Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio

Casa Maravoy, di Castelbrun (Gallesse)

aprile 14, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Araldica: testa di lupo nero, frontale, in campo rosso (realizzata da Lara Gramigni).

Antica Casata del Regno del Vino di Gallesse, Conti del Feudo di Castelbrun. Il dominio della famiglia sulla Contea risale almeno ai tempi dell’Impero Mitoien, in particolare si ricorda l’antenato Namasius Maravosius. Namasius fece ritorno dalla capitale Imperiale Fortia-che-fu poco prima che essa cadesse e fosse completamente distrutta dalle orde dei barbari Dosthan, ai tempi dell’Ultimo Imperatore Giulius. Da allora si dice che sia custodito dai Maravoy a Castelbrun un segreto dell’antico Impero.

 

Casa Maravoy dovette assistere due secoli or sono alla conquista del regno di Gallesse da parte dell’Impero Dosthan e fu costretta a giurare fedeltà ai nuovi dominatori, come la maggior parte delle Case nobili del Regno del Vino, nel Sud del paese (ben peggiore fu il destino della nobiltà del Regno del Pane, a Nord, che perì nella violenta conquista di quei territori o fu costretta a fuggire). La Casata assunse un ruolo di primo piano più di recente, quando Vengeator Maravoy fu scelto per guidare le forze del Regno del Vino durante la Guerra dei Due Imperatori, in cui riportò vittorie decisive a favore dell’Imperatore legittimo. Ciò spinse il Conte, molti anni dopo, a coinvolgere altri nobili di Gallesse in un tentativo di insurrezione contro l’Impero Dosthan approfittando di un momento favorevole.

 

Baronia di Petitport

 

Principali membri della Casata:
– Vengeator Maravoy. Conte di Castelbrun, eroe della Guerra dei Due Imperatori. Padre di Lyonel.
– Lyonel Maravoy. Condottiero, figlio di Vengeator, un tempo Conte di Castelbrun, in esilio. Padre di Vengeator detto Vindice.
– Demetra Mykenes Maravoy. Principessa dell’Isola di Mykenes, sposa di Lyonel Maravoy e madre di Vindice.
– Vindice Maravoy. Figlio ed Erede di Lyonel, capitano mercenario.

 

Baronia di Torre Rosat (sotto assedio). Illustrazione di Andrea Camaggi.

Share:
Reading time: 1 min

Lyonel Maravoy di Castelbrun

aprile 14, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Conte della Casa Maravoy di Castelbrun, Feudo del Regno del Vino di Gallesse, poi condottiero mercenario. Marito della principessa Isolana Demetra di Mykenes (vedi le vicende narrate del racconto “Il Torneo di Flora“) e padre di Vengeator detto Vindice, Alto, atletico, capelli bruni sempre spettinati, occhi scuri. Porta la spada avita della Casata di nome Malenvy. Lyonel è il protagonista della Parte Prima del romanzo “Per la Corona d’Acciaio”. All’epoca, il 3047 dalla Fondazione di Fortia-che-fu è l’Erede di suo padre Vengeator, Conte di Castelbrun, e si trova a combattere per salvare se stesso e la sua famiglia da una rappresaglia a sorpresa dell’Impero Dosthan che suo padre ha tradito. Educato alle virtù tradizionali di un cavaliere e Feudatario Gallessano, e all’orgoglio tipico di tale casta privilegiata, si trova ben presto nella scomoda situazione di esiliato condannato a morte in contumacia. Nel resto del romanzo, ambientato nel 3059, si è dovuto adattare alla vita di un condottiero mercenario errante, ma non è affatto dimentico delle sue alte origini.

Continue reading
Share:
Reading time: 1 min

Demetra Mykenes Maravoy

maggio 15, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Principessa dell’Isola di Mykenes, figlia dell’Autarca Nestor, sposa di Lyonel Maravoy e madre di Vindice. Tipica bellezza Isolana dai capelli castani e gli occhi azzurri. Sposò Lyonel Maravoy per amore in seguito alle vicende narrate nel racconto “Il Torneo di Flora“, trasferendosi poi a Castelbrun e condividendo da quel momento in poi le vicende di Casa Maravoy.

“Si girò verso Demetra di Mykenes. Se ne stava appoggiata all’albero di prua, tenendo avvolto loro figlio insieme a lei in una coperta che li riparava entrambi.
I lunghi capelli castani le ricadevano sulle guance, in disordine; il suo volto era ancora rigato dalle lacrime scivolate dai suoi occhi, azzurri come lo splendido mare della sua isola.
Non era mai stata più bella.”

