Per la Corona d'Acciaio - Per la Corona d'Acciaio
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LA GIOSTRA DI FLORA – II

dicembre 27, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Seconda

Mi chiusi alle spalle la porta della mia camera. Mi girai e feci un salto sul posto, la mia mano corse all’impugnatura della spada. Un’alta figura incappucciata sedeva accanto al giaciglio. Solo la vista delle cioce che portava alle gambe, tipiche della mia terra, mi trattenne dall’infilzarlo sul posto, su due piedi.
“Buona serata, Publio.”
“Ma che ti possano ammazzare, sarà il modo di presentarsi? A quest’ora, poi…”
Un ghigno da sotto il cappuccio mi irritò ancora di più.
“Uno Stregone si presenta come e quando crede, Messer Maestro.”
“Già, voialtri non coltivate l’esotica arte dell’educazione. Questo l’ho capito tempo fa. Cosa ti porta fin qui?”
“Non lo immagini? Ti ho spinto io a venire al torneo. E dovrei rinunciare ad assistere di persona a quel che ho messo in moto?”
Alzai le spalle.
“Fai un po’ come vuoi, ma non starmi fra i piedi. Io lavoro di lama, e quelli che mi stanno attorno è facile che si taglino. Voi Stregoni non sanguinate in modo diverso dalle altre persone. O sbaglio?”
L’uomo rise e si portò alle labbra un bicchiere di vino che si era servito dalla mia bottiglia, ovviamente senza prima chiederlo. Poi si pulì la lunga barba castana con il dorso della mano.
“Molti di noi Stregoni hanno fatto sogni che riguardano Casa Maravoy. Sogni confusi, ma probabilmente importanti. Si tratta di una famiglia che custodisce cose del passato, che oggi forse non hanno più molta importanza ma un tempo hanno cambiato il mondo. E però c’è anche dell’altro, che non riusciamo a vedere bene. Ci vuole qualcuno accanto a loro, qualcuno che provenga dalle parti nostre e che tenga gli occhi aperti. Tu devi proteggere quella Casata per conto nostro, Publio. Lo devi fare e lo farai, iniziando da ora. Poi ci faremo vivi noi, se qualcosa dovesse cambiare.”
Io ero ancora accanto alla porta, con la destra ancora sulla spada. Non mi sentivo comodo nella mia stessa stanza, non abbastanza da addentrarmici. Quello era un uomo pericoloso, probabilmente più pericoloso di me. E molto più infido.
Come non avevo osato trasgredire al suo consiglio di venire a Ertapietra, ugualmente ora non osavo sedermi vicino a lui. Era vero che dovevo cambiare aria e lasciare l’Altopiano a causa dei miei errori passati, però la meta del mio viaggio non l’avevo decisa io ma lui, loro. Avevo fatto dei sogni, a cui avevo cercato di non fare caso. Allora avevo ricevuto la prima visita dello Stregone. Consideravo gli Stregoni una vera e propria piaga per la mia terra, dei ciarlatani e degli approfittatori che sfruttavano la superstizione degli ignoranti. Ma, come tutti sull’Altopiano, ne avevo una paura fottuta.
Da giovane ero stato per un po’ l’apprendista di uno di loro, che mi aveva insegnato diversi trucchi e “incantesimi”. Dopo un po’ mi ero reso conto che quell’uomo mi stava rovinando la vita e sconvolgendo la mente, con le sue dannate illusioni. Così l’avevo mandato a quel paese ed ero andato a Novafortia a studiare scherma. Più tardi avevo scoperto che il mio Stregone aveva una fama dubbia perfino presso i suoi colleghi.
Invece si diceva che il mio interlocutore attuale fosse ben diverso: una persona degna, per quanto uno Stregone possa esserlo. Ne avevo sentito parlare tempo prima ma l’avevo visto una volta sola e da lontano, dalle mie parti: aveva curato un malato e se stava andando. Invece un maledetto giorno era venuto a trovare proprio me. Mi aveva ordinato senza mezzi termini di andare a rifugiarmi a Ertapietra, e di arrivare in città in tempo per il torneo. Avevo cercato di oppormi ma il suo sguardo fisso da rapace mi aveva messo seduto, e non avevo potuto fare altro che accettare. Tanto da qualche parte dovevo pur andare, quindi tanto valeva accontentarlo.
E adesso me lo vedevo sbucare in casa dal nulla ed ero ancora una volta ai suoi ordini. Dannazione. Di nuovo, come da giovane, non mi sentivo padrone della mia vita.
“Nessuno è padrone della sua vita.” disse lui con tranquillità, come se fosse normale leggere nella testa della gente. Al mio sguardo sorpreso alzò un sopracciglio e disse:
“Non è difficile immaginare cosa pensi, Publio Marsi. Sei prevedibile, quando non tiri di spada.”
Sospirai.
“Allora, cosa vuoi che faccia per te adesso?”
“Per me niente. Fai qualcosa per te stesso, e per Malia. Fai quello che tu stesso già stavi per fare. Entra al servizio di Casa Maravoy. Sii il loro spirito guardiano. E veglia su di loro. C’è un oscuro pericolo che incombe sul futuro di quella famiglia, cose che devono e cose che non devono accadere.”
Maledetto. Come faceva a sapere sempre tutto, quello?
“Io sto per entrare al servizio di Casa Naute-riu, se gli Dei lo vorranno. Sono Baroni vassalli dei Maravoy, non è la famiglia del Conte.”
“Allora devi metterti in mostra un po’ di più.” mi disse lo Stregone sfoderando il suo più bel sorriso.

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LA GIOSTRA DI FLORA – III

gennaio 27, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Parte Terza

Parte Terza

L’ultimo giorno la giostra non si svolgeva sulla piana fuori le mura come le fasi iniziali, ma nell’antico Teatro della città che si ergeva a metà strada fra il paese e l’Acropoli, scavato nel fianco della collina rocciosa di Ertapietra. Mi avevano riferito che il Teatro risaliva agli antichi Isolani che avevano colonizzato Tiria molto secoli or sono. Lo usavano per mettere in scena le loro tragedie. Poi con i Mitoien le gradinate più basse erano state rimosse e il Teatro era stato adibito anche ai giochi gladiatori e alle venazioni di belve feroci.

