriel nei libri di Tolkien è un personaggio alquanto bellicoso, una comandante militare di prima importanza almeno fino a tutta la Seconda Era. I lettori possono approfondire questo aspetto dell’Elfa sui testi del Professore, o nel mio saggio “Guerra nella Terra di Mezzo” in cui si trattano estesamente questi temi. Purtroppo però nella serie quel che si vede non è una grande regina guerriera plurimillenaria nel pieno della sua esperienza e abilità, ma un’adolescente in armatura prepotente e sconsiderata, priva della più elementare diplomazia e di tutte le qualità che Tolkien stimava in un comandante: prudenza, audacia quando serve davvero e non per mettersi in mostra, cura per la vita dei propri soldati (!) ecc. Da parte della produzione si accampano scuse tirando in campo a sproposito l’arco di sviluppo del personaggio, che però dovrebbe essere bello che concluso e da parecchio, in un personaggio che ha già vissuto il paradiso e l’inferno, la disobbedienza agli Dei e la guerra civile fratricida, l’esodo fra i ghiacci, l’assedio posto all’Oscuro Signore, trionfi e sconfitte devastanti, e anche solo in termini di anni di vita trascorsi sulla terra ha l’esperienza di decine di vegliardi umani messi insieme uno dopo l’altro: un nostro ottuagenario in confronto a lei non sarebbe altro che un ingenuo ragazzino!
Qualcuno potrebbe chiedersi da dove venga una deriva così assurda per un personaggio tanto importante. Se avete questo dubbio vi consiglio il video qui sotto, che secondo me spiega molto bene tante cose sulla pessima scrittura di questo e tanti altri personaggi femminili, e sulla buona scrittura invece di altrettante eroine dello schermo, una distinzione che anche il pubblico ha saputo fare.
Due frasi importanti nel video, da ricordare:
– “You are not enough but you still can do great things”: gli eroi non dovrebbero essere in grado di risolvere la situazione da soli, “trovando la loro forza in loro stessi” ossia facendo appello a un potere che hanno già dentro (ma quando mai?), ma attraverso la collaborazione con gli altri, il duro apprendimento tramite l’esercizio dell’umiltà e della volontà, la sofferenza e, almeno nel caso degli eroi di Tolkien, un pizzico di aiuto da parte del grande disegno di Iluvatar.
– “Create characters to tell a story, not to prove a point”. Parlando di Tolkien, il Professore non voleva assolutamente che i suoi scritti venissero presi come allegorie, bensì come “creazione secondaria”, col fine ultimo della sua stessa bellezza. Non è un caso che le sue storie siano ancora così vive. Quindi personaggi “simbolo” non sono compatibili con la sua visione artistica e il suo mondo. In generale, personaggi di questo tipo sono sempre superficiali, poco credibili, poco empatici e poco appassionanti. Sono, appunto, allegorie, e non esseri umani (o elfici) a tutto tondo. Ma non tutti sono saggi come Tolkien, e molti autori ancora pensano di dover impartire al pubblico la lezioncina ideologica. Specialmente se parliamo di idee a loro volta superficiali e poco credibili, come un presunto “girl power”, o un misterioso “self empowerment” che dovrebbe permettere al personaggio di trovare la propria forza interiore e risolvere così ogni situazione, abbattere ogni ostacolo.
A questo punto ho fatto un esame di coscienza sui miei, di personaggi, dalla saga della Corona d’Acciaio ai Pretoriani Neri, e sapete cosa? Non credo di avere nessuno nelle mie pagine, uomini o donne che siano, le cui vittorie siano dovute al “trovare la propria forza interiore”: tutti nonostante le loro capacità hanno debolezze, incertezze, devono sudare e soffrire e sanguinare, e comunque tutti i loro sforzi non basterebbero se non avessero amici e alleati fidati al loro fianco, che non si ottengono “trovando se stessi” e “perseguendo la propria realizzazione” ma proprio al contrario: avendo attenzione per gli altri e ponendosi fini condivisibili dagli altri.