Nestor, Autarca di Mykenes

 

 

Share:
Reading time: 1 min

Vengeator Maravoy

aprile 15, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Illustrazione di Andrea Camaggi

Vengeator, Conte di Castelbrun, eroe della Guerra dei Due Imperatori. Padre di Lyonel e nonno di Vindice. La sua congiura fallita contro il potere Imperiale Dosthan porterà all’esilio e alla rovina la Casa Maravoy. Alto e robusto con occhi neri e capelli pure scuri in gioventù, al tempo della congiura ormai bianchi e radi.

Continue reading
Share:
Reading time: 1 min

Patrici de Torre Rosat

settembre 24, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

 

Patrici era un tempo il Barone di Torre Rosat, un borghetto sorto sulla costa della Contea di Castelbrun sfruttando come fortificazione un’antica Torre-Trofeo Mitoien. Vassallo di fiducia della Casa Maravoy, ha seguito Lyonel e la sua famiglia nell’esilio abbandonando il suo piccolo dominio per guadagnarsi malamente la vita come Capitano mercenario della Compagnia Maravoy. Forte e massiccio, con grandi baffi un tempo castani e ora grigi, Patrici è un uomo burbero ma di buon cuore, una roccia su cui i Maravoy possono sempre contare.

“Torre Rosat: la Baronia di Patrici. Un antico monumento trionfale Mitoien divenuto il mastio del borgo fortificato su cui dominava il suo baffuto vassallo. Lassù, ancora si innalzavano la torre rosa in campo nero e il lupo dei Maravoy. E per davvero, dato che le truppe Imperiali stavano assediando la roccaforte. Davano la scalata alle mura e tiravano dardi su dardi. Da dentro si rispondeva con olio nero in fiamme e frecce e volontà. Patrici guardava la scena con uno sguardo pieno di apprensione. Era la sua gente, quella.”

Share:
Reading time: 1 min

Malenvy

aprile 15, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

La spada avita di Casa Maravoy, passa di mano insieme al titolo di Conte. E’ una preziosa lama di acciaio damascato. Proviene da Aldulana, capitale di Hesperios, il maggiore dei Regni dell’Ovest, dove si forgiano le spade migliori del Continente. E’ piuttosto lunga per essere una spada a una mano, ma leggera e maneggevole.

Continue reading
Share:
Reading time: 1 min

Violante

maggio 15, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

Possente destriero da guerra di Vindice Maravoy, fedelissimo a lui ma con un pessimo carattere e attitudini aggressive verso il resto del mondo. E’ nato a Malia, nella regione delle Colline Occidentali che è ben nota per l’allevamento di bovini e soprattutto di cavalli di grande qualità. Fu acquistato in quella regione da Lyonel Maravoy e regalato a suo figlio durante la prima campagna militare a cui Vindice partecipò attivamente, durante l’ultima guerra civile Maliana che svolse appunto in quelle terre. Il cavallo pareva inutilizzabile a causa della sua violenza, ma Vindice in qualche modo riuscì a farselo amico e renderlo docile ai propri comandi. Violante ha un manto nerissimo dai riflessi bluastri e violacei, dal che deriva il suo nome.

 

Share:
Reading time: 1 min

GLI ULTIMI EROI DELL’ARENA

marzo 22, 2023 by Marco Rubboli Nessun commento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Gli ultimi eroi dell’arena” è un romanzo breve ambientato al tempo della caduta dell’Impero Mitoien, edito da Accademia Nazionale di Scherma. Si segue la storia di due gladiatori, Glaucus e Felitia: lui arruolato in una delle ultime Legioni che cercano di frenare l’invasione dei barbari Dosthan, lei impegnata nell’ultima giornata di giochi dell’anfiteatro della grande città di Selenia, poco prima dell’arrivo alle porte del nemico. Nonostante sia un’opera ambientata nel mondo di fantasia di Malia, la gladiatura viene descritta in modo accurato, con tutte le classi di combattenti, l’armamento e il modo di combattere dei gladiatori Romani storici. Infatti dato che l’editore è una grande Istituzione del mondo della scherma, non poteva mancare un’Appendice Tecnica sulla vera gladiatura,

Potete ordinare il libro su Amazon qui: Gli ultimi eroi dell’arena

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Illustrazione di Andrea Camaggi”

“Uno schizzo di sangue cadde quasi sui piedi di Felitia. La gladiatrice fece un balzo indietro per non sporcarsi i calzari, così il liquido rosso andò a bagnare la sabbia dell’anfiteatro. Un boato risuonò sugli spalti, e il corpo della donna reagì con un fremito di eccitazione che le fece rizzare i capelli sulla nuca. Il ruggito del pubblico era per lei come il vino per un ubriacone, e si chiese come avrebbe fatto a vivere il resto della sua vita senza quelle emozioni. Il pubblico scandiva il nome del retiarius Isolano Drakos, che aveva ferito il suo avversario con un colpo da maestro. Anche il Console si era alzato in piedi, e applaudiva. Drakos correva intorno e si pavoneggiava agitando la rete come la ruota di un pavone, mentre Vitreus il secutor pisciava sangue dalla spalla sinistra. Vitreus aveva la pelle scura, e non si distingueva bene quanto fosse larga e profonda la lesione.