Galeazzo e io ci eravamo accodati ai Gallessani, così risalimmo le ripide vie della cittadella e ci arrampicammo sul sentiero sassoso che conduceva al Teatro, sempre seguendo la tetra testa di lupo in campo rosso dei Maravoy. Dietro di noi avanzavano gli alfieri dei Campofiorito, drappeggiati nelle loro vesti e bandiere bianche e rosse.

Poi mentre i contendenti entravano dalla porta principale che dava sulla scena con i loro paggi e scudieri, noi e tutti gli altri accompagnatori salimmo gli scalini sulla destra e prendemmo posto sulle gradinate.

Le enormi colonne della scena da lassù parevano svelte e snelle; fra l’una e l’altra si intravedeva il mare d’un blu scurissimo. Laggiù galleggiavano alla rada le galee dei nobili convenuti, circondate dalle barche dei pescatori quasi come imponenti cigni attorno a cui si accalchino degli anatroccoli. Dall’altro lato si poteva ammirare l’alto vulcano innevato che si innalzava a non troppa distanza, e che alcuni dei signori presenti al torneo avevano visitato a cavallo nei giorni precedenti la disfida, accompagnando le loro dame.

“Si dice in giro” mi informò Galeazzo “che in quell’occasione Lyonel Maravoy abbia potuto parlare a lungo con Demetra di Mykenes, e che sia lì che è scattato qualcosa fra i due. Qualcosa che però, a quanto pare, il padre della damigella Isolana non approva del tutto. Lyonel è un magnifico signore, un ottimo partito anche per una Principessa delle Isole. Però fra gli Isolani la distinzione fra nobili e popolani è molto più sfumata che da noi, figurarsi in confronto a quegli altezzosi Gallessani. Forse l’Autarca teme che la figlia possa essere considerata di rango inferiore dai nobilastri di Gallesse, e quindi disprezzata.”

Lo spazio disponibile per i cavalieri in lizza non era tanto vasto quanto nella piana, quindi avrebbero dovuto partire subito lanciati alla massima velocità: non c’era tempo per accelerare gradualmente, né per rimediare a un errore.

Per primo gareggiò Lyonel Maravoy contro un Principe Isolano: il figlio dell’Autocrate di Zakinthos. Si colpirono a vicenda sullo scudo, spezzando entrambe le lance, ma nessuno dei due cadde. Allora sguainarono le spade e presero a tempestarsi di colpi girandosi intorno. Ognuno tentava di mettersi in posizione di vantaggio, cercando il lato sinistro dell’avversario. Gli zoccoli dei destrieri tormentavano l’arena del campo, gli scudi si riempivano di ammaccature. A un certo punto Lyonel colpì l’Isolano al petto con lo scudo, precipitandolo giù di sella. Cavallerescamente l’Erede di Castelbrun scese anche lui e attese che l’altro si alzasse. Si affrontarono a piedi. La lotta non fu breve: entrambi erano giovani, abili e forti, e nessuno voleva cedere. Ma, preso dalla foga, il nobile di Zakinthos scoprì la mano tirando un mandritto. Maravoy fece scattare la sua lama, e gli inchiodò il palmo della destra. L’Isolano lasciò cadere la spada e alzò le braccia in segno di resa. Lyonel rinfoderò la sua lama e fu il primo a soccorrerlo. Non c’era sangue, ma il Principe di Zakinthos faceva fatica a chiudere le dita per il dolore della botta. Prima che il ferito fosse portato via il Gallessano andò ad abbracciarlo. Nessun rancore, erano entrambi gentiluomini e ognuno aveva potuto avere un assaggio del valore dell’altro.

Ancora una volta Lyonel prima di lasciare il campo camminò fino alla zona dove stavano i signori di Mykenes e rese omaggio alla damigella del suo cuore.

“Bello!” disse Galeazzo, quasi stendendosi sul marmo del sedile “Hai visto che ha imitato quello che hai fatto tu prima a Claudi? Sarà un ottimo allievo.”

“Io non ho tirato una punta, ma un colpo di filo falso.” puntualizzai.

“Bah, cambia poco, l’azione era quella.” rispose il mio amico con un gesto come a scacciare delle mosche fastidiose.

Fu la volta di altri combattenti, e poi toccò a Claudi de Naute-riu.

“Se vince, poi dovrà combattere col suo signore.” osservò Galeazzo.

Alzai un sopracciglio.

“Davvero? Non mi sembra una bella cosa. Non potevano smistarli in modo diverso?”

Lui fece spallucce.

“La scelta degli scontri è casuale: un sacerdote estrae a caso le sorti di ognuno.”

“I sacerdoti sono dei vecchi marpioni abili di occhio e di mano, e per lo più corrotti.” risposi, insinuando un dubbio sulla correttezza della scelta. Ne sapevo qualcosa, io, dei trucchi di Stregoni e sacerdoti.

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LA TERZA VOCE

maggio 22, 2020 by Marco Rubboli Nessun commento

di Jari Lanzoni

I RACCONTI DI MALIA

I

La terza casa oltre i magazzini dei Manzini, sul lato est del porto di Alesia, era completamente bianca. L’edificio appariva alto e curiosamente stretto, dotato di una sola stanza per ognuno dei tre piani. Non c’era alcuna insegna, non serviva, bastava attendere un poco dopo l’alba e si poteva vedere la porticina in legno schiudersi, poi una figura alta a magra che legava sullo stipite due frasche di ulivo, per poi rientrare con passo leggero.