Solo così, nonostante i loro limiti, gli eroi prevalgono e si distinguono da quelli che cercano solo “empowerment” per se stessi, e che potete indovinare chi possano essere.
https://youtu.be/YmWgp4K9XuU
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Di bambole, “empowerment” e umanità

settembre 5, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
Anch’io alla fine ieri ho visto il film “Barbie”. Mi sono divertito parecchio: il mondo rosa fintissimo e plasticoso è realizzato davvero bene, le battute sono spassose, le citazioni gustose, i personaggi simpatici… tranne la figlia della tipa che lavora alla Mattel e le sue amiche, assolutamente odiose. Il personaggio più simpatico invece è di gran lunga quel cretino di Ken. Cretino lo è sempre stato, anche prima di apparire sullo schermo, fin da quando era solo un bambolotto di plastica con un sorriso beota stampato in faccia. Non potrebbe essere diverso, perché è un uomo-accessorio in un mondo femminile ideale, e se Barbie è un’idealizzazione estrema e irreale della donna, sia fisicamente che a livello di vita sociale e realizzazione professionale, Ken invece è la parodia di un uomo. Incarna infatti il tizio che Barbie deve avere accanto da esporre alle feste, o come cavalier servente. A scelta della bambina di turno può essere il fidanzato perfetto e adorante oppure un vero e proprio “servo della gleba” eternamente “friendzonato” come nel film. La sua cifra è il glamour, professione: “spiaggia”. Qualcuno dei miei lettori maschi ha mai giocato con Ken, si è mai identificato con lui? Non credo. I Ken di mia sorella nei nostri giochi facevano la figura del salame proprio come nel film. Il glamour da “ragazzo dorato” da spiaggia non attira per niente i ragazzini veri, che cercano altro, e precisamente cercano azione. Barbie può essere tutto ciò che vuole, quindi può essere anche una donna d’azione, ma l’uomo d’azione non è Ken, è (era) invece Big Jim, che infatti la Mattel proponeva ai maschietti in divisa militare, in tenuta da karate, o come spia-killer in stile James Bond. Nel suo ridicolo tentativo di portare a Barbieland il patriarcato, Ken prova a reinventarsi uomo d’azione, diventandone ovviamente solo una parodia, dato che parodia era e parodia rimane, e la cosa risulta esilarante.
Parentesi seria, andando a guardare al di là della cortina di faceto: l’oppressione matriarcale che si vede all’inizio esercitata sui poveri Ken trova il suo uguale e contrario nel decerebrato patriarcato che Ken tenta di imporre. Ovviamente viene gabbato e battuto (no spoiler, era evidente fin dal primo minuto). Barbie però non pensa mai che ci fosse qualcosa di sbagliato nel suo mondo, ha in mente sempre solo se stessa, chiede scusa a Ken solo tardivamente e molto parzialmente, lasciandolo peraltro nella sua condizione servile e di “homeless”. D’altra parte nemmeno Ken pensa per un solo istante di chiedere giustizia e uguaglianza, ma vuole solo insediarsi come nuovo oppressore. Non a caso Ken alla fine indossa una maglietta rivendicativa con la scritta “I am K-enough”, così come Barbie basta a se stessa.
Si tratta di comportamenti figli della filosofia, o filo-follia, vigente da quelle parti e contraria a quella delle “grandi storie”: un sogno di autorealizzazione egoistica, di empowerment solipsistico. Una ricerca del proprio potere, quando il potere è essenzialmente in se stesso sempre un male (“il Male”, se vogliamo), sebbene a volte sia un male necessario, ed è abbastanza chiaro che tipo di personaggi lo bramino, mentre i personaggi positivi lo vedono piuttosto come un pericoloso e doloroso fardello (vedi per esempio Aragorn in “Il Signore degli Anelli”).
Ma la specie umana, tanto per le donne quanto per gli uomini, è una specie politica, che vive in tribù nelle quali ognuno pensa anche agli altri, ama gli altri, addirittura a volte si sacrifica per gli altri, scende a compromessi cedendo un po’ dei propri sogni per far posto ai sogni degli altri. Le bambine e pure i bambini maschi per fortuna giocano non solo con Barbie e Big Jim, cosa che fanno da molti millenni prima di Barbie come si vede da questa immagine di una Barbie romana, ma qualche volta anche coi bambolotti neonati (io lo facevo piuttosto spesso giocando con mia sorella, magari “difendendoli dai cattivi”).
E nessuno, mai, è “enough” da solo, ma ognuno per vivere ha bisogno degli altri esseri umani mille volte al giorno, se vogliamo guardare in faccia la realtà invece che raccontarci scempiaggini.
Per fortuna, infatti, non esiste Barbieland come non esiste Kendom, e questo nostro mondo così imperfetto è molto migliore di entrambi, a dispetto di tutte le ideologie di plastica.