Drakos lo aveva attaccato sul lato destro, costringendolo a girarsi, e poi con un balzo felino si era gettato a sinistra sferrando una stoccata col tridente. L’arma aveva strisciato sul bordo dello scudo del combattente nero e gli aveva aperto la spalla.

La gladiatrice girò la testa per osservare meglio il ferito attraverso la grata dell’elmo. Sentiva il familiare rumore del suo proprio respiro reso metallico dalle pareti interne dell’elmo.

“Bah. Solo un graffio, tutto sommato. Drakos non dovrebbe esultare troppo.” giudicò con occhio esperto. Incrociò lo sguardo di Edurne, l’avversaria contro cui avrebbe combattuto fra poco, e intuì che anche lei stava pensando la stessa cosa.

“Vecchia volpe d’una lesbica Hesperiana, lo ha capito anche lei. Non avevo dubbi: non le sfugge niente. Fra un po’ ci divertiamo, io e lei.”

Vide gli occhi di Edurne brillare d’una luce d’intesa e immaginò i denti bianchi della provocatrix schiudersi in un ghigno inquietante. Non poteva scorgerlo, ovviamente: l’elmo d’acciaio le avvolgeva il capo e le nascondeva il viso. Ma poteva immaginarlo. La conosceva da una vita, d’altro canto, ed era da una vita che loro due si scambiavano coltellate.

Tornò a osservare i due uomini che combattevano.

L’arbitro si era avvicinato, aveva dato un’occhiata alla spalla del nero e aveva dato il permesso di andare avanti. Ora la folla se ne stava zitta, ammutolita dalla tensione. Gli spettatori avevano annusato il sangue, ma il verdetto finale non era stato ancora emesso.

Vitreus, che era uno tosto e non avrebbe rinunciato tanto facilmente a una vittoria, aveva ripreso ad avanzare verso il retiarius.

Drakos invece si teneva alla larga. Non è mai una brutta cosa che l’avversario perda sangue. A poco a poco gli sbollisce la rabbia, e col sangue perde anche le forze e il calore. Invece nei primi momenti dopo aver subito una ferita gli uomini diventano ancora più pericolosi, per il desiderio innato di vendetta. Gli uomini e anche le donne. Felitia ne aveva viste tante, entro quelle mura, e non era una che potesse commettere delle ingenuità come insuperbirsi per un graffio…

Però quel balletto non poteva durare molto, altrimenti la gente sulle gradinate si sarebbe incazzata. Volevano azione, mica tattica, quelli là.

E infatti Drakos, che tutto era meno che un pivello, rallentò e permise a Vitreus di avvicinarsi. Solo per fermare la sua avanzata a suon di botte sullo scudo. Le tre punte del tridente non permettevano a Vitreus di balzare di lato né a destra né a sinistra, bloccandolo lì dov’era.

Il guerriero dalla pelle scura però colse l’opportunità di gettarsi sotto la lunga arma del suo avversario, inclinando lo scudo in avanti e cacciandosi a testa bassa nel varco. Drakos si avvide subito del pericolo e scattò via, cercando di tirare indietro l’arma e recuperarla. Ma Vitreus lo incalzava senza dargli tregua: aveva trovato la sua occasione e non intendeva rinunciarvi.

Continue reading
Share:
Reading time: 12 min

I PURI- UN RACCONTO DELLE ISOLE

dicembre 25, 2018 by Marco Rubboli Nessun commento

di Marco Rubboli

I RACCONTI DI MALIA

Ormai il porto, la città, le stesse colline dell’Isola di Ischera non erano altro che una remota nebbia azzurrina. Orione Zanna, guardando la costa scomparire lontano a poppa del veliero, cercò di rammentare come tutto fosse iniziato.

E, ricordò, il disastro era cominciato nella taverna di Kratos, il Timone Spezzato. Il luogo più tranquillo del mondo, allora.

La taverna si chiamava così perché appeso nel salone si trovava un enorme pezzo di timone di nave, come spaccato dalle mani di un irato gigante. E il legno era così grosso e massiccio che veniva da domandarsi quale forza avesse potuto mai spezzarlo. Era stato il mare percosso da una formidabile tempesta, la stessa che aveva affondato la nave su cui Kratos in quel tempo serviva come nostromo. Kratos era riuscito ad aggrapparsi a quel pezzo di timone ed era stato sospinto a riva, per sua fortuna. Nessuno degli altri era sopravvissuto. Così Kratos aveva dato fondo ai suoi risparmi e aveva comprato la taverna, e adesso teneva quel cimelio appeso costantemente sopra la propria testa, come monito contro una voglia di viaggi e avventure che lo aveva ormai abbandonato.