A quel punto, in ordine, tutta la piccola fila di popolani che era in attesa faceva capolino sull’uscio. Spesso si trattava di marmaglia che era rimasta seduta per ore, respirando rabbiosamente fino all’acidosi e tamponandosi una ferita, altre volte una madre con un bambino pallido, o un neonato magrissimo. Vagabondi, disperati, bravacci, prostitute, contadini senza un soldo. Tutti loro potevano entrare nella casa dei Fratelli Giano, se con ordine, silenzio e pazienza. Lo sapevano tutti.

“Valeria di Pozzo” disse uno dei Fratelli, Polluce, mentre una ragazza giovanissima entrava nella stanza color latte, stringendo al seno una bambinetta di nemmeno due anni. “Di Pozzo come il marito, Varrone di Pozzo. Alto, barba scura. Maniscalco.”

“La piccola Vegelia” disse l’altro, Castore ovviamente, senza nemmeno guardarla, ma indicandole uno sgabello di legno su cui sedersi. “Ha i capelli del padre ma si schiariranno dopo il terzo anno.”

Valeria si era fatta sfilare la bambina tra le braccia e ora si stringeva le braccia al petto. Le dita intrecciate non riuscivano a nascondere un certo tremore.

“Non è malata” disse con la voce rotta dall’umiliazione. “Ho sentito che qui aiutate…”

“Ti sembriamo forse dei filantropi?” chiosò Polluce.

Lei scosse il capo. Guardando le loro schiene. Mai il viso o gli occhi. La stanza in cui sedeva aveva le pareti scaffalate, piene di vasi, vasetti, cartocci ingialliti, tazze di peltro colme di lunghi aghi, piccole fiasche, fogli di carta tenuti fermi da una sfera di metallo bianco, ninnoli, rotoli di erbe disseccate e pressate.

Castore e Polluce non guardavano mai i loro ospiti improvvisati, lo sapevano tutti. Ma questo non rendeva più sopportabile l’angoscia di Valeria. I due fratelli erano alti e magri, pelle candida come il latte, e lo stesso per le le tuniche immacolate che si tenevano addosso, mani lunghe, dita sottili con falangi molto pronunciate, una spolverata di radi capelli bianchi alla sommità del capo. I loro occhi azzurrissimi vagavano continuamente sul soffitto, sui medicinali, sulla scarsa mobilia, sulla lettiga, ma mai, mai sul volto di un paziente. Nemmeno si guardavano tra loro. Mai. Alcuni avevano pensato che fossero ciechi, ma semplicemente vedevano diversamente, sentivano diversamente.

“Troppo magra” mormorò Polluce sfiorando il petto della bambina. “Le ossa non si formeranno bene. E’ sfinita, poco grasso, i muscoli sono deboli.”

Valeria tirò su con il naso. Gli occhi trattenevano a stento le lacrime. “Mio marito non è tornato quattro sere fa… ho chiesto a Marcello della Valle, ho sentito il sacer…”

“Carne, ma non subito” Castore sembrava leggere un elenco e non parlare con un altro essere umano. “Una pappa di miglio. Molta acqua.”

“Carne, non pensi ad altro” lo rimbeccò Polluce. “Verdure cotte, molto meglio.”

Castore si voltò verso una serie di scaffali. “Valeria hai due stanze nel vicolo del Gallo Rosso, tornaci in fretta” si umettò con la lingua la punta dell’indice sinistro. “Passerà una donna grassa tra due ore. Avrai verdura, olio, miglio, legna, tre pani. Raccontale chi passa sul pontile sopra di te e delle facce che vedi più spesso.”

“C’è un uomo che viene ogni due giorni e incontra una fantesca magra, prima scende da una carrozza e sarebbe utile sapere chi l’aspetta dentro la vettura” Polluce era dall’altra parte della stanza e trasse da una sacca squadrata di vimini un’ampolla piena di liquido verdastro. “Un cucchiaio di questo al giorno. Niente carne prima di tre giorni. Prendi l’acqua dal pozzo vicino ai verdurai, sono centosette passi in più per te ma è migliore rispetto alla fontana in fondo alla tua strada.

“Non capisco…” balbettò la donna, sfinita dopo giorni di fame. Attendeva il ritorno del marito dopo un lungo digiuno. La sua assenza le aveva fatte sprofondare nella fame. Alesia non era la loro città, nessuno le aiutava. Aveva usato le ultime risorse per nutrire la piccola Vegelia.

“La fontana è troppo vicino all’orinatoio e la usano per pulire le sozzure durante i giorni di mercato. Usi troppo quell’acqua.”

I due gemelli non badarono alla sua confusione. “La carne la porterà il Vecchio Gioacchino, non il figlio che ha lo stesso nome. Pollame. Il brodo aiuterà Vegelia. Avrai solo tre parti di carne alla settimana. Usala bene.”

Parole di ringraziamento stavano per sgorgare dalla bocca della giovane madre, le lacrime le stavano già rigando il viso. Non potè dire una sola parola. Castore la zittì con un gesto. Polluce le restituì Vegelia tra le braccia. Avrebbe fatto di tutto per loro. Ascoltato, visto e riferito di tutto, sempre.

Dopo che la ragazza fu uscita Polluce passò davanti alla porta andando a spostare un pesante vaso da cui provenivano sentori pungenti.

“Giovane con spalle robuste, quarto in fila, rigonfiamento del pugnale nello stivale destro” disse al fratello ruotando la testa verso un punto indistinto del soffitto. “Ottone di Castro, ventidue anni. Si copre l’arma secondaria con una mantelletta inutile. Una sorella artigiana sopra Altoborgo e un fratellastro ormai vecchio che si spacca la schiena al porto. Ottimi riflessi. Leggermente sbilanciato negli scarti laterali. Cercherà di aprirti la gola da sinistra a destra, alle spalle.”

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Battaglia navale a Petiport

febbraio 20, 2026 by Marco Rubboli Nessun commento

Illustrazione di Andrea Camaggi

 

“I tamburi rimbombavano a un ritmo frenetico e i rematori davano tutto quel che avevano in corpo, sudando e stringendo i denti.

