“Fabrizio stava ancora guardando fuori. Il pomeriggio era già diventato una notte d’ebano, nuvolosa e senza luna, e continuava a piovere a dirotto.

«L’accampamento è un mare di fango. Arriva quasi alle ginocchia, guarda.»

«Ci credo. È una nottata favorevole alla guerriglia di Ariete di Gransequoia: fossi in lui non me la lascerei sfuggire.»

Fabrizio si girò verso il compagno con gli occhi che brillavano di ammirazione. «È proprio in gamba, quel dannato. Questa mattina Temistokles ha detto che dovrebbe regnare lui, o qualcosa del genere. Sono in pochi a pensarla così, ma sono in molti a rispettarlo e a temerlo. E sono anche di più quelli che pensano che dovremmo lasciare in pace lui e i Gransequoia.»

Fabrizio si arrabattò nella tenda e alla fine riuscì a versare due coppe di vino caldo con pepe e chiodi di garofano.

«Contro i pensieri, niente di meglio dei bicchieri» disse, porgendo una coppa all’amico.

Vindice bevve un lungo sorso, poi poggiò la coppa, rigirò ancora una volta la spada tra le mani e la fece scivolare nel suo vecchio fodero di cuoio consunto.

«Fabrizio, io vado. Tu, in coscienza, puoi testimoniare che io questa notte non ho mai lasciato la tenda, vero?»

Fabrizio si strinse nelle spalle. «Se vuoi. Però dimmi dove vai.»

Vindice cominciò a spogliarsi, e indossò calze a brache nere e una giubba di lana dello stesso colore. Non tornò a indossare gli stivali ma rimase scalzo. Prese un pugnale.

 

Illustrazione di Teresa Consalici

 

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