Quella sera – una sera d’autunno inoltrato – non vi erano stelle in cielo a indicare la via e il vento soffiava forte sospingendo enormi nembi oscuri e raffiche di pioggia gelata. Il Timone Spezzato era un luogo caldo e accogliente, sempre pieno di odore di stufato e di vino, carne arrostita e pane. Il rifugio ideale per marinai, avventurieri e sbandati, mercanti di bassa lega e poca fortuna. Era un posto sicuro per tutti, non vi erano mai risse e di solito si parlava a mezza voce. Perfino le ragazze da taverna erano discrete e non insistenti, al Timone Spezzato.

C’erano nel porto posti più allegri e chiassosi, frequentati di solito da gente più giovane e inesperta, ma in quel luogo la sola presenza di Kratos toglieva a chiunque la voglia di creare fastidi. Kratos era un gigante dal cranio perfettamente calvo, la muscolatura solida e potente e la voce bassa, grave, un poco roca. Era sempre calmo, anche quando picchiava qualcuno. Quella sera c’era forse una ventina di clienti, alcuni ai tavoli, altri seduti su sgabelli con i gomiti appoggiati al bancone.

Orione Zanna, capitano e proprietario della nave mercantile Pinna Azzurra, Maliano originario di Fontanadolce, era tra questi.

Era un solitario per natura, ma gli piaceva ascoltare la sobria e sensata filosofia con cui Kratos commentava i fatti che gli avventori gli raccontavano.

I discorsi ruotavano banali, in modo piacevole e rassicurante, intorno al freddo e al tempo da lupi che imperversava quella notte, e Orione vuotava lentamente, coppa dopo coppa, la sua caraffa di vino rosso. Il fuoco crepitava nel camino, danzando placido.

Fu allora, durante un momento di silenzio, che entrarono quelle persone.

Erano in quattro, vestiti di bianco, sorridenti.

Un vecchio zoppicante, un bambino di forse dodici anni che lo sorreggeva e due ragazze di casta e semplice bellezza. Veli di lana grezza coprivano il capo dei quattro, e le loro vesti giungevano fino ai piedi. Il vecchio si era guardato intorno, mentre quelli venuti con lui mantenevano lo sguardo fisso a terra.

L’uomo aveva una lunga barba candida, naso aguzzo e profilo affilato, antiche rughe si dipartivano dall’angolo dei suoi occhi come profonde ragnatele. Doveva venire da Sud o da Oriente, di certo non era un Isolano.

Il suo sguardo e quello di Orione si incontrarono per un attimo, con improvvisa, reciproca antipatia. A Orione sembrò come se il vecchio volesse leggergli dentro, indagatore, in cerca di pensieri nascosti e ricordi proibiti. La sua reazione fu una tranquilla sfida.

Poi il vecchio distolse lo sguardo, e Orione tornò a fissare il suo nel liquido rosso che riempiva la coppa.

Non notò, non subito almeno, che tutti gli altri avventori avevano abbassato gli occhi, senza riuscire a sostenere lo sguardo del vecchio.

Il gruppo si avvicinò al bancone.

Orione, senza smettere di fissare il vino, sentì che il ragazzo parlava con Kratos.

Gli chiese se aveva qualche pezzo di pane che potesse dargli, e anche se il vecchio poteva fare un breve discorso agli avventori della taverna per tentare di salvare le loro anime.

Aveva parlato con un accento strano, era difficile dire da dove venisse.

Kratos diede loro un grande pane appena sfornato e un pezzo di formaggio e disse che potevano restare per ripararsi dalla pioggia, se volevano. Ma disse anche che, se i suoi avventori avessero voluto salvarsi l’anima, avrebbero potuto andare in qualche tempio, da quelle sanguisughe dei sacerdoti. Invece erano venuti al Timone Spezzato. Non era il tempo né il luogo per discorsi religiosi.

Orione sorrise sotto i baffi.

Il ragazzino insistette, ma Kratos gli spiegò chiaramente che non c’era niente da fare, e il bizzarro gruppetto scomparve come era arrivato.

Il vecchio non si degnò nemmeno di ringraziare.

“Ma che bravi, questi, che non si guadagnano il pane col sudore della fronte o affrontando i pericoli del mare, e però non si vergognano di chiederlo in dono ai peccatori.” mugugnò Orione, improvvisamente di mal umore.