I balestrieri presero di mira i legni degli oppressori.

I cavalieri estrassero le lame e si chiusero dietro gli scudi.

I Dosthan, colti di sorpresa, cercarono di virare per presentare le prue ai vascelli di Castelbrun.

Troppo tardi.

Molte galee Imperiali furono investite tra il fianco e la prua: i rostri Gallessani annientarono senza pietà le loro travi di legno. Ora bisognava manovrare tra le urla dei soldati e dei marinai, tra le frecce che cadevano ovunque.

La nave di Lyonel speronò una trireme nemica, aprendole un grosso squarcio a poca distanza dal suo stesso rostro. Alcuni Dosthan saltarono a bordo, accolti dal fitto tiro dei balestrieri Gallessani. Poi i tiratori si fecero indietro e i cavalieri di Castelbrun caricarono di corsa, guidati da Lyonel e Patrici.”

 

 

 

 

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MARIO L’AVVENTURIERO

gennaio 19, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

 

“Gli oceani si abbattono sulle lunghe coste frastagliate, dimora di draghi,

Esplodendo sotto la luna cremisi con spruzzi ardenti,

E castelli di ferro aprono le loro porte,

E donne serpente mi allettano con l’arpa, e con me giacciono,

Le onde vaporose vibrano sotto i rami spettrali.

Non mi cercate: navigo incontro al giorno.”

(R. E. Howard)

 

 

Mario uscì infuriato dal vecchio portone di legno che lo aveva visto passare centinaia di volte.

“Stronzi.” pensò, mentre si avviava di buon passo.

Non c’era niente da fare, non poteva continuare più così. Percorse a gran velocità gli antichi portici anneriti di Selenia, scese e salì gradini consunti senza badare alle variopinte botteghe che attiravano l’attenzione dell’altra gente. Ormai aveva deciso, avrebbe mandato tutto alla malora. S’immise in una delle vie principali e finalmente poté vedere una fetta di cielo. Grigio, e c’era anche la nebbia. Cercò di sgusciare nel lento flusso della folla ma non riuscì ad avanzare più rapidamente degli altri. Dall’alto della sua statura maledisse le malferme vecchiette di gamba corta che intralciavano la strada. Finalmente svoltò in una viuzza. Lì c’era l’edificio in cui viveva. Salì a due a due le scale che, evitando il piano nobile in cui viveva il proprietario, portavano alla sua dimessa stanza. Si chiuse la porta alle spalle e si guardò intorno. Camera fredda e poco confortevole, arredata in modo umile a basso costo. Il porto di partenza di tanti viaggi immaginari, tutto colmo dell’energia dei momenti di esaltazione e dell’amaro aroma dell’insoddisfazione. Salì su una sedia e rimosse un pezzo di asse dal soffitto, tirando giù la bisaccia dal suo nascondiglio. Subito si sentì in colpa: lì dentro c’erano i soldi che i suoi genitori gli avevano inviato per vivere ancora otto mesi in città e terminare gli studi. Come ogni anno avevano fatto dei sacrifici per raccoglierli. Esitò e rimase fermo come un allocco, in piedi sopra la sedia con la bisaccia in mano, perso nei suoi pensieri. Intanto la luce già scarsa calò ancora, tingendo di grigio le pareti chiare della camera. In fondo non erano tanto i suoi genitori ad aver stretto la cinghia per raccogliere quei soldi, ma i contadini del loro podere. Al diavolo i contadini! I suoi avrebbero sofferto… ma quanto aveva sofferto lui durante tutti quegli anni? L’avevano fatto studiare, avevano sognato un futuro per lui, erano perfino riusciti a convincerlo che quel sogno fosse anche il suo. Ci erano quasi riusciti. Anni, passati a riverire professoroni barbosi, a chinare il capo davanti ad acide zitelle, a sforzare la mente su formule legali e a imparare a memoria leggi emanate da antichi tiranni come se fossero state l’essenza della giustizia. Basta! Prese una parte dei soldi, nascose il resto sotto il pagliericcio e uscì chiudendo a chiave la porta.

“Tempo di spese!” si disse sogghignando. Poi si rituffò nella fiumana di gente. In breve fu davanti a una delle botteghe che fino a quel momento aveva ammirato senza speranza dall’esterno. Entrò senza esitare.

“Buonasera. Vorrei quelli.” disse al commesso indicando il paio di stivali più belli e robusti. Tra i più costosi, ovvio. Erano splendidi, alti fino al polpaccio, di solida pelle lucida, suole adatte tanto alle staffe quanto a percorrere a piedi i sentieri più ripidi. Per gli Dei se ci aveva sbavato dietro! Mario se li provò dopo aver dismesso le sue scarpe basse da città. Si alzò e fece qualche passo. La misura era perfetta. Si guardò in uno specchio e si girò di fianco, ammirandosi. “Addio, Mario lo studente di legge, e salve a te, Mario l’avventuriero!”

Si girò verso il commesso con aria soddisfatta.

“Molto bene, li prendo.”

Ora bisognava armarlo, questo avventuriero.

Sapeva cosa gli serviva, e dove trovarlo.