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I Principi del mare

gennaio 10, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento
“I principi del mare” di Andrea Gualchierotti, pubblicato da Edizioni Il Ciliegio vi trascina nel mondo dei poemi epici omerici, seguendo la vicenda del principe Alkas, fratello di uno dei Proci massacrati da Ulisse al suo ritorno a Itaca. La storia di Alkas non è solo piena di avventure, viaggi per mare, intrighi, azione e meraviglie, ma è anche portatrice del sapore di quelle terre ed epoche arcaiche: vi dona il gusto salmastro degli spruzzi d’acqua marina sul volto di marinai diretti verso l’ignoto, sponde selvagge e sconoscute e soprattutto personaggi e vicende degne del mito e della tragedia greca, come l’affascinante regina-strega Calliroe. Questa coprotagonisa in particolare ha la forza oscura, sensuale e dannata di una Medea o una Circe, e sovrasta con la sua nera stregoneria e le sue trame su ogni altro personaggio, Alkas compreso.
Ma parliamo dello stile di scrittura: coerentemente con l’ambientazione spesso si ha addirittura la sensazione di leggere in realtà non un romanzo scritto in lingua italiana, ma la traduzione di un testo originale in greco antico, tanto gli stilemi e le costruzioni dell’epica sono entrati nel sangue dello scrittore. Non che manchi la scorrevolezza, tutt’altro: il lettore non si annoierà nemmeno per un secondo, ma pur procedendo speditamente nello svolgimento dei fatti si può godere di tutta l’atmosfera del mondo antico. Ho pensato spesso, mentre assaporavo questa particolare scrittura, alle considerazioni di Borges sulle pseudo-traduzioni: il grande maestro argentino parlava infatti del fascino aggiuntivo che le traduzioni traggono dai modi di dire, le frasi idiomatiche e anche i proverbi di una lingua straniera, che – al contrario di quelli tipici della nostra lingua, a cui siamo abituati – appaiono originali, inusitati e pieni di fascino. Pensiamo per esempio a quanto scontata suoni la frase “era fra l’incudine e il martello” in italiano, e quanto invece fascinosa ed evocativa la traduzione letterale dallo spagnolo “era fra la spada e la parete”. Ugualmente, da uno spagnolo sarebbe giudicata molto espressiva e colorita la traduzione dall’italiano “estaba entre el yunque y el martillo”, mai sentita nella sua lingua. Per la saga di “Per la Corona d’Acciaio” infatti ho preso in prestito frasi idiomatiche e proverbi da varie lingue neolatine e dialetti, o ne ho inventati di sana pianta, per dare un’impronta originale alla lingua del Regno di Malia. Invece in questo caso è l’attrazione del greco antico sulla scrittura di questo romanzo che ci dona tutto il fascino di un’altruità tanto lontana da noi nel tempo quanto familiare, almeno per chi come me si sia dovuto cimentare in gioventù con la traduzione da quella antica e splendida lingua.
Dopo avervi consigliato calorosamente questa lettura, chiudo con un’ultima notazione, c’è infatti un altro aspetto che voglio segnalare: la presenza costante della religione di quei tempi, che nasce dalla mescolanza di riti e credenze di popoli diversi, sia ellenici arcaici che barbari, dove la magia, il sacrificio di sangue, divinità spesso feroci marcano la vita e la morte con una forza e una vitalità assolute. Nel più profondo di selve oscure e antri ctonii intravediamo con terrore quel che è nascosto e pure fa parte della religione antica: l’orrore metafisico di un universo dominato in origine non dalla luce di Apollo nè dalla giustizia di Zeus ma da belve immortali assetate di sangue, orrore rinnovato in epoche più recenti da un geniale visionario come Lovecraft. Ci viene così svelato il nostro stesso cuore di tenebra, che i secoli hanno tramutato in miti erroneamente creduti familiari e gentili quando invece, a ben guardare, la tenebra domina e il sangue gronda copioso in ognuno di essi. Nè, quando ci si lascia alle spalle la soglia di casa, è possibile ai mortali tornarvi: dopo lunghe peregrinazioni se si ha la fortuna di sopravvivere si scopre sempre che il posto che chiamavamo casa non è più lì ad attenderci, come anche noi non siamo più le stesse persone che un giorno si sono avventurate in mare. Eppure con un po’ di aiuto da parte del caso o del Fato, la forza di un eroe può provare a contrapporsi a mostri e avversari, perfino alle truculente macchinazioni di potenti streghe e alla fame di divinità oscure. Se non altro, sarà allora possibile, forse, accompagnarsi ad altri raminghi per intraprendere nuove imprese. Sottrarsi al fango primordiale da cui proveniamo non è cosa da poco ma nemmeno un’impresa del tutto impossibile, e non è un caso se proprio dal mondo ellenico ha preso l’avvio quel processo che oggi ancora alcuni di noi osano chiamare “civilizzazione”.
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