______________________________________

Era notte fonda quando Orione raggiunse la Pinna Azzurra, ma a bordo pareva esserci una grande animazione. Incuriosito, allungò il passo e ben presto poté vedere che al centro di un chiassoso gruppo di marinai stava il suo giovane nostromo Andrea. Ridevano.

“Cosa diamine sta succedendo qui?” esclamò percorrendo veloce la passerella.

Il vociare si spense in un basso mormorio.

La piccola folla si aprì al passaggio di Orione, che in due falcate si trovò di fronte a un sorridente Andrea.

“Niente, capitano, stavamo solo parlando di una piccola avventura che ci è capitata questa sera.”

Orione si piantò a gambe larghe, con i pugni sui fianchi, e grugnì: “Spero solo che non vi siate cacciati in qualche guaio.”

“Nessun guaio, capitano, è già tutto finito.”

“Questo lo dici tu, Andrea, invece potrebbero esserci conseguenze piacevoli, per te!” esclamò qualcuno dal fondo. Tutti risero.

Orione era sempre irritato quando si trovava a essere all’oscuro di qualcosa.

“Allora?”

Andrea, un giovane snello dalla chioma bionda che gli arrivava alle spalle, raccontò che, trovandosi la ciurma in una taverna, avevano assistito a uno strano episodio: un vecchio, accompagnato da un bambino e due ragazze, era entrato ed aveva cominciato a predicare nella taverna. Le sue parole avevano incantato quasi tutti, ma alcuni avevano invece reagito male, e un bruto aveva addirittura molestato una delle ragazze. La povera fanciulla, per inciso molto avvenente, aveva cercato di difendersi e le molestie si erano trasformate in una vera e propria aggressione. A quel punto Andrea era intervenuto in sua difesa e si era scatenata una breve rissa tra la ciurma e gli amici dell’assalitore, terminata con la fuga precipitosa di questi ultimi. Nella confusione anche il predicatore e i suoi accompagnatori erano spariti. In seguito si era bevuto molto, e si era parlato per tutta la sera del discorso del vecchio, e delle sue affascinanti accolite.

Tutto qui.

Orione assentì. Congedò Andrea e la ciurma, pensieroso.

Rimase appoggiato alla balaustra, a guardare la pioggia che cadeva dal telone cerato al di sopra del ponte giù nell’acqua scura del porto, e si avvolse nel suo scuro mantello per proteggersi dal vento.

La luce dell’aurora iniziava già a rischiarare il cielo di Levante tra le nuvole oscure quando si decise a concedersi qualche ora di sonno.

____________________________________

Orione era in piedi vicino alla passerella della sua nave e stava trattando per vendere un’altra parte del carico della nave a un mercante locale quando la fanciulla apparve.

Si avvicinava facendosi strada tra la folla del porto, avvolta in pesanti veli candidi, gli occhi bassi e l’aria sperduta.

Il capitano la osservò chiedere informazioni a un passante, e poi dirigersi verso di lui.

Tardò un momento a capire che stava venendo proprio alla sua nave.

La ragazza si fermò davanti a lui e, sempre tenendo gli occhi bassi ed evitando di guardarlo negli occhi, gli chiese:

“Per favore, signore, potete dirmi se questa sia la nave su cui serve il nostromo Andrea Capoferro? Mi chiamo Elena, e vorrei parlargli, se per voi sta bene.”

“Sì, è questa.” rispose seccamente Orione, “Puoi salire a cercarlo, se vuoi.”

Poi tornò a concentrarsi sul mercante davanti a lui, che ora lo fissava con aria interrogativa.

La ragazza salì e in seguito Orione la vide parlare con Andrea, a lungo, sempre con voce sottile e a malapena udibile.

Solo più tardi ebbe occasione di chiedere al suo nostromo cosa fosse venuta a fare la giovane.

“Voleva solo ringraziarmi per averla difesa.” rispose Andrea, senza aggiungere altro. Pareva seccato dalla domanda del suo capitano.

Poi si girò e prese ad allontanarsi.

“Chissà perché diamine tengono sempre gli occhi bassi, quelle persone. Forse hanno fatto qualcosa di cui devono vergognarsi?” sbottò Orione.

Vide che Andrea si bloccava, esitando, con la schiena irrigidita come se quella non fosse stata una frase ma una freccia. Il giovane proseguì.