 

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LA PRIMA NOTTE DI MARIO L’AVVENTURIERO

febbraio 18, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

La notte risplendeva silenziosa sopra i monti ricoperti di foreste. La luna era bassa sugli alberi e i crepacci, lupi ululavano nel profondo della tenebra.
La diligenza rallentò.
“Siamo a Grottapuledro! Ci fermiamo per la notte!” gridò il conducente.
Grottapuledro. Un villaggio un tempo misero e che prima aveva un nome diverso, ormai dimenticato. Fino a che due ragazzi non avevano avvistato un bianco puledro impennarsi sulla soglia di una grotta, e poi precipitarsi all’interno. I ragazzi erano entrati sperando di catturarlo, ma l’animale era sparito. Al suo posto trovarono ciò che sarebbe diventato la fortuna di quel postaccio: smeraldi. Almeno, così recitava la leggenda locale, che Mario aveva sentito raccontare una sera in un’osteria di Selenia. A tarda notte, con un paio di bottiglie ormai vuote davanti. Comunque fosse andata, da allora il villaggio era cresciuto e i suoi abitanti avevano trascurato l’agricoltura per diventare minatori.
Il paese era ammassato sul fondo della valle, a lato del fiumiciattolo in cui a poco a poco il Saggiorivo si era trasformato. Una luce eterea si diffondeva sulla strada e tra le ombre delle case di legno. Solo i due ormai assonnati mercanti e il servo erano rimasti a bordo, oltre a Mario. Dopo i passeggeri scesero anche il conducente e il postiglione. Mario si rese conto di essere l’unico forestiero, e mentre il terzetto dei suoi compagni di viaggio si avviava verso casa lui rimase lì, vicino al carro con lo zaino in mano, senza sapere bene cosa fare di se stesso. Il conducente gli si avvicinò:

“C’è una piccola locanda che deve essere ancora aperta, amico. E’ da quella parte.”
Mario lo ringraziò e si allontanò.
Alla scarsa luce della luna che giocava a nascondersi fra i tetti il vicolo pareva stretto e ostile, minaccioso.
Un ululato e un rumore alle spalle. Mario rabbrividì e si girò, tentando di penetrare con lo sguardo la fitta oscurità. Niente. Si strinse nelle spalle, portò la mano all’impugnatura della spada e proseguì. Ecco l’insegna della locanda e le finestre ancora illuminate. Sbirciò dentro. Solo pochi clienti mezzo ubriachi e mezzo addormentati, l’oste e l’ostessa che contavano i soldi.
Entrò con un cenno di saluto ai proprietari, scelse un tavolo libero e vi si sedette, buttandosi ai piedi lo zaino. Finalmente, dopo tutto il giorno, poteva allungare le gambe doloranti. Le stirò con voluttà, lasciandosi scaldare dal camino ancora non del tutto spento.
L’ostessa venne a informarlo che da mangiare, a quell’ora, era rimasto solo del minestrone di verdure.
“Va bene, e un bicchiere di vino rosso. Una camera per la notte ce l’avete?”
“Sì, certo.”
Appena la donna si allontanò Mario sentì una lama fredda sfiorargli la gola, e un brivido di terrore corrergli lungo la schiena.


“Ma che…”
Roteò gli occhi tentando di vedere chi lo minacciava in quel modo, mentre una goccia di sudore freddo gli correva sul lato della fronte.
“Fermo, non ti voltare.” intimò una voce dura alle sue spalle.
Poi la lama scomparve, e sonore risate risuonarono nella sala.
Mario, rosso per la vergogna, balzò in piedi si girò mettendo mano alla spada.
L’uomo alzò le braccia, aveva ancora in mano un lungo coltello e una specie di sorriso sul volto.
“Non farlo se non vuoi farti male, ragazzo! Era solo uno scherzo.”
Era un tipo massiccio, di mezza età, col volto segnato mezzo nascosto da una pesante cappa scolorita. Alle sue spalle c’erano due tipacci che chiunque avrebbe potuto qualificare come dei bravi.
L’uomo rinfoderò il coltello e porse la destra al giovane.
“Valerio Bruni, mercante.”
“Mario Boschi, avventuriero.”
“Ma non farmi ridere, ragazzo! Non basta tutto quell’armamentario per fare un avventuriero. Io ti ho avvertito in modo amichevole ma magari un altro lo avrebbe usato, quel coltello. Se giri il mondo così come un allocco non durerai a lungo, ragazzo.”
“Andiamo bene… se solleticare la gola di uno con il filo di una lama è un avvertimento amichevole meglio non pensare a cosa possa essere un avvertimento più serio!” pensò Mario.
“Ma cosa ho fatto di male?”
Il mercante sogghignò, subito imitato dai suoi sgherri.
“Ti sei seduto male. Siediti sempre con le spalle al muro, dovunque tu sia, e soprattutto se sei da solo. Altrimenti qualunque idiota potrà farti fuori senza alcuna fatica. Puoi venire a unirti a noi al nostro tavolo, se vuoi, oppure trovarne un altro vicino al muro. E non ti mettere con le spalle a una finestra, sennò è uguale o peggio.”
Mario esitò un attimo lì in piedi, immobile, con un gusto amaro in gola. Che figura essere stato colto in fallo come un bambino… scottava, altroché. Bene, almeno non si sarebbe più sbagliato. Si scosse, raccolse il suo zaino e andò a sedersi vicino a Valerio, con le spalle ben aderenti al muro e le guance arrossite.
“Ora non esagerare!” rise Valerio “Dove sei diretto?”
“Non so, pensavo di attraversare le montagne verso Poggiomerlato.”
“La conosci bene, questa zona?”
“No, mai stato.”
“Allora puoi venire con me, io l’attraverso spesso e una lama in più mi potrebbe far comodo, almeno fino a Poggiomerlato. Vendo merce oltre i monti. Potrei perfino allungarti qualche moneta per il disturbo. Un paio di ragazzi mi hanno mollato e questi due sono un po’ pochi.”
“Smeraldi?”
“Ssst! Abbassa la voce, fesso! Sì, smeraldi, ma non ti far venire strane idee in testa.”
A quelle parole i due figuri si guardarono intorno, anche se non c’era più nessun altro nella sala. Era il loro mestiere, dopotutto.
“Non ci penso neanche!” protestò Mario con espressione di scandalizzata innocenza.
“Ti sembra tanto strano farci un pensierino? Cavami una curiosità, ragazzo: sei scappato di casa?”
Mario gli lanciò un’occhiata accigliata.
“Be’, non proprio, no!”
“Ho capito, non vuoi parlare del tuo tormentato passato. Lasciamo perdere. Ma guarda, sta arrivando la tua cena. Noi invece ce ne andiamo a dormire. Domani sveglia all’alba, partiamo subito. D’accordo?”
“E la paga?”
Il mercante sbuffò.
“Sei alle prime armi…. a proposito di armi: le sai usare, quelle?”
“Certo, sennò cosa me le porterei dietro a fare? So tirare di spada e usare l’arco.”
“Mmmf. Vabbè. Facciamo vitto, alloggio, e una moneta d’oro al giorno. Ti sta bene?”
Mario finse di pensarci.
“Per questa volta…”
“D’accordo, allora.”
Si strinsero la mano. Quella di Valerio era dura e callosa. Ben più di quella dell’avventuriero.
Appena i tre furono scomparsi oltre la soglia Mario si chinò sul suo minestrone e lo mandò giù in fretta a gran cucchiaiate. Aveva una fame da lupo. Poi rimase a guardare il fuoco moribondo sorseggiando il vino rosso. Quando si decise a chiedere della sua camera l’oste gli indicò la via: oltre un cortiletto interno con al centro una fontanella. Mentre l’attraversava la luna gli sorrise ancora come una sfinge imperscrutabile, giocando con lo scroscio d’acqua. Si fermò un attimo a respirare l’aria della notte densa di freddi spettri, domandandosi che cosa lo aspettasse all’indomani con quei tre figuri. La camera era modesta, ma linda. Gettò in un angolo lo zaino, si slacciò la cintura con la spada poggiandola con delicatezza, lanciò in aria gli stivali, poi s’infilò nel letto bianco. Profumava di acqua montana e rozzo sapone. Mario incrociò le braccia sotto la testa e fissò il soffitto buio con soddisfazione. Che magra figura aveva fatto. Ma dopotutto era agli inizi.
“Bene, Mario, qui comincia il tuo apprendistato di avventuriero. Il primo viaggio come mercenario… bravaccio… scorta. O come diamine si dice, fa lo stesso.”
Non vedeva l’ora che giungesse l’alba.
Il rimpianto per quel che aveva lasciato era solo una punta di amarezza nel retrobottega della sua mente.

 

Nota al racconto: il nostro giovane eroe ancora non ha né le malizie né l’aspetto del veterano. Eppure nonostante ciò (e nonostante a causa di ciò lo abbiano canzonato per bene) ha trovato il suo primo ingaggio come uomo d’arme. Imbarazzo ed entusiasmo si alternano nella prima serata dopo essersi chiuso alle spalle la porta ed essersi messo in viaggio. Ma a volte le cose non sono come sembrano e, come diceva qualcuno, una volta lasciata la sicurezza di casa non si sa mai dove puoi finito spazzato via. Può anche capitare di dover maledire quella che a prima vista pareva una fortuna o (più raramente) il contrario.

 

Continua qui:

LA VIA DI MARIO L’AVVENTURIERO

 

Per l’inizio della saga di Mario:

MARIO L’AVVENTURIERO – Per la Corona d’Acciaio (lacoronadacciaio.it)

 

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LA VIA DI MARIO L’AVVENTURIERO

marzo 15, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Avrebbero seguito per un lungo tratto l’antica Via degli Dei costruita dagli antichi Mitoien, lastricata di grandi pietre piatte con l’erba che cresceva selvaggia negli spazi tra l’una e l’altra. Poi tra un paio di giorni la strada avrebbe piegato verso Sud e l’avrebbero lasciata per prendere la pista in terra battuta che portava a Poggiomerlato. Il mercante di smeraldi Valerio Bruni, i suoi due bravacci e Mario, tutti e quattro a cavallo, erano partiti di buon mattino da Grottapuledro e non si erano fermati che per un pranzo frugale, freddo, verso mezzogiorno. La preziosa mercanzia che trasportavano era tanto piccola che doveva stare da qualche parte in un sacchetto nascosto addosso a Valerio, anche se nessuno tranne il mercante di gemme lo sapeva per certo. Quindi chi li avesse visti avrebbe anche potuto scambiarli per un gruppo di cacciatori… o di tagliagole, dato che erano tutti arrmati fino ai denti. Oltre a Mario e Valerio c’erano i due sgherri di quest’ultimo: Gino e Marziale. Il primo era un ceffo azzimato di mezza età dai folti baffi neri, il secondo un tipo basso e tarchiato, sbrigativo, che non parlava quasi affatto ma in compenso sorrideva spesso. Chissà perché, faceva venire in mente a Mario certi centurioni Mitoien tozzi e robusti che si vedevano in antichi bassorilievi. Per esempio quelli raffigurati sull’arco di trionfo a Selenia: gente solida, che aveva conquistato il mondo a furia di addestramento pesante e urlacci. Valerio aveva detto che c’erano stati anche altri due uomini d’arme con lui, prima, ma poi costoro avevano ricevuto un’offerta migliore e lo avevano mollato di punto in bianco.

“Per mia fortuna”, rifletté Mario, che aveva rimediato in quel modo un bell’ingaggio.

La via si snodava sul fondovalle in mezzo a colline rocciose coperte di boschi, tra forre ombrose e polverosi calanchi.