Continue reading

Share:
Reading time: 42 min

LA GIOSTRA DI FLORA – I

novembre 29, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Prima

I destrieri da guerra lanciati uno contro l’altro sudavano copiosamente sotto il sole spietato dell’isola di Tiria. I loro manti erano lucidi per lo sforzo. Anch’io ero madido. Mi asciugai la fronte col dorso della mano. Il cavaliere a sinistra era un Gallessano, sullo scudo una testa di lupo nera in campo rosso. Da destra si precipitava contro di lui il figlio di un ricchissimo mercante locale, un tale Salvatore Ranieri originario proprio di lì, di Ertapietra. Sulla sua rotella la testa feroce di una Furia dai lunghi canini. Il Gallessano all’ultimo si spostò di lato, e si scontrarono con un gran fragore. Avevo visto quello spettacolo parecchie volte, ma non cessavo di stupirmi della violenza degli urti che i contendenti si scambiavano. Solo l’abilità dei migliori armaioli poteva impedire che questi cavalieri morissero come mosche quando praticavano la loro attività preferita. Io, dal canto mio, avrei preferito affrontare dieci sgherri armati in un vicolo che fare una roba del genere. La lancia del mercante strisciò sullo scudo del Gallessano e aprì una sorta di cicatrice color acciaio sul muso del lupo che vi era raffigurato. Ma l’arma di quel Lyonel Maravoy invece colse il suo avversario in pieno petto, appena sopra al bordo della rotella. Per un istante l’asta di legno di frassino arrivò a curvarsi, mentre il pubblico tratteneva il fiato. Poi la cinghia sottopancia del cavallo del contendente locale cedette, e lui fu proiettato indietro. Salvatore Ranieri cadde nella polvere con tutta la sella. Maravoy si ritrovò lanciato avanti, ma subito tirò le redini di lato, fece girare il destriero su se stesso e balzò giù. Non si curò di armarsi ma accorse presso il suo avversario, per controllare se fosse ancora vivo. Quello era scosso, ma stava già cercando di liberarsi delle staffe e rialzarsi. Il Gallessano gli porse una mano però l’uomo di Tiria lo scacciò via, quasi in malo modo. Ranieri non aveva intenzione di arrendersi, anche se sul suo pettorale era evidente una grande ammaccatura centrale. Strano che non si fosse rotto delle costole, pensai, era stato fortunato. Mentre il giovane arrancava per rialzarsi Maravoy tornò al suo destriero ed estrasse la spada, il cui fodero era fissato alla sella. Fece un paio di molinelli per sgranchirsi il polso, che doveva aver subito il contraccolpo della botta di lancia, e si mise in guardia protendendo lo scudo. Aspettò con calma che il suo avversario fosse pronto. Intanto intorno a loro si andavano radunando giudici di gara, sergenti e araldi. I duellanti iniziarono a studiarsi, scambiandosi qualche colpo cauto. Il giovane mercante fece una finta sopra lo scudo e tagliò un mandritto alle gambe, ma Lyonel Maravoy balzò indietro sottraendosi al colpo. Poi fu lui ad attaccare: tentò di girare prima a sinistra e poi a destra dell’avversario rifilandogli al contempo ben quattro botte, che però il contendente locale riuscì sempre a parare o a schivare. Dopo aver ripreso fiato il ricco mercante si lanciò avanti con un roverso alto. Scelta infelice, osservai fra me e me. Il Gallessano ne approfittò subito: parò di spada, spinse l’arma di Salvatore Ranieri alla propria destra senza lasciarla andare, fece un passo avanti col piede sinistro e colpì di punta all’interno del braccio destro del mercante. La lama, pur smussata, si infisse nel bicipite. Il pubblico poté vedere la giubba imbottita del cavaliere di Ertapietra intridersi di sangue, che poi stillò a terra in grosse gocce. Due sergenti si gettarono in mezzo impugnando le partigiane e li separarono. Era finita. Maravoy alzò le braccia in segno di trionfo. Il perdente si tolse l’elmo rivelando un’espressione di dispetto, poi fu costretto a stringere la mano al vincitore, sia pure con una stizza che non tentò affatto di celare. Anche se lo sconfitto era un mio compatriota, o quasi, la sua scortesia mi aveva spinto a parteggiare per lo straniero. Così, pur senza esultare troppo, mi concessi un sorriso di soddisfazione. Ad ogni modo Maravoy si era dimostrato superiore sia a cavallo che a piedi, aveva meritato la vittoria e i festeggiamenti che i suoi vassalli gli stavano tributando in quel momento. In realtà per un popolano era già molto essere arrivato fino a quel punto della giostra: quel giovane mercante poteva essere contento della propria abilità con le armi. Un po’ meno della mancanza di gentilezza che lo aveva contraddistinto. A lui sarebbero state riservate adesso le cure del cerusico.

Messer Maravoy fece allora qualcosa di inaspettato: estrasse da una borsa della sella un drappo di tessuto prezioso con il blasone dei Conti di Castlebrun e camminò verso il palco dove stavano gli spettatori della nobiltà.

Poi lo baciò, e lo lanciò a una giovane dama. Era un gesto molto impegnativo. Mi sforzai di vedere chi fosse, ma era troppo lontano. Però ero curioso, quindi mi feci largo tra la folla.

La damigella che stringeva il drappo era una bellezza, aveva lunghi capelli castani e grandi occhi azzurri. Aveva le guance un po’ arrossate. Comprensibile. Il padre della fanciulla, al suo fianco, era rigido come una statua di pietra. A giudicare dalle vesti dovevano essere originari di Tiria oppure Isolani. Ma perché stare a fare illazioni? C’era un araldo proprio lì alla mia portata.

“Scusate, signore, sapete dirmi per caso chi sia quella damigella a cui il nobile Maravoy ha porto omaggio?”

L’araldo, secco e rugoso come una vecchia tartaruga, mi squadrò come se fossi uno straccione.

“Ma certo. E’ Demetra di Mykenes, figlia dell’Autarca. Non vedete le loro insegne?”

Come no, certo che le vedo. Ma non sono un araldo. Vengo dall’Altopiano Centrale e non sono mica tenuto a conoscere tutte le stirpi delle infinite Isole che costellano il mare, no?

A volte quelli di Tiria erano fastidiosi: tendevano a considerare la loro isola il centro del mondo e loro stessi gli unici esseri umani perfetti. Chi si ritiene perfetto non potrà mai migliorare, l’avevo imparato a mie spese molto tempo prima, all’accademia di scherma a Novafortia. Gli uomini di Tiria non si ritenevano né Maliani né Isolani ma in qualche modo credevano di stare al di sopra di entrambi. Erano in realtà semplicemente una via di mezzo tra i due.

Comunque mi tenni per me la rispostaccia che avrei potuto dare e tornai a girarmi verso la lizza.

Mentre scudieri e paggi portavano via cavalieri, armi e cavalli da guerra si iniziò a preparare il campo per l’ultimo scontro della giornata, che vedeva ancora in lizza un cavaliere di Castelbrun. Era il giovanissimo Barone Claudi de Naute-riu, l’ultimo straniero ancora rimasto in gioco oltre al suo signore che aveva appena vinto lo scontro, e a un Principe Isolano. I cavalieri di Castelbrun si erano fatti valere al di là di ogni aspettativa. Altri Gallessani, Dosthan, Isolani e uomini dell’Ovest erano stati riportati alle loro tende con fratture e lesioni. Quelli feriti in modo più lieve si assiepavano dall’altra parte dello steccato, per assistere agli scontri di chi era stato più fortunato di loro. La giostra dedicata alla Dea Flora, che si teneva ogni tre anni a Ertapietra, aveva sempre avuto fama di essere tra le più dure. Oltre ai migliori campioni delle giostre dell’intero Continente, alcuni dei quali vivevano vagando di continuo di torneo in torneo, di giostra in giostra, si presentava un gran numero di cavalieri da tutte le Terre Meridionali di Malia, dalle altre Isole e, com’era naturale, da Tiria stessa.

Tamburi e chiarine iniziarono a suonare, annunciando il combattimento. Il diciassettenne Barone di Naute-riu affrontava un cavaliere di Rocciarossa, un Feudo sulla Costa del Tramonto. Era costui un certo Marco Sarti, un veterano che aveva giostrato in giro per tutta Malia. Io avevo visto entrambi tirare di spada: Claudi in addestramento presso la sua tenda, un paio di giorni prima, e Marco Sarti in un torneo ad Altarocca tre anni fa. Perciò ero certo che se fossero giunti alle spade l’esperto uomo di Rocciarossa avrebbe potuto battere senza troppi problemi il sia pur valoro Gallessano. Riconobbi il blasone rosso e oro del signore di Rocciarossa, che il cavaliere suo vassallo portava in campo con onore anche quel giorno.

Dall’altra parte veniva avanti Naute-riu, con la visiera dell’elmo alzata a mostrare i tratti piacevoli e regolari del volto. Ognuno dei due aveva già eliminato cinque avversari, a quel punto. Il vincitore dello scontro sarebbe entrato fra gli otto migliori del torneo, e all’indomani avrebbe avuto l’occasione di battersi ancora per il primo posto. I destrieri sbuffavano, inquieti. Il sole aveva preso ad abbassarsi sull’orizzonte ma il caldo era ancora asfissiante.