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TRENTA MONETE PER MARIO

aprile 12, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

Mario era solo, senza soldi, in una città di cui a volte stentava a capire il dialetto. Aveva appena finito il suo ultimo tozzo di pane e si trascinava per i vicoli bui cercando un angolo dove poter gettare lo zaino e accoccolarsi a dormire. All’indomani avrebbe dovuto assolutamente andarsene. Contava di fare a piedi la strada per le Colline Occidentali attraverso i boschi, procurandosi il cibo giorno per giorno con l’arco e un po’ di fortuna. Una volta arrivato là, in una regione più prospera rispetto a quell’Altopiano dimenticato dagli Dei e dagli uomini, avrebbe trovato qualcosa da fare. Se non come mercenario… qualsiasi cosa. Dal facchino al marinaio all’apprendista in qualche bottega: gli sarebbe andato bene tutto pur di riuscire a sfamarsi. Dopo essere giunto a Poggiomerlato con Valerio, il mercante di smeraldi, aveva incassato la paga che gli spettava e si era congedato, in attesa che scoppiasse la guerra tra il Ducato e Biancacava. Si era proposto alla milizia del Duca, e là un sergente aveva segnato il suo nome promettendogli che in caso di conflitto sarebbe stato arruolato senz’altro. Invece che dichiararsi subito guerra, però, il Duca di Poggiomerlato e il Senato di Biancacava avevano intavolato lunghe trattative, durante le quali Mario era rimasto in trepida attesa e aveva consumato tutte le sue risorse. Alla fine il Duca e la Città avevano trovato un accomodamento pacifico. E lui era rimasto fregato. Perfino le sue vecchie scarpe da città aveva dovuto vendere, tenendosi solo gli stivali.
Si stese sotto un portico, con solo la sua coperta a separarlo dalla fredda pietra, e tentò di addormentarsi. C’era quasi riuscito quando fu risvegliato dallo sferragliare di una carrozza nobiliare, che si fermò a poca distanza dal suo giaciglio improvvisato. Un servo basso e grassottello saltò giù, con un’aria piuttosto intimorita. Un uomo si sporse verso di lui senza scendere. Era un giovane gentiluomo dalla veste elegante. Mario sporse la testa da sotto la coperta che lo ricopriva interamente, per osservare meglio.
“Queste sono trenta monete d’oro per madonna Altera. Portaglieli tu e torna subito indietro. Io ti aspetterò qui.” ordinò il cicisbeo.

Il povero servitore non sembrava troppo contento di doversi avventurare da solo di notte in quelle viuzze dove le carrozze non riuscivano a passare, ma si cacciò il sacchetto di monete sotto il mantello e si avviò comunque, scrutando nel buio con apprensione.
Mario ci pensò su un momento.
“Trenta monete!”
Mal guadagnate da una qualche avvenente donzella, pareva.
Si alzò in silenzio, per non farsi scorgere dalla carrozza, cacciò la coperta nello zaino e seguì l’ometto nascondendosi nell’ombra.
Guadagnava terreno a poco a poco, e intanto si stupiva di se stesso.
“Davvero ho intenzione di rapinarlo?”
Non aveva ancora deciso. Rammentò il ladro che lo aveva rincorso e spaventato non troppo tempo fa, la notte prima della sua partenza da Selenia. Adesso poteva essersi trasformato lui stesso in un inquietante predatore notturno, proprio come quell’uomo. Il pensiero non era piacevole, ma sentiva anche i brontolii imperiosi del proprio stomaco.
Mentre camminava spedito e indugiava in questi dubbi, dalla tenebra più nera emerse uno straccione alto e magro che saltò addosso al servo, nella mano un lampeggiare di coltello.
Il rapinatore punzecchiò il malcapitato attraverso le vesti e senza profferir verbo gli strappò di mano il sacchetto coi soldi. Senza perdere d’occhio il terrorizzato omiciattolo indietreggiò e, sempre tenendo puntato il coltello verso di lui, sparì.
Mario gli scivolò dietro mentre la vittima della rapina rimaneva immobile, tremante.
Ora il giovane avventuriero non doveva più combattere coi suoi scrupoli, doveva solo stare attento a non perdere di vista lo spilungone.
Era una notte senza luna, e il cielo sereno era tanto scuro che si faceva fatica a vedere le pozzanghere davanti ai propri piedi prima di caderci dentro.
Mario sguainò la spada e si avvicinò al ladro, però quello se ne accorse e si girò a fronteggiarlo brandendo il coltello, mentre stringeva il malloppo con la sinistra.

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GORGOVERDE

settembre 26, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

 

 

I RACCONTI DI MALIA

Mario era partito tre giorni fa da Poggio

merlato. Solo, povero, affamato e con la testa ancora dolorante dopo la sua ultima disavventura. Durante il primo giorno di marcia aveva riempito la pancia solo con delle minuscole fragoline di bosco e dei mirtilli, che aveva colto lungo la pista. C’erano anche funghi ma, nel dubbio, non aveva osato prenderli. Nonostante viaggiasse con l’arco in mano e una freccia incoccata non aveva mai avuto selvaggina a portata di tiro. Inoltre viaggiare in quel modo sulla strada poteva spaventare gli altri viandanti, con il rischio di prendersi lui stesso un dardo in corpo. Così, dopo una notte in cui l’unica cosa a fargli compagnia era stato il rumore sordo del suo proprio stomaco, aveva deciso di procedere nel bosco. Si sarebbe mosso a una distanza tale dal sentiero che gli permettesse di non perdere di vista la via ma che al tempo stesso gli consentisse di provare a cacciare.

Una decisione giusta, perché a metà pomeriggio si vide sbucare davanti una fagiana. Tirò, e la freccia le trafisse un’ala. Però quando Mario, già con l’acquolina in bocca, corse a prenderla, la fagiana volò via con un volo tutto storto. Cadde a poca distanza in mezzo a una macchia molto fitta. Mario si mise a cercarla lì intorno. Dopo un po’ l’animale spiccò un altro breve volo. Lui si lanciò dietro alla preda: non aveva la minima intenzione di lasciarsi sfuggire quel pennuto. Già lo vedeva sfrigolante sullo spiedo, figurarsi! Ma durante il terzo o quarto volo la fagiana sbandò e finì contro il tronco di un pino. Cadde giù in verticale. Già il giovane cacciatore sperava che quella che ormai considerava la sua cena si fosse rotto il cranio contro quel legno duro e nodoso. Ciò che trovò invece fu la freccia, che era caduta. La fagiana invece la vide con la coda dell’occhio, mentre quella tentava di squagliarsela correndo.

“Eh, no, bella mia, il tuo posto stasera è nella mia pancia!”