Al segnale degli araldi il Gallessano abbassò la visiera ed entrambi i cavalieri diedero di sprone. Quando furono vicini Sarti abbassò la lancia spostandola a sinistra e si piegò. In quel modo, alzando l’arma all’ultimo momento avrebbe scostato l’arma del Gallessano alla propria destra mandandola fuori bersaglio, mentre la sua avrebbe centrato l’avversario in pieno. Una manovra ardita. Ma quando il Maliano alzò la lancia Claudi de Naute-riu abbassò la sua, la passò sotto a quella di Sarti e tornò a rialzarla all’interno, trasportandogli l’arma nemica fuori dalla linea. Colse il Maliano alla spalla sinistra, rovesciandolo a terra. Sarti cadde di sella fra il rumoreggiare della folla. Quando il giovanissimo Claudi frenò il suo bianco destriero e gli applausi cessarono, si udirono le grida di dolore del cavaliere di Rocciarossa. Lo soccorsero. Non c’era sangue, ma lui si rotolava per terra e non smetteva di gridare. Anche il Gallessano scese di sella e si tolse l’elmo, preoccupato.

I medici liberarono Sarti dello spallaccio, che aveva una bella ammaccatura, e poi di tutta la parte superiore dell’armatura. Dovettero togliergli anche la giubba imbottita e la camicia, e a quel punto si vide che, sotto a un vasto livido nerastro, la spalla era lussata. Aiutarono Marco Sarti a mettersi in ginocchio, poi uno dei medici gli tirò forte un braccio e l’altro operò sul deltoide ricollocando l’osso nella sua sede.

Il cavaliere respirò forte. Il suo corpo muscoloso e cosparso di cicatrici era tutto sudato e lucido, per la gioia delle dame presenti.

Quando riuscì ad alzarsi si prese anche lui un applauso dal pubblico.

Claudi gli sorrise, rassicurato:

“Spada?”

Quello fece cenno di no e scosse la testa.

“Non oggi, mio signore. Un altro giorno sarò felice di accontentarvi, ma per oggi ho già ricevuto la mia lezione. Siete stato incredibile con la lancia, complimenti.”

“Grazie a voi, è stato un onore incontrarvi sul campo.”

Si strinsero la mano.

Era finita.

La gente iniziò ad allontanarsi a piccoli gruppi, in attesa che calasse il sole e l’aria rinfrescasse. Allora sarebbero iniziate le danze, le bevute e i corteggiamenti. Io bighellonai un po’ in giro, fino a che mi parve di vedere tra la folla il cappuccio di una cappa che mi parve di riconoscere. Non era possibile. Non potevano avermi seguito fino a lì, così lontano dalla mia terra. Eppure, se non proprio lui, ero sicuro che fosse uno di loro.

Continue reading
Share:
Reading time: 19 min
Page 3 of 16« First...«2345»10...Last »

Popular Posts

PER LA CORONA D’ACCIAIO: NUOVA EDIZIONE CON NOCTURNA GDS

agosto 26, 2024

La mappa di Gallesse: il Regno del Pane

luglio 19, 2026

La mappa di Gallesse: il Regno del Vino

CONTRO DUE IMPERI – PER LA CORONA D’ACCIAIO II

agosto 26, 2024

Categorie

  • Articoli
  • Casate
  • Estratti
  • Eventi Storici
  • Illustrazioni
  • Luoghi
  • Mappe
  • Personaggi
  • Racconti

Search

Recent Posts

La mappa di Gallesse: il Regno del Vino

luglio 19, 2026

La mappa di Gallesse: il Regno del Pane

PER LA CORONA D’ACCIAIO: NUOVA EDIZIONE CON NOCTURNA GDS

agosto 26, 2024

CONTRO DUE IMPERI – PER LA CORONA D’ACCIAIO II

Like Us On Facebook

Tag Cloud

#tolkien alessandro dumas alexandre dumas arturo pérez reverte avventura classica barbari Caterina Franciosi compagnie di ventura condottiero corona d'acciaio corona d'Italia dumas elfi empowerment ernst junger esule fantasy fantasy italiano fantasy mediterraneo fantasy storico gladiatores gladiatori hema historical european martial arts impero impero romano i tre moschettieri julien gracq letteratura di genere low fantasy Marco Rubboli mercenario moschettieri nobile in esilio Per la Corona d'Acciaio pretoriani neri romani salad'arme achille marozzo scherma storica shieldmaiden torneo medievale tre moschettieri vichinghi vikings watson edizioni

Freya Post slider

  • GLI ULTIMI EROI DELL’ARENA

  • Battaglia navale a Petiport

  • Estratto 1

  • Estratto 2

  • Estratto 3

  • Estratto 4

Socialize with me

FOLLOW ME ON INSTAGRAM

Please enter an Access Token on the Instagram Feed plugin Settings page.

FacebookInstagram
© 2018 copyright. All rights reserved. Abbiamo fatto il possibile per reperire i proprietario dei diritti. Restiamo a disposizione per eventuali adempimenti d'uso