La rincorse, ma quella filava via come uno stallone lanciato al galoppo, anche se perdeva qualche goccia di sangue. Mario saltò cespugli, si lanciò in mezzo ad arbusti, scese dirupi a rotta di collo e si sbucciò le ginocchia su una pietraia. La fagiana era sempre un passo avanti a lui, starnazzante. Alla fine la ebbe a tiro, sguainò la spada e con un ampio roverso le staccò la testa di netto. L’uccello decapitato fece ancora alcuni passi, poi stramazzò in terra. Mentre Mario si chinava a raccogliere il suo premio, affannato, ebbe a pensare che quella era la sua prima vittima, la prima uccisione della sua carriera di avventuriero.

“Bah, meglio far finta di niente, facciamo che non conta. Non è epico. Direi quasi che non è nemmeno dignitoso.”

Aveva tirato un bel roverso, però, pulito e preciso. Tenne la fagiana per un po’ per le zampe a testa in giù, per far scolare il sangue, poi la legò allo zaino. A quel punto si guardò intorno e si rese conto di non avere più la minima idea di dove si trovasse la pista… e nemmeno di dove si trovasse lui stesso!

“Ma porca…”

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LO STREGONE DI BOSCO TETRO

ottobre 23, 2019 by Marco Rubboli Nessun commento

I RACCONTI DI MALIA

Sul sentiero che portava dal villaggio di Bellagioia, che aveva trovato nei pressi della cascata di Gorgoverde, alla pista principale per Biancacava, Mario procedeva sempre con l’arco in mano e una freccia incoccata, sperando di mettere le mani su qualche animale per riempirsi lo stomaco. Aveva sempre fame, anche se qualcosina ogni tanto riusciva a met

ter sotto i denti, sia che fosse un piccolo animale che coglieva con una freccia sia che si trattasse di frutti di bosco che si fermava a raccogliere, quando ne trovava. Quel giorno si era trovato davanti sul sentiero una bella lepre. Una preda ambita. Per lo meno, ambita da lui. Per fortuna aveva avuto i riflessi pronti e la sua freccia aveva trafitto l’animale a metà di un balzo. La lepre era caduta e lui le era stato subito addosso. La freccia passava quel piccolo corpo snello da parte a parte: la preda non gli poteva più scappare. Mario non poté evitare di incrociare lo sguardo terrorizzato dell’animale, e una fitta di dispiacere lo colse. Ma la fame era troppa, e comunque ormai era fatta.

“Mi dispiace, bella, o io o te.” mormorò, poi le spezzò il collo. Anche se avrebbe voluto fermarsi a mangiarla subito si costrinse a legare la sua preda allo zaino e proseguire. Non riuscì a prendere altro. Al contrario, perse una freccia quando tentò di tirare a un uccello su un ramo, forse una quaglia. Cercò quella dannata freccia in lungo e in largo, ma chissà in mezzo a quale cespuglio poteva essere finita. Alla fine dovette rassegnarsi a riprendere il cammino. Man mano che avanzava la foresta diventava sempre più fitta e il verde si faceva sempre più scuro, la luce che riusciva a filtrare tra le fronde, già di per sé calante per l’avanzare del meriggio, divenne sempre più scarsa. Era quasi il tramonto quando si concesse di fermarsi. Raccolse e tagliò un po’ di legna per il fuoco, che dopo qualche tentativo riuscì ad accendere con l’acciarino. Poi si mise a scuoiare la lepre. Dopo aver eseguito i pochi tagli necessari strappò la pelle, che venne via quasi intera. Era stato un fattore a insegnargli a farlo, quando era in campagna dai suoi genitori. Al tempo aveva trovato la cosa piuttosto disgustosa, a dire la verità, ma l’uomo aveva insistito e lui aveva eseguito quell’operazione diverse volte, fino a diventare abbastanza abile da poter dire di aver imparato. Solo allora il fattore lo aveva lasciato in pace. Adesso, tuttavia, gli tornava utile.

Tagliò la testa alla lepre con un paio di colpi di accetta: gli dava fastidio cuocerla mentre pareva ancora guardarlo con quegli occhi ormai spenti.

Pulì un rametto e ci infilò la lepre, che ora era nuda come un verme. Poi fece la punta a un’estremità del ramo e lo piantò profondamente nel terreno, lasciando la sua cena a pendere a una certa distanza sopra il fuoco.

Ben presto la lepre iniziò a sfrigolare e a emanare un profumo succulento, che gli fece subito venire l’acquolina in bocca. Santi Dei, da quanto tempo non mangiava sul serio? Quasi non se lo ricordava più. Avrebbe addentato volentieri quella carne ancora mezzo cruda, ma riuscì a rimanere abbastanza civilizzato da aspettare che fosse cotta a puntino.

A quel punto però ci si gettò sopra e non si fermò fino a quando, oltre a spolpare tutto il divorabile, non ebbe succhiato anche il midollo delle ossa.

Poi si appoggiò con la schiena a un tronco, si buttò la coperta sulle gambe e rimase tutto soddisfatto a fissare la danza delle fiamme. All’indomani, pensò con un sorriso idiota stampato in viso, avrebbe di certo trovato un’altra preda. Aveva tutto il giorno per farlo, durante la strada: di certo qualche animale gli sarebbe passato non troppo lontano, e lui non se lo sarebbe lasciato sfuggire. La pancia piena e il tepore del fuoco iniziarono a poco a poco a fargli pesare le palpebre.

Non si sdraiò del tutto ma rimase a sonnecchiare così, mezzo seduto.

Ebbe l’impressione di aprire gli occhi e che ci fosse una figura accoccolata dall’altra parte del fuoco da campo. Non gli era chiaro se si trattasse di un uomo o un animale… sì doveva essere un uomo, ma era peloso come una bestia. O forse era vestito di pellicce. O forse, semplicemente, tutto non era altro che un sogno. Sì, ma certo, doveva trattarsi di un sogno: da dove poteva saltar fuori, sennò, uno strano personaggio del genere, lì in mezzo al bosco? Gli sembrò, nel dormiveglia, che l’uomo si avvicinasse a lui, girando stretto attorno al fuoco con movimenti fluidi e lenti, come se si muovesse in una specie di melassa